Un commento

Vita Trentina – 5.5.2002

Come avviene ovunque sul nostro pianeta, le situazioni sembrano semplici ma non lo sono. Quanto si è sentito parlare del Kosovo? Per mesi, per anni? E che cosa ne sappiamo? Poco, davvero poco. Ogni gruppo etnico, visto in carne ed ossa, ha le sue ragioni e i suoi torti. Le vicende sono aggrovigliate su se stesse. Brandelli di memoria, simboli etnico-religiosi, parole forti impediscono il ragionamento lucido. Il dialogo è bloccato dal pregiudizio. Peggio: dall’odio. Perché dove scorre il sangue si aprono le voragini.

In questo contesto la Chiesa trova pane per i suoi denti. Ha l’occasione di svolgere fino in fondo, e non solo a parole, la missione di portare la buona notizia della pace, a costo di morire per portare frutto.

Certamente la Chiesa locale è piccola, forse debole economicamente. Ma è giovane e ha i numeri per battersi per promuovere l’incontro. Come ovunque essa è portatrice di diverse anime, non tutte nobili. Si concretano nell’istinto di autoconservazione, oppure nell’impulso a fare proseliti (in modo esplicito o meno) a scapito del vero annuncio, o ancora, finalmente, nella testimonianza vera che si preoccupa principalmente di cercare il Regno di Dio, nella consapevolezza che tutto il resto sarà dato in aggiunta. A Dio piacendo.

La Caritas in Kosovo, come in tante altre parti del mondo, dà una testimonianza esemplare. Non chiede, nell’aiutare, certificati di appartenenza. Rispetta il ruolo altrui ed evita inutili sovrapposizioni o, peggio, contrapposizioni. Educa alla pace e alla legalità. Aiuta le persone a partire e poi a camminare con le proprie gambe. Promuove l’uomo e, facendolo, si fa annunciatrice della buona Notizia. E la buona notizia di cui oggi il Kosovo ha bisogno è quella della pace nella dignità. E’ una sfida per il mondo, per l’Europa, per la comunità cristiana.

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