La chiesa altoatesina nel dopoguerra

  • Paolo Valente, in: G. Mezzalira, F. Miori, G. Perez, C. Romeo, Dalla liberazione alla ricostruzione. Alto Adige/Südtirol 1945-1948, ed. Raetia, Bolzano 2013.

Sit nomen Domini benedictum! La grande parola è finalmente risuonata, la sospirata pace si avvia ad essere una felice realtà! La guerra in Italia è cessata. Benediciamo il Signore che alla nostra Città, già tanto provata, ha risparmiato le prove estreme; accogliamo gli eserciti vittoriosi con animo fidente non senza rivolgere un commosso pensiero a quegli eroici fratelli nostri che col loro personale sacrificio hanno contribuito ad assicurare ed affrettare alla straziata patria nostra quest’alba radiosa di risorte speranze e di riconquistato prestigio nel mondo”[1].

Con queste parole si apre il messaggio che l’arcivescovo Carlo de Ferrari indirizza al popolo e al clero della sua diocesi. E’ il 3 maggio 1945. Le pubblicazioni del Foglio diocesano erano state sospese nel luglio 1944 per ordine del commissario supremo della Zona di Operazioni delle Prealpi, Franz Hofer.

Gli fa eco da Bressanone il principe vescovo Johannes Geisler:

“Per il nostro paese la guerra è terminata e si è stabilita la tregua delle armi. Confrontando il nostro paese con altre regioni, per le quali ebbe a passare la furia della guerra, dobbiamo chiamarci fortunati, perché i danni non hanno raggiunto le smisurate proporzioni di altri paesi, abbiamo potuto evitare il peggio. Certo non è ancora venuto il tempo di dare libero corso alla gioia, perché le immani ferite della guerra sono ancora sanguinanti ed anche nel prossimo avvenire dovremo sopportare ancora gravi sacrifici”[2].

A Trento e a Bressanone si trovano due pastori i cui rapporti coi regimi di Mussolini e Hitler sono stati segnati da ammiccamenti e scintille. Malgrado ciò il ruolo della chiesa cattolica, grazie alla continuità socio-culturale che essa rappresenta, sarà di non poco rilievo per la ricostruzione civile e morale della regione.

Due diocesi, un territorio

La creazione di una diocesi coincidente, sul piano territoriale, con la provincia di Bolzano risale all’agosto del 1964. Negli anni precedenti l’Alto Adige resta suddiviso in due circoscrizioni ecclesiastiche distinte. Quella di Trento (arcidiocesi dal 1929) comprende la Bassa Atesina, la zona di Bolzano fino a Chiusa, Merano e la val Venosta (escluso il decanato di Malles). In tutto si tratta di dieci, poi dodici decanati (più alcune parrocchie in val di Non e in val di Fiemme)[3] che fanno capo normalmente ad un delegato vescovile o provicario generale, nella fattispecie mons. Josef Kögl.

La diocesi di Bressanone si estende sul restante territorio provinciale. Dopo la prima guerra mondiale le è stato sottratto l’ampio settore d’oltre Brennero, ovvero il Vorarlberg e gran parte del Tirolo settentrionale e orientale, affidati in via provvisoria ad amministratori apostolici.

La conseguenza di questa situazione è che manca, in Alto Adige, un indirizzo politico-pastorale unitario, poiché i vescovi sono due e diversi risultano pure i contesti di riferimento.

La questione dei confini diocesani

Già da tempo si sono susseguiti tentativi per spostare i decanati altoatesini da Trento a Bressanone. I motivi addotti, nella seconda metà dell’800, sono di ordine “nazionale”. In sostanza si vorrebbe in tal modo arginare l’immigrazione degli italotirolesi verso la valle dell’Adige, creando due diocesi etnicamente omogenee. L’iniziativa è promossa dalle autorità civili e non va in porto per la ferma opposizione delle istanze ecclesiastiche. La questione torna attuale nel primo dopoguerra. Col confine di stato al Brennero la diocesi brissinese si ritrova ad avere un territorio assai limitato. Si pone inoltre il problema della tutela della nuova minoranza di lingua tedesca. Per queste ragioni nell’agosto del 1922 un provvedimento vaticano affida i decanati altoatesini alle cure pastorali del vescovo di Bressanone. La misura è però immediatamente sospesa, a causa di forti pressioni politico-diplomatiche[4].

In seguito, “di una aggregazione a Bressanone (dei decanati altoatesini, nda.) non si sentì più parlare per il contegno di Bressanone in fatto di opzioni”. Lo scrive l’arcivescovo Carlo de Ferrari in un promemoria del dicembre 1946[5]. Egli sostiene: “Durante l’occupazione nazista però il Gauleiter Franz Hofer intendeva di unire lui la parte tedesca con Bressanone ritenendo che ciò fosse un affare di pochi mesi”. Il presule aggiunge che anche nel momento in cui egli scrive (1946) l’idea non sarebbe tramontata, ma è invece caldeggiata dalla Volkspartei, che aspira non solo all’unità politica e all’autonomia del Sudtirolo, ma pure alla sua unificazione sul piano ecclesiastico.

Anche il vescovo Geisler, nel 1947, cerca di far arrivare al papa la richiesta di ridefinire i confini della diocesi, ma senza mai ottenere risposte formali. Riproposta nel 1951[6], la questione potrà essere affrontata e risolta solamente con la nomina di Joseph Gargitter a vescovo di Bressanone. L’unificazione del territorio altoatesino in un’unica circoscrizione diocesana plurilingue, come già detto, avverrà nell’agosto del 1964, in uno scenario geopolitico ormai molto diverso da quello dell’immediato dopoguerra.

La chiesa a tutela delle minoranze

Fin dalla sua presa di potere, il regime fascista trova nella chiesa locale, sia a Trento che a Bressanone, una sorta di resistenza più o meno esplicita rispetto alle iniziative volte alla snazionalizzazione della popolazione di lingua tedesca[7]. Poiché a partire dal 1923 le scuole devono gradualmente rinunciare alla lingua materna, il clero si oppone a che la religione sia insegnata obbligatoriamente in italiano. Dopo anni di rimostranze nei confronti delle autorità provinciali, di quelle nazionali e della S. Sede, nel 1928 vengono istituite le scuole di religione parrocchiali, sia nella diocesi di Bressanone che in quella di Trento. In tal modo il catechismo in lingua tedesca è impartito al di fuori della scuola statale. Alcuni sacerdoti sono anche coinvolti nella creazione di una rete di scuole clandestine (la “Katakombenschule”), tenute segretamente da insegnanti formati a tale scopo in tutto l’Alto Adige.

Il peso della chiesa è determinante nel garantire la pubblicazione di alcune testate in lingua tedesca come il Dolomiten. Dal 1926/27 inoltre si danno alle stampe i due settimanali diocesani Katholisches Sonntagsblatt a Bressanone e Vita Trentina a Trento, entrambi su posizioni assai poco collaterali rispetto al regime.

Un braccio di ferro tra chiesa e governo si ha nel momento della successione del vescovo di Bressanone, dopo la morte di mons. Johannes Raffl (1927). Il regime vorrebbe un pastore italiano. Ma la firma dei Patti Lateranensi nel 1929 segna dei punti a favore della minoranza tedesca. Con essi si riconoscono la legittimità dell’insegnamento della religione in tedesco nelle parrocchie e la formazione nella madrelingua dei sacerdoti. I seminari diocesani saranno le uniche scuole a poter mantenere l’istruzione in lingua tedesca. Il Concordato prevede infine che i presuli possano essere anche di altra madrelingua, pur garantendo essi la conoscenza dell’italiano, spianando così la strada alla nomina di mons. Geisler a vescovo di Bressanone (1930. Nel frattempo – 1927-1930 – regge la diocesi provvisoriamente mons. Josef Mutschlechner).

Dissapori tra chiesa e regime si avranno anche a causa dell’Azione cattolica (AC). Pure in Alto Adige, siamo nel 1928, all’AC si contesta di svolgere attività antinazionale e contro l’ONB[8]. Malgrado col Concordato lo stato, all’articolo 43, riconosca le organizzazioni dipendenti dall’AC, purché queste svolgano “la loro attività al di fuori di ogni partito politico”, non mancheranno frizioni e scioglimenti di alcune realtà associative.

La chiesa altoatesina, le opzioni, la guerra

Uno degli anni più critici per la chiesa altoatesina in relazione ai regimi di Roma e Berlino e alla situazione politica generale è il 1939. in occasione delle opzioni gran parte del clero si pronuncia – sia a Trento che a Bressanone – per restare in Alto Adige, mentre la maggioranza della popolazione, a seguito della propaganda nazista, sceglie a fine anno la cittadinanza germanica. Se la curia tridentina è fermamente contraria all’emigrazione, a Bressanone l’atteggiamento è diverso. Influenzato in particolare dal vicario generale Alois Pompanin, il vescovo Geisler dapprima non si oppone all’opzione a alla fine firma lui stesso per l’espatrio. In questa situazione il Vaticano avrebbe invitato Geisler a rassegnare le dimissioni[9].

Tuttavia la guerra ferma l’esodo. Durante il periodo di occupazione della Zona di Operazioni delle Prealpi, la curia brissinese assume un atteggiamento conciliante verso il regime hitleriano di cui si coglie l’elemento nazionale più che non quello ideologico (dai tratti marcatamente anticattolici).

Anche a Trento la situazione è destinata ad evolvere, in particolare dopo la morte del vescovo Endrici avvenuta nell’ottobre del 1940. Nel 1941 è nominato arcivescovo Carlo de Ferrari. Pur essendo nativo della val Venosta, de Ferrari non conosce il tedesco. Si dice che il papa sia convinto del contrario. Le intenzioni originarie di Pio XII sembrerebbero dunque quelle di dare all’arcidiocesi di Trento un pastore bilingue. Già nel 1935 era stato nominato mons. Enrico Montalbetti a vescovo coadiutore di Trento con diritto di successione. Montalbetti conosceva bene la lingua di Goethe, essendo la madre di origine svizzera. Nel 1938 però, per una certa incompatibilità col vescovo Endrici, egli è nominato arcivescovo di Reggio Calabria, dove muore sotto un bombardamento nel 1943. Lo sostituisce, nel 1939, mons. Oreste Rauzi, col titolo di vescovo ausiliare di Trento. Anch’egli perfettamente bilingue, si occupa spesso delle visite pastorali alle parrocchie prevalentemente di lingua tedesca dell’Alto Adige.

Sul versante dei cambiamenti di confine tra le due diocesi le intenzioni di Pio XII, con la scelta di mons. de Ferrari, sembrerebbero volte a mantenere la situazione così com’è. In verità il vescovo de Ferrari, al momento della sua nomina, è avvisato del fatto che il discorso dei confini prima o poi dovrà essere affrontato. Il presule deve impegnarsi a non ostacolare questo processo, qualora i tempi diventino maturi.

Già negli anni 1941 e 1942, in piena guerra, la questione è ripresa tra lo stato e la nunziatura apostolica. L’ipotesi è ora quella della creazione di una nuova diocesi con sede a Bolzano, comprendente i decanati altoatesini tridentini e quello di Malles[10].

Quanto al resto, nei venti mesi di occupazione la chiesa tridentina si pone su posizioni prudenti ma ferme nei confronti del Gauleiter, tanto che alcuni sacerdoti saranno costretti all’esilio, altri saranno internati e qualcuno morirà nei campi di concentramento.

Danni materiali

Non solo danni morali, ma anche materiali. La diocesi di Trento in particolare deve fare i conti, nei primi mesi del dopoguerra, con le distruzioni provocate dai bombardamenti, in modo particolare a Bolzano. Nella zona altoatesina della diocesi si contano quattro chiese completamente distrutte: l’antica chiesa di San Nicolò presso il Duomo, le chiese di S. Osvaldo e S. Giorgio e della Madonna di Loreto a Bolzano. Distrutti sono gli istituti Antonianum, Rainerum, Josefinum, la casa degli apprendisti e alcune canoniche. Gravemente danneggiate sono le chiese dei Francescani, di S. Giustina e dei Domenicani a Bolzano, la chiesa curaziale di Cardano e i conventi dei Francescani, dei Cappuccini, delle suore Terziarie, dell’Ordine Teutonico, l’asilo Vinzentinum, la Casa Famiglia delle Benedettine, il Marieninternat, la casa di Riposo. Il Duomo (allora chiesa Parrocchiale) versava in gravi condizioni essendo stato colpito da sette bombe nel maggio 1944 e poi ancora nel febbraio 1945. Molti altri edifici di proprietà della chiesa risultano danneggiati in modo meno grave.

Nel complesso si tratta di 9 chiese e 21 strutture ecclesiastiche distrutte o gravemente danneggiate, di 26 chiese e 25 altre strutture con danni più lievi nella parte altoatesina della diocesi tridentina[11].

La chiesa, elemento di continuità

Nell’immediato dopoguerra la chiesa in Alto Adige riacquista un ruolo di primo piano. Ciò vale in modo particolare per la diocesi di Bressanone. Pur nel mutare delle circostanze e dei regimi – nel corso di mezzo secolo si era passati dall’impero asburgico, al regime di guerra, all’Italia liberale, al governo e alla dittatura fascista, al biennio nazionalsocialista – la chiesa è infatti rimasta una presenza costante e per certi aspetti immutabile. Nei momenti di crisi forse l’unico appiglio.

La chiesa in Alto Adige, in particolare per la popolazione di lingua tedesca, durante il ventennio fascista era stata baluardo della tutela culturale. Così anche nell’immediato dopoguerra uomini provenienti dal mondo cattolico ricoprono funzioni di rilievo nella società e nella cultura locale.

Don Josef Ferrari, con l’incarico di vice sovrintendente scolastico (dal 1945), è l’artefice della rifondata scuola di lingua tedesca. E’ coadiuvato da un altro religioso, don Fritz Ebner[12]. Il partito di raccolta ed il clero vegliano con attenzione sulla condotta dei maestri sudtirolesi, affinché essi possano giocare fino in fondo il loro ruolo nel promuovere il rispetto di una tradizione legata all’ideologia della Heimat[13].

E’ grazie a don Josef Ferrari che già nel maggio 1945 può riprendere le pubblicazioni il quotidiano Dolomiten[14]. Anche il canonico Michael Gamper è figura di spicco nella rinascita degli organi di informazione e della stampa di lingua tedesca, oltre che per le questioni politico-diplomatiche che si agitano nell’immediato dopoguerra.

La chiesa partecipa massicciamente alla proprietà e alla gestione della rinnovata e riorganizzata casa editrice Athesia[15], che edita Dolomiten e Volksbote, quest’ultimo gestito in condominio tra Athesia e SVP[16]. Il Katholisches Sonntagsblatt riprende le pubblicazioni nel settembre del 1945 dopo quattro anni di interruzione.

Tornato a Bolzano dal lungo soggiorno a Roma (dove si è impegnato a tenere i rapporti necessari a condizionare il nuovo assetto della provincia) Gamper assume la direzione dell’Athesia e dunque il controllo della stampa di lingua tedesca[17].

Il vescovo Geisler e l’autodeterminazione

Fin dai primi di maggio del 1945 il vescovo di Bressanone Geisler si espone sui versanti della politica e della pastorale sociale. Nel suo primo messaggio alla diocesi egli lancia un duplice appello ai fedeli: “Mantenete la tranquillità dell’ordine pubblico ed una severa disciplina. Nei momenti presenti ognuno deve essere conscio dei doveri verso la collettività. Evitate ogni violenza, astenetevi da ogni atto di vendetta”. In secondo luogo:

“E’ necessario che voi pratichiate la carità cristiana. Molte pene e molte strettezze perdureranno per parecchio tempo anche in avvenire come dolorose sequele della guerra. E per rimediarvi ci vuole assolutamente la carità, perché la giustizia da sola non basta a questo scopo”[18].

Nell’immediato dopoguerra l’azione politica del vescovo Geisler si contraddistingue per una serie di iniziative tese ad intervenire sulle trattative di pace in corso, con l’obiettivo di garantire alla popolazione sudtirolese l’esercizio del diritto di autodeterminazione. La figura che nella curia di Bressanone continua a contare di più è il vicario generale Pompanin, il quale, con la sua impostazione tedesco-nazionale, influenza le iniziative e le scelte del vescovo.

Già nell’agosto 1945 Geisler invia una nota agli alleati in merito al problema dei confini come portavoce del “clero altoatesino”. Nel gennaio successivo egli si rivolge ai suoi sacerdoti facendo appello ad affidarsi, per tale questione, all’aiuto e alla protezione di Dio, nel 150° del voto fatto al Sacro Cuore di Gesù[19]. In quei mesi il presule è severamente criticato per queste iniziative dalla stampa altoatesina di lingua italiana[20]. La posizione del vicario Pompanin è di esplicito appoggio alla richiesta di un referendum cui siano chiamate le popolazioni dell’Alto Adige e della Ladinia, con l’esclusione degli italiani immigrati a Bolzano tra le due guerre[21].

In aprile la conferenza dei ministri degli esteri ha ormai deciso di non procedere a spostamenti di confine. Nei mesi successivi il principe vescovo si rivolge con un memorandum agli alleati e con lettere al primo ministro britannico Winston Churchill e al ministro degli esteri Ernest Bevin, nella speranza di poter indurre ad un ripensamento. Anche per questi interventi il vescovo è duramente attaccato dalla stampa italiana[22]. Altri uomini di chiesa prendono iniziative a favore dell’annessione del Sudtirolo all’Austria. E’ il caso dell’arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher, originario di Lienz, che nel giugno 1946 scrive al primo ministro irlandese Eamon de Valera affinché “la pace dell’Europa non sia messa in gioco solo per salvare la faccia della cattolica, democratica Italia a spese della vita della cattolica, democratica Austria. Certamente – scrive il presule – la cattolica, democratica Irlanda aiuterà a distogliere dal mondo questa mortale minaccia”[23].

La stessa dirigenza della SVP, di orientamento moderato, è piuttosto indispettita dall’intraprendenza di Geisler e Pompanin[24]. Proprio per gli interventi della curia, che si esprime politicamente nella cosiddetta “corrente brissinese” (“Brixner Richtung” o “governo ombra di Bressanone”, “Brixner Nebenregierung”[25]), inizialmente il partito esclude ogni trattativa sull’autonomia, puntando decisamente all’autodeterminazione. Secondo J. Goller un errore fatale: la SVP nei primi mesi del 1946 avrebbe già potuto ottenere una soluzione adeguata sia per quanto riguarda l’autonomia, sia per la revisione delle opzioni. Non aver risolto la questione delle opzioni mette la SVP “sotto pressione nel 1947/48”, costringendola “ad accettare uno statuto di autonomia” non soddisfacente.

“Forse al Sudtirolo si sarebbe potuta risparmiare la lunga lotta per una migliore autonomia negli anni ’50 e ’60, se una SVP unita avesse trattato con decisione col governo italiano una autonomia regionale secondo il modello della Sicilia e di Aosta”[26].

La via scelta dalla curia brissinese è invece un’altra. Nei primi mesi del 1946 si mobilita anche il clero. Si organizzano incontri con esponenti politici e si sollecita l’organizzazione di dimostrazioni. Un appello del vescovo pubblicato il 3 febbraio sul Katholisches Sonntagsblatt invita a pregare privatamente e pubblicamente affinché la vertenza si risolva nel senso di un ritorno all’Austria. Uno scritto indirizzato ai decani nel febbraio 1946 contiene vere e proprie direttive secondo le quali nelle parrocchie devono essere formati comitati, opportunamente istruiti, pronti ad organizzare manifestazioni di protesta nel caso l’Alto Adige non dovesse essere annesso alla repubblica austriaca[27].

Il risultato di queste iniziative sono alcuni pellegrinaggi assai frequentati, come quello del 13 aprile a Maria Trens, cui prendono parte diecimila persone o quello di San Cassiano a Bressanone il 5 maggio, ancora più partecipato[28].

Interessante notare che motivazioni di carattere ecclesiastico entrano in gioco anche nel maggio 1946, quando l’Austria, avanzando la richiesta di alcune rettifiche confinarie di minore entità, chiede l’annessione della Pusteria e della val d’Isarco fino a Chiusa. Si tratta in sostanza del territorio della diocesi di Bressanone (escluso il decanato di Malles). In un documento Gamper si oppone a questa soluzione in quanto essa, staccando Bressanone dal resto della provincia, lascerebbe il territorio di Bolzano e Merano in balia della diocesi di Trento che, a suo modo di vedere, non offrirebbe sufficienti garanzie per la tutela della minoranza tedesca[29].

A Parigi, dove i ministri Karl Gruber e Alcide Degasperi firmeranno l’accordo del 5 settembre, è presente Hans Schoefl, uomo di fiducia di vescovo[30]. E’ lui a portare al primo ministro britannico la richiesta di autodeterminazione e di revisione delle frontiere. Pompanin, da parte sua, attraverso Schoefl ritiene di poter influenzare i negoziati. Tra le sue richieste l’inclusione dell’Ampezzano nei confini della regione autonoma (il vicario è originario di Cortina) e l’espulsione dall’Alto Adige degli italiani di recente immigrazione[31].

La curia brissinese infine, come si è detto, segue da vicino anche le trattative per l’autonomia che sfociano nell’approvazione dello Statuto del 1948, rappresentando posizioni che si rivelano velleitarie e irrealistiche, in contrasto con la stessa linea ufficiale della SVP[32].

Un altro campo di azione del vescovo Geisler riguarda il comportamento delle unità militari italiane, in particolare la divisione Folgore, alcuni membri della quale si lasciano andare ad atti di violenza gratuita nei confronti della popolazione. Già nel luglio 1945 il vescovo Geisler interpella il maresciallo Harold Alexander, comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo, chiedendo che i militari italiani siano rimpiazzati da truppe alleate. Una lettera forse non spedita. In settembre analoga richiesta è avanzata al governatore militare alleato, William McBratney: vi si accusano i militari di omicidio, violenze, arbitri e minacce[33].

Cuore tra sacro e profano

Nel maggio del 1945 l’appello del vescovo Geisler alla devozione al S. Cuore pubblicato sul Brixener Diözesanblatt fa riferimento a temi spirituali ed esistenziali come l’assenza di carità e di fede, la questione dell’ateismo e di uno sviluppo tecnologico senz’anima[34]. Nei primi mesi del 1946, l’anno del centocinquantenario, Geisler torna sull’argomento con la lettera di Quaresima[35] ed una pastorale apposita, in giugno, per la festa del S. Cuore[36]. Ad essere toccati sono sempre temi di ordine morale, spirituale e pastorale. Tuttavia si fa esplicito appello al rinnovo del “voto” del 1796 per ottenere “la protezione e la benedizione del Cielo su di noi e la nostra terra”[37].

Al di là dei documenti pastorali, la curia brissinese non esita a legare le rivendicazioni politico-diplomatiche alla devozione al S. Cuore, che va coltivata proprio con l’intenzione del raggiungimento di una soluzione della questione dei confini nel senso della riunificazione del Tirolo[38]. “Cuore di Gesù, ti affidiamo la nostra terra e il nostro popolo”, così il vescovo invita a pregare prima dei pasti[39].

A Trento tira un’aria tutta diversa. Si è più concentrati sull’anniversario del Concilio di Trento che non su quello del voto al S. Cuore[40]. Quanto alla chiamata a dimostrazioni di massa per la riannessione all’Austria, queste, nell’aprile 1946, sono espressamente vietate dal provicario Kögl che diffida dallo strumentalizzare il nome di Dio per motivi politici. Kögl fa esplicito riferimento all’anno 1939, quando ragioni nazionali hanno prevalso consegnando i fedeli alla propaganda nazionalsocialista[41]. Una posizione, quella di Kögl, dura e decisa e per questo disapprovata da una parte del clero e dal vicario generale brissinese[42].

Toni critici da Trento anche a proposito del festeggiamenti del 150° anniversario del voto al S. Cuore. Kögl interviene con un documento articolato ad esigere che non si confondano le istanze politiche con quelle religiose, affermando che la devozione al S. Cuore non può avere nulla a che spartire con l’odio etnico. Celebri le parole: “Il Signore non ha promesso nulla ai tirolesi che non abbia promesso anche a tutti gli altri popoli”[43].

Una grande celebrazione a cielo aperto (il Duomo è ancora in rovina) a Bolzano si tiene il 30 giugno. Presenti i rappresentanti della SVP e quelli delle due diocesi (ma assenti i due vescovi[44]), la giornata scorre senza disordini, restando il discorso legato ai soli aspetti religiosi di una devozione secolare[45].

Come osserva J. Goller[46], queste manifestazioni religiose non hanno solamente un obiettivo politico: “Forme di culto e cerimonie comuni come i pellegrinaggi di massa mantenevano (i cattolici) nella loro visione del mondo e nella morale”.

I partiti cattolici

La DC altoatesina, almeno in parte, fa riferimento alla tradizione popolare cattolica italiana e a quella cristiano-sociale austriaca che si fonde nella figura di Alcide Degasperi, capo del governo dal dicembre 1945 al 1953. Degasperi aveva collaborato attivamente (in attività giornalistiche, politiche e sindacali) col vescovo di Trento Endrici, esponente di spicco del cattolicesimo sociale fin da professore, a fine ‘800. Ora è lui a discutere del nuovo assetto autonomistico al tavolo della pace di Parigi. La DC altoatesina, nel costituirsi, guarda fin da subito sia a Trento che a Roma.

Centrale il ruolo di religiosi e laici cattolici nella ricostituzione del tessuto sociale e istituzionale, in particolare per quanto riguarda il mondo di lingua tedesca, e nella fondazione della Südtiroler Volkspartei.

Il canonico Gamper è impegnato per il futuro assetto della regione ancora mentre si trova a Roma. Scrive e sottoscrive appelli e memoriali in favore dell’aggregazione del Sudtirolo all’Austria o, in alternativa, della creazione di uno stato libero. Più volte personaggi di chiesa a Roma e in Vaticano vengono interessati alla questione[47].

Tornato a Bolzano Gamper assume la direzione dell’Athesia[48]. Concentratosi sul Dolomiten, unico quotidiano di lingua tedesca, Gamper esprime una posizione autonoma, non strettamente legata né alla curia né al partito[49].

In quegli anni la posizione di Gamper – approvata e seguita da Pompanin e Geisler – crea qualche imbarazzo alla curia di Trento, che ha su di lui la competenza territoriale e gerarchica. Essa è in contrasto con le posizioni del vescovo e del provicario Kögl. Kögl, da parte sua, è l’unico sacerdote che si esprime contro l’atteggiamento etnico-nazionale della curia di Bressanone. Tuttavia a livello diocesano tridentino non si prendono misure concrete per impedire l’attività di Gamper[50].

Il vescovo Geisler appoggia la SVP fin dal suo nascere, nel maggio 1945, con aiuti finanziari e stimolando la mobilitazione del clero, soprattutto nel primissimo dopoguerra, a favore del partito[51]. La SVP tuttavia non è un partito confessionale come lo erano stati quelli attivi prima della Grande Guerra, nei quali il clero ricopriva incarichi di primo piano. E’ un partito di raccolta che tende a superare le differenze e le fratture emerse nel gruppo tedesco, soprattutto a causa delle opzioni, nel nome della comune appartenenza etnica.

All’interno del partito si evidenziano due tendenze, una più liberale e quella più radicale. Esse coincidono non solo con le realtà urbane (la prima) e con le realtà rurali (la seconda), ma anche con i rispettivi territori diocesani: moderato e liberale quella che fa capo a Trento, più radicale quella che fa capo a Bressanone[52].

Malgrado i diversi trascorsi in tema di opzioni (Gamper con i Dableiber, la curia brissinese per l’opzione), Gamper, Geisler e Pompanin superano le proprie differenze aderendo ed ispirando la linea dura all’interno della SVP, quella che è stata definita “corrente brissinese”[53].

L’intervento della curia di Bressanone nei primi anni del dopoguerra condiziona pesantemente la vita del partito di raccolta. In occasione delle elezioni politiche del 1948 la lista dei candidati è di fatto decisa col beneplacito di Pompanin e Gamper. Dai candidati, soprattutto se di estrazione liberale, la dirigenza diocesana vorrebbe precisi impegni a riguardo del perseguimento del punto di vista cattolico su scuola, famiglia, rapporti con lo stato e mondo del lavoro[54].

La “corrente brissinese” sarebbe addirittura per stringere un’alleanza con l’ASAR anziché con la DC, in contraddizione con la linea dell’anticomunismo altrimenti dichiarata. Un altro tema questo che causa forti incomprensioni fra Bressanone e Trento. Alla fine prevale l’idea dell’alleanza con la DC, i cui fautori non si trovano solo a Trento ma anche tra i “liberali” della SVP, in parte del clero brissinese e nei circoli economici[55].

Il vescovo di Bressanone dà chiare indicazioni di voto per la SVP e la DC[56], anche se la stampa di lingua tedesca impone poi una distinzione tra “voto cristiano” e voto connotato etnicamente, suggerendo di fatto che l’unico partito che rappresenta identità etnica e religiosa è il partito di raccolta[57]. Da parte sua il vescovo di Trento sottolinea il dovere (“obbligo grave”, dato che “chi non vota, vota per il comunismo”[58]) per i cattolici di recarsi alle urne e di esprimersi “per il partito e le persone che diano garanzia di tutelare i diritti di Dio, della Chiesa e del bene comune”[59].

Fin dai primi giorni del dopoguerra de Ferrari aveva sottolineato l’opportunità che i cattolici (come singoli, non come organizzazioni), prendessero “parte attiva alla vita politica”, aderendo “a partiti che offrono sicure garanzie di rispettare la Religione, la Chiesa cattolica, la sua dottrina e i suoi diritti”[60].

Nell’aprile 1948, il Foglio diocesano di Trento ribadisce le indicazioni sul voto[61]. Il settimanale diocesano fa aperta propaganda per la DC di Degasperi e contro il Fronte popolare. Nelle parrocchie nascono i “comitati civici” con lo scopo di sostenere il partito cattolico e di assistere gli elettori, soprattutto quelli più dubbiosi, nell’esercizio del voto[62]. Analoghi appelli in occasione delle elezioni regionali di novembre[63].

Parole simili giungono da Bressanone[64] a seguito delle direttive che provengono a più riprese dal Vaticano e dall’episcopato triveneto. La curia interviene infine pesantemente anche quando si tratta di eleggere, nel luglio 1948, il nuovo segretario del partito[65]. Con l’uscita di scena di Erich Amonn da segretario SVP ha fine la lotta di potere tra i cattolico-conservatori della “corrente brissinese” e i liberali, padri fondatori della SVP[66]. Nuovi equilibri vanno formandosi anche a livello nazionale e internazionale, mentre il vescovo Geisler ormai, anche per ragioni di salute, riduce via via la sua attività.

La riconciliazione tra optanti e Dableiber

Una delle preoccupazioni della chiesa altoatesina nei primi anni del dopoguerra, in particolare a Bressanone, è la riconciliazione tra coloro che al tempo non lontano delle opzioni si erano schierati su campi avversi[67].

Quella di relativizzare il più possibile le passate simpatie di parte della popolazione per il regime nazista e di cancellare l’equazione “optanti uguale nazisti”, è una necessità non solo pastorale, ma in primo luogo politica. Nei confronti dello stato italiano e dei partiti del CLN è necessario dimostrare unità e compattezza.

Non sempre questo ricondurre tutto al comune denominatore etnico ha successo. Personaggi come Hans Egarter, esponente di spicco della Lega Andreas Hofer, sono recalcitranti e vengono strumentalizzati sia dalla SVP che da parte italiana[68]. Persone di lingua tedesca collaborano e, fino alle elezioni del 1948, partecipano attivamente anche alle attività della DC[69]. Un ruolo specifico è quello giocato – nei rapporti tra DC, SVP e Roma – dal cattolico August Pichler, avvocato di Bronzolo, unico altoatesino di lingua tedesca ad essere membro della Consulta nazionale a Roma, tra il 1945 e il 1946[70].

Un esempio particolare degli sforzi della chiesa brissinese volti a superare il dissidio delle opzioni e a dare la sua benedizione al progetto politico intrapreso con la fondazione della SVP è dato dall’impegno diretto assunto dal giovane Joseph Gargitter, futuro vescovo di Bressanone e di Bolzano-Bressanone. Nel giugno 1945 egli accetta la nomina a sindaco di Luson, suo paese natale, dove le due fazioni non riescono a trovare un personaggio super partes cui affidare l’amministrazione del comune. Il ventottenne Gargitter, che riuscirà nel compito di placare gli animi, lascia l’incarico pochi mesi dopo, nel settembre 1945[71].

Pastorale e implicazioni politiche

Un esempio di commistione tra problemi pastorali e preoccupazioni politiche è quello legato all’apertura a Bolzano di una sezione della curia di Trento, una proposta che emerge di tanto in tanto, fino ai primi anni ’60. Nel 1946 è all’ordine del giorno il progetto di trasportare a Bolzano la residenza del vescovo ausiliare (nella fattispecie mons. Rauzi) e della sezione altoatesina della curia.

Premesso che la cosa richiede l’approvazione della S. Sede, il vescovo de Ferrari espone in un suo scritto i pro ed i contro della proposta[72]. Un vantaggio consiste nella maggiore vicinanza di Bolzano rispetto a Trento per molti abitanti della periferia. Inoltre “vi sarebbe più contatto col popolo, più informazione a viva voce nelle questioni di ambiente e per i numerosi Italiani a Bolzano opportuno un centro di direzione perché si tratta di gente di tutte le province d’Italia e quindi priva di tradizioni”. Lo svantaggio sul piano pastorale sarebbe il crearsi di “due binari divergenti” tra il vescovo a Trento ed il vescovo-vicario a Bolzano.

Ma ci sono dei risvolti politici:

“Le tendenze che aspirano all’unità politica ed ecclesiastica dell’Alto Adige considererebbero forse una filiale della Curia di Trento a Bolzano come un ostacolo di una unione futura della parte tedesca a Bressanone. Altri che attualmente per motivi contingenti sono contro Bressanone vedrebbero in una Curia a Bolzano un inutile doppione”.

Interessanti anche altre considerazioni dell’arcivescovo:

“Se poi la sezione di Curia a Bolzano fosse finanziariamente favorita dal Governo sarebbe sospetta ai Tedeschi come un’esponente politico di snazionalizzazione. Gl’Italiani poi di Bolzano forse non sarebbero serviti con una Curia composta in prevalenza da impiegati tedeschi mentre i Tedeschi considererebbero come un affronto una Curia composta in prevalenza da Italiani. Tutto ciò causa la tensione e sensibilità nazionalistica in quella zona di confine”.

Uomini di chiesa e vie di fuga

Subito dopo la guerra personaggi di rilievo della chiesa altoatesina[73] risultano coinvolti nell’agevolare la fuga di uomini compromessi a vario titolo col passato regime. Come ricostruisce G. Steinacher[74], si tratta in particolare, ancora una volta, del vescovo di Bressanone Geisler e del suo vicario generale Pompanin. I motivi di questo impegno andrebbero ricercati in particolare nell’anticomunismo, nel “desiderio di rinnovamento religioso” e nell’atteggiamento nazionalistico che porta ad aiutare i propri “connazionali” in quanto tali[75].

Figura di riferimento nell’assistenza ad esponenti del regime nazista è il vescovo Alois Hudal, rettore del Collegio di Santa Maria dell’Anima a Roma, presidente del comitato austriaco della PCA[76]. L’Alto Adige, terra di passaggio, si trova sulla via di fuga e mons. Hudal da Roma intesse contatti con la dirigenza diocesana. Tuttavia non sempre i suoi interventi trovano disponibilità ed ascolto a Bressanone, come nel caso della richiesta di un’amnistia per gli ex nazisti da proporsi all’attenzione del papa[77].

Secondo G. Steinacher “diversi conventi in Alto Adige divennero importanti stazioni sulla via per Roma e Genova. Si parlò di un ‘tour dei conventi’ (Klostertour) dei criminali di guerra”[78].

In una casa religiosa altoatesina fa tappa Franz Stangl, comandante dei KZ di Sobibor e Treblinka[79]. Nel dicembre 1945, a seguito di una perquisizione, i carabinieri di Merano trovano nella casa dell’ordine teutonico di Lana soldati fuggiaschi e collaboratori di vari Paesi europei, oltre ad armi, materiale militare, denaro ed opere d’arte[80]. Nazisti in fuga sarebbero stati alloggiati nel convento dei cappuccini di Bressanone (il Kreisleiter di Braunschweig Berthold Heilig) e nel convento dei francescani di Bolzano (niente meno che Adolf Eichmann)[81].

Uno strumento per favorire il transito attraverso l’Italia in vista di un’emigrazione oltre oceano è il battesimo cattolico che alcuni esponenti del regime hitleriano chiedono e ottengono col consenso del vescovo. E’ noto il caso di Erich Priebke e della sua famiglia, battezzati “sub conditione” (in origine sono evangelici) a Vipiteno dal parroco Johann Corradini. Quest’ultimo è in buoni rapporti con Pompanin fin dalla sua gioventù. Priebke viene “ribattezzato” il 13 settembre 1948[82]. Accolta e “denazificata”, attraverso il battesimo cattolico, è anche la famiglia di Martin Bormann[83].

Nella primavera del 1950 pure Adolf Eichmann sarà aiutato dal parroco di Vipiteno, prima di raggiungere Bolzano dove sarà ospite del convento dei francescani.

In quegli anni diversi esponenti del Terzo Reich che avevano abiurato alla fede cattolica, fanno ritorno alla loro appartenenza ecclesiastica[84]. Battesimi sono impartiti in diverse case religiose di Bressanone e nello stesso palazzo vescovile[85].

Le motivazioni di sacerdoti e religiosi che si prestano a tali pratiche oscillano tra una preoccupazione più specificamente pastorale legata al loro ministero e le simpatie più o meno esplicite per il passato regime o, piuttosto, il timore del bolscevismo antireligioso.

In molti casi, soprattutto quando si tratta di semplici soldati, prevalgono le motivazioni umanitarie. Preti altoatesini si preoccupano, anche da parte italiana, di ricucire le relazioni sociali che il conflitto e le dittature avevano compromesso. “Finita la guerra – è la testimonianza di don Primo Michelotti, cappellano a Santo Spirito di Merano – feci parecchi avventurosi viaggi per cercare i giovani meranesi già arruolati tra i repubblichini e fatti prigionieri dagli americani. Fui il primo che poté entrare nel campo di Coltano (Pisa), dove trovai quasi tutti”[86]. L’attività a favore dei prigionieri svolta dal francescano p. Patrizio Redolfi, dal cappuccino p. Eusebius Duregger e da Gisela Moroder viene assunta a fine 1945 da una sezione interdiocesana della PCA[87].

I campi del Pisano sono visitati dal vescovo Geisler il 12 maggio 1946, accompagnato da Friedl Volgger. Ci sono internati 300 sudtirolesi[88]. Pure la diocesi di Trento fin dai primi giorni del dopoguerra interviene a più riprese con iniziative in favore dei molti sudtirolesi ancora tenuti prigionieri nei campi[89].

Commissioni di assistenza

Nel dopoguerra l’impegno principale cui singole parrocchie e istituzioni diocesane dedicano ogni risorsa è l’assistenza alle migliaia di persone che si trovano in condizioni di povertà, senza casa, senza lavoro, senza patria.

Centrale, in tutta la provincia, il ruolo della Pontificia Commissione di Assistenza (PCA, in seguito POA). Istituita nel 1944 da papa Pio XII, essa nasce con l’obiettivo di soccorrere i profughi e di distribuire gli aiuti provenienti soprattutto dagli Stati Uniti.

La sezione della PCA di Bolzano comincia di fatto a funzionare nell’estate del 1945[90]. L’arcivescovo conferisce un incarico specifico a don Giacinto Carbonari che si avvale per espletarlo dell’aiuto di alcuni membri dell’Azione cattolica (soprattutto femminile), i quali già durante la guerra si erano impegnati negli aiuti agli internati del campo di concentramento. In tutta la diocesi il 30 dicembre 1945 è indetta la prima “Giornata della Carità”. Il denaro delle offerte raccolte viene destinato all’opera dei “Volontari della Ricostruzione”[91].

Il lavoro di soccorso è inizialmente indirizzato alla massa dei reduci che con ogni mezzo disponibile affluiscono a Bolzano dal passo del Brennero e dagli altri valichi. La PCA di Bolzano collabora in quei primi mesi con il Centro Assistenza Rimpatriati (CAR) nella sua sede nelle caserme di via Merano, e poi nel posto di smistamento allestito presso il deposito della stazione per l’inoltro a Pescantina (dove c’è un altro centro analogo)[92]. Ogni giorno giungono a Bolzano automezzi delle PCA diocesane da quasi tutta l’Italia settentrionale e centrale, per condurre a casa i rimpatriati.

Va pure segnalata l’attività dei Padri domenicani di Bolzano i quali (data la carenza assoluta di locali in città a causa delle distruzioni belliche) mettono a disposizione dei reduci il loro convento.

L’Azione cattolica femminile, in seguito, ottiene dalla Croce Rossa i padiglioni sinistrati dell’Ospedale Militare, e così la PCA può collaborare ad un nuovo posto di ristoro e sviluppare la propria attività. Varie PCA e Commissioni di diverse città prendono sede stabile nei padiglioni dell’ospedale. Prigionieri sparsi e a gruppi vi trovano asilo. Spesso si devono accogliere a sera anche 300-400 persone.

In un primo tempo la direzione del CAR passa il quantitativo necessario per la confezione della minestra, ma ben presto nei nuovi padiglioni la PCA deve fare da sé, accordandosi con le altre Sezioni diocesane interessate. Media giornaliera dei pasti: 700, con assistenza saltuaria agli ospedali.

Ridotta in seguito la ressa dei rimpatriati, la sezione della PCA di Bolzano rivolge l’opera di assistenza alle famiglie bisognose con i cosiddetti “Refettori del Papa”. Data la fisionomia dell’Alto Adige, la gran parte dei poveri è costituita dagli operai immigrati a Bolzano e a Merano, affittuari di ambienti ristretti, e perfino di locali di fortuna come ruderi di case sinistrate e caverne. Da ciò lo sviluppo dei Refettori in particolare a Bolzano e a Merano.

Una posizione notevole nell’attività della Sezione di Bolzano della PCA negli anni immediatamente successivi alla guerra, è rappresentata dalla sottosezione di Merano (ci sarà una sottosezione anche a Laives), inizialmente costituita in Sezione speciale, presieduta da don Massimiliano Mazzel con la collaborazione di don Primo Michelotti e di altre persone. Merano è scelta come Centro Ospedaliero per i reduci ammalati, e nei suoi grandi alberghi, nelle sue pensioni e in qualche caserma trovano sistemazione sino ai primi del 1947 migliaia di reduci[93].

In quegli anni a Merano funzionano inoltre un posto di ristoro nella pensione Patria; un dormitorio per i familiari dei reduci ammalati che affluiscono da ogni parte d’Italia per visitare i loro cari; un ufficio di informazioni e notizie per i reduci e le rispettive famiglie.

Nei primi anni del dopoguerra – consideriamo qui solo il periodo che va dal 1945 al 1948 – la PCA di Bolzano è attiva su diversi fronti, primo fra tutti quello dell’assistenza alla gioventù. Essa si svolge nelle colonie marine e montane, nei campeggi, nelle colonie domenicali, nei doposcuola e nei punti di appoggio per il turismo giovanile. Tra colonie, soggiorni e campeggi si passa dai 190 assistiti del 1946 ai 1.680 del 1948.

Ai bambini bisognosi che già hanno frequentato i soggiorni estivi, nel periodo invernale si offre la “colonia domenicale”. Per l’annata 1947/48 si contano 5.600 presenze che l’anno dopo raddoppieranno quasi.

A Merano ci sono due istituti per minori. L’istituto Regina Pacis per bambine (dai 6 ai 15 anni) è sorto nel 1946 per opera dell’Apostolato della Carità “per i figli di perseguitati politici e vittime della guerra”. Passerà alla PCA nel 1949 e verrà sistemato in un ex albergo di proprietà dell’Opera Nazionale Combattenti.

L’istituto per bambini Pastor Angelicus, sorto nel 1945 col nome di “Don Narciso Sordo” ad opera dell’Apostolato della Carità, passa alla POA nel 1949. Dapprima ospite di altre strutture, è trasferito nel 1950 nell’ex pensione Aosta di Maia Alta.

A Bolzano per i figli degli operai della zona industriale funziona la scuola materna S. Pio X in via Resia.

Altro fronte di azione è il sostegno alle varie categorie svantaggiate: famiglie indigenti, disoccupati o inabili al lavoro, persone di passaggio. Per queste persone si predispongono pacchi viveri contenenti generi alimentari di prima necessità, pacchi di vestiario (con indumenti nuovi o usati) e calzature.

Oltre ai refettori popolari (con la distribuzione quotidiana di una razione abbondante di minestra calda, 1500 nel 1945) si apre un ristorante economico e si distribuiscono generi alimentari e di conforto ai detenuti delle carceri di Bolzano.

Le persone di passaggio, per lo più braccianti in cerca di lavoro, vengono assistite con viveri, col pagamento di biglietti ferroviari, con l’elargizione di contanti per bisogni urgenti e accertati. Altra attività della PCA è l’assistenza agli emigranti verso l’estero (alla partenza consegna di un cestino per il viaggio ecc.) ed agli operai nei cantieri di lavoro cui vengono fatti avere viveri o pasti caldi.

Vengono inoltre assistiti diversi istituti religiosi o per l’infanzia, sempre con la distribuzione di generi vari che provengono dagli Stati Uniti o che vengono acquistati direttamente dalla PCA.

Nel dopoguerra la chiesa è attiva nel campo sociale anche con altre organizzazioni come ad esempio l’ONARMO, che coordina l’assistenza religiosa agli operai nelle fabbriche, e le ACLI e KVW, tramite cui sorgono circoli in tutta la provincia.

Interventi sociali a Bressanone

Le attenzioni pastorali del vescovo Geisler nell’immediato dopoguerra valgono a tre categorie particolarmente colpite dal conflitto: i reduci, i giovani e gli indigenti[94]. Con la lettera pastorale del 22 ottobre 1945 egli stabilisce che ogni mese ci sia una raccolta di denaro in chiesa a favore dei bisognosi e delle vittime della guerra[95].

Una prima preoccupazione della diocesi è legata al ritorno a casa dei prigionieri di guerra sudtirolesi. Un’altra è quella per gli altoatesini emigrati in seguito alle opzioni, molti dei quali, data la loro situazione incerta, sono ora pronti al ritorno in patria. I ripetuti interventi del vescovo presso le autorità alleate ed il Vaticano non hanno esito[96]. La questione delle riopzioni infatti diviene oggetto delle trattative di pace e  degli accordi tra Austria e Italia.

La Caritas diocesana a Bressanone opera pienamente dal 1947 diretta da Johann Prenn. Oltre che ad organizzazioni attive da molto tempo, come la Società di San Vincenzo, la Caritas si affianca alla sezione della PCA, maggiormente orientata al gruppo di lingua italiana.

Sono settantamila circa i reduci cui la PCA rivolge le sue cure dal momento in cui gli eserciti cessano di combattersi[97]. Pane, frutta, medicinali vengono largamente distribuiti ai soldati che rientrano dalla prigionia in condizioni fisiche quasi sempre precarie. Nel solo posto di ristoro del Brennero, che funziona fin dal giugno del 1946, sono distribuiti 200 quintali di pane e 40 quintali di frutta, oltre ai viveri giunti direttamente al Brennero da Roma, insieme ai capi di vestiario di cui ha estremo bisogno chi torna. Dai primi mesi del 1946 in poi hanno inizio le iniziative assistenziali a carattere continuativo con l’istituzione di una refezione scolastica. In media si distribuiscono 250-300 razioni al giorno nel periodo da novembre a giugno. Nel luglio dello stesso anno viene aperta la prima colonia diurna, quella di Castellano, che continua a funzionare negli anni successivi. In essa saranno raggiunte, alla fine del 1953, novantaseimila presenze effettive giornaliere, con una media di 400 bambini all’anno.

I campeggi si iniziano nel 1948. Anche l’attività delle colonie estive si estende. Centinaia di bambini bisognosi vengono avviati alle prime colonie marine dirette dalla Sezione di Bolzano. Dal 1949 la Sezione brissinese provvede al mantenimento della colonia permanente “Regina Elena” per i bambini orfani della zona. Per le colonie estive sono assistiti 1.886 bambini nel 1946, 7.051 nel 1947 e 8.084 nel 1948. Nel corso delle colonie diurne nel 1948 si distribuiscono 8.120 chilogrammi di viveri.

Di seguito qualche altro dato sull’attività assistenziale della diocesi di Bressanone. Le “Mense dei poveri” aprono nel 1946 e poi continuano sotto il nome di Refettori del Papa. Nei primi anni ne beneficiano anche i conventi e il clero povero. Le mense si estendono a tutte le principali località della diocesi. Quella per gli studenti funziona dal 1946 con una media di 65 commensali.

L’assistenza ai nuclei familiari continua in tutti gli anni, dal 1946 in poi, con la distribuzione di viveri e di indumenti. Nella diocesi prosegue, per iniziativa della PCA, l’assistenza ai carcerati, agli orfani e ai malati.

Dalla sua fondazione la PCA di Bressanone è presieduta dal canonico Giuseppe Franco[98]. Ogni anno in novembre si celebra la Giornata della Carità[99]. Altre preoccupazioni del vescovo sul piano pastorale, in quei primi anni del dopoguerra, riguardano “il valore e l’importanza della domenica cristiana”[100], la famiglia e il ruolo dei genitori[101], il mondo del lavoro.

Le ACLI e il KVW

La tendenza ad affrontare ogni questione suddivisi per gruppo linguistico, oltre che nelle attività sociali e assistenziali si manifesta nell’associazionismo cattolico legato al mondo del lavoro. Già nel 1946 a Bolzano sono attive le ACLI[102] e nasce il Patronato (Segretariato del popolo). All’inizio del 1947 si costituisce il primo direttivo delle ACLI, presieduto, come il Patronato, da Sandro Panizza. A livello nazionale, tra le altre cose, il nuovo movimento ha l’intento di dare voce ai lavoratori cattolici che si trovano in minoranza all’interno del sindacato unitario (CGIL). In quegli stessi anni, su indicazione dei vescovi[103] e della S. Sede (le ACLI “possono riuscire un valido mezzo per l’auspicato ritorno delle masse operaie a Cristo”[104]), sorgono i circoli periferici in tutta la provincia[105]. A Bressanone il “Segretariato del popolo” è fondato nel 1948. Nello stesso anno si crea un primo circolo ACLI a Brunico[106].

Le ACLI si rivolgono principalmente al gruppo italiano il quale, oltretutto, è maggiormente occupato nel settore industriale. L’iniziativa di fondare un pendant di lingua tedesca parte dalla curia di Bressanone, precisamente dal vicario generale Pompanin che prende ispirazione dalla neonata esperienza aclista. Accanto alla dirigenza delle ACLI (Sandro Panizza e Luigi Covi), nell’opera di fondazione è coinvolto il futuro vescovo Gargitter il quale, anche in seguito, sarà sempre particolarmente vicino al movimento[107].

Gli statuti della nuova associazione, il KVW (Katholischer Verband der Werktätigen) sono registrati a Bressanone e sottoscritti dai vescovi di Bressanone e Trento. Come le ACLI, il KVW ha una fisionomia provinciale anziché diocesana. E’ dunque uno degli elementi che prefigura la nascita di una diocesi il cui territorio coincida con quello della provincia[108].

Lo scopo di ACLI e KVW consiste sostanzialmente nell’aiutare i lavoratori a migliorare la loro situazione socio-economica in base ai principi del pensiero sociale cattolico. Molto marcato è l’atteggiamento anticomunista dei due movimenti. Nel caso di un colpo di stato comunista sarebbe stata addirittura preparata una rete di resistenza armata con sede in un convento di Padova e con una radio clandestina pronta a trasmettere dalla sede dell’Athesia. L’organizzatore di tale rete, Toni Ebner, avrebbe goduto dell’appoggio di Gamper, Ferrari e Panizza[109].

Il KVW è fondato formalmente nell’agosto del 1948[110]. La nascita di ACLI e KVW prelude alla rottura dell’unità sindacale seguita alle elezioni politiche del 1948 e all’attentato a Togliatti. Movimenti laici di ispirazione cristiana, le due associazioni saranno artefici della fondazione del sindacalismo cattolico[111] e resteranno a lungo collaterali l’uno alla DC, l’altro alla SVP. Lo stesso si può affermare delle altre espressioni ecclesiali (il clero, l’associazionismo in genere e la stampa), sempre su posizioni di aperto appoggio a DC e SVP, in nome soprattutto dell’anticomunismo, in modo particolare a partire dalla campagna elettorale della primavera del 1948.

L’autonomia pastorale della parte altoatesina

Già prima della revisione dei confini, la parte altoatesina della diocesi di Trento gode di una certa autonomia sia pastorale che amministrativa. Mons. Josef Kögl dal 1931 ricopre l’incarico di delegato arcivescovile o provicario per la parte tedesca (il cosiddetto “Bozner Anteil der Diözese Trient”) e dal 1948 di vicario generale. Mons. Kögl, pur residente a Trento, amministra la parte altoatesina con polso e saggezza e molti lo hanno definito “il vero vescovo di Bolzano in quegli anni”.

Scrive de Ferrari in un promemoria del 1946:

“Le tradizioni pastorali nella parte tedesca molto gelosamente custodite sotto vari aspetti sono differenti da quelle del Trentino causa i diversi costumi delle popolazioni relative”.

“La parte tedesca ha patrono proprio (S. Giuseppe), proprio rituale diocesano, proprio seminario minore e liceo, propria opera delle vocazioni, propria mutua del clero, proprio Foglio diocesano…”

Ma aggiunge:

“Se ci sono differenze fra la parte tedesca e il Trentino, ci sono anche differenze fra la parte tedesca e Bressanone. Varie costumanze sono diverse, causa l’influsso d’oltre Brennero subito da Bressanone. Per portare un esempio: a Bressanone si può mangiare carne anche a sera nei giorni di digiuno, nella parte tedesca di Trento no…”[112]

Un primo tentativo di unire le associazioni di Azione cattolica di lingua tedesca delle due diocesi era stato attuato già nel 1927/28, quando don Alfons Ludwig aveva fondato l’AC in Alto Adige, retta da una “Giunta interdiocesana”. L’iniziativa era stata duramente attaccata dall’Archivio di Tolomei in quanto “tende a costituire circoli giovanili cattolici tedeschi i quali si contrapporrebbero indubbiamente, in pratica, alle organizzazioni dei Balilla e degli Avanguardisti”[113].

Nel dopoguerra i movimenti laicali si riorganizzano sul modello dell’Azione cattolica e delle indicazioni fornite dal Vaticano nel 1946 con i nuovi statuti[114].

Anche nelle comunità parrocchiali di lingua italiana si ha una certa rinascita associativa. Accanto ai gruppi di AC si affermano l’ASCI e l’AGI (lo scautismo cattolico) e si aprono gruppi sportivi e ricreativi[115].

Le parrocchie dell’Alto Adige “che dopo il 1918 sono state affidate a sacerdoti italiani (Cristo Re, Don Bosco, Ss. Rosario a Bolzano; S. Spirito e Borgo Vittoria a Merano; poi Bronzolo, Laghetti, Pochi, Salorno e Vadena), vengono curate dalla sezione italiana della Curia”[116]. Detto questo, anche la popolazione italiana di Bolzano, pur facendo riferimento al vicario generale di Trento (mons. Pasquale Bortolini), è amministrata con una certa autonomia[117]. Secondo le statistiche diocesane i fedeli di lingua italiana nel 1946 sono circa 95.000: 9.300 vivono sparsi in 109 località, curati da sacerdoti di lingua tedesca, il resto in luoghi in cui operano uno o più sacerdoti di lingua italiana[118].

Nel 1949 per i fedeli italiani del capoluogo viene istituito il decanato bolzanino di S. Quirino[119]. L’Azione cattolica di lingua italiana ha una sezione bolzanina che agisce in modo autonomo, rispondendo direttamente al decano. Anche la Pontificia Commissione di Assistenza (PCA), si è detto, dal 1945 è organizzata in modo indipendente. Le ACLI e il KVW, come già visto, hanno fin da subito una fisionomia provinciale: alla sede di Bolzano fanno capo tutti i circoli dell’Alto Adige.

A Bolzano, in via Weggenstein (allora via Macina, storica sede del Sodalizio Cattolico Italiano), si concentrano molte attività diocesane: vi hanno sede la PCA (inizialmente), il Segretariato del Popolo e la redazione bolzanina del settimanale diocesano Vita Trentina.

La circostanza che lega in modo particolare Bolzano e Merano all’arcidiocesi di Trento è il fatto che i sacerdoti altoatesini di lingua italiana, salvo qualche eccezione, sono tradizionalmente tutti di origine trentina. Sono essi a farsi carico quasi integralmente della pastorale tra la popolazione cittadina, ambientandosi nella particolare situazione dell’Alto Adige e non esitando ad instaurare anche i primi contatti con la diocesi di Bressanone.

Emblema della ripresa pastorale del dopoguerra a Bolzano è l’apertura al culto della chiesa di Don Bosco, il 21 dicembre del 1947.

“Era spoglia e disadorna, intonata sia internamente che esternamente con la povertà del quartiere. Il pavimento di cemento grezzo, i muri non intonacati, dei quali si sarebbero potuti contare i sassi, le finestre chiuse con lastre di masonite con piccole feritoie per far filtrare un po’ di luce, qualche lampada pendente dalle travi del tetto, e freddo, tanto freddo: così si presentava la chiesa quel 21 dicembre del ’47. ma c’era tanta gente, tutta la gente di don Bosco, riunita nella sua chiesa, e allora non si vedeva più il pavimento grezzo né si guardava ai sassi dei muri, non si sentiva più nemmeno il freddo. Ora la comunità poteva festeggiare degnamente il Natale”[120].

La cura d’anime in due lingue. I casi di Bolzano, Merano e Bressanone

Sia Trento che Bressanone sono diocesi caratterizzate dalla necessità di una pastorale articolata a seconda della pratica linguistica della popolazione. Con diversa intensità a seconda dei tempi e dei luoghi sono usate entrambe le principali lingue regionali. L’uso del ladino non ha ancora “dignità liturgica” ed esso è utilizzato come lingua veicolare, lasciando spazio all’italiano o al tedesco (oltre al latino) nelle celebrazioni.

Nelle parrocchie altoatesine (tridentine e brissinesi) nel corso dei secoli si è affermato l’uso del tedesco nei momenti liturgici e nella cura d’anime. Per i fedeli di lingua italiana sono normalmente nominati predicatori o cappellani con un incarico specifico, almeno fino alla fondazione delle nuove parrocchie cittadine.

Nella diocesi di Bressanone la pastorale italiana è affidata quasi esclusivamente alla cura di don Giuseppe Franco[121]. Nominato canonico del Duomo nel 1940, è l’instancabile punto di riferimento di una comunità che si compone in buona parte di persone provenienti dalle altre provincie, sradicate sul piano culturale e disorientate su quello politico e psicologico. E’ don Franco a fondare le ACLI, a pubblicare L’Angelo della Parrocchia (“il mensile più vicino alla comunità italiana della diocesi”, pubblicato a partire dal dicembre 1945[122]), a curare l’Azione cattolica (Gruppo uomini), la vita culturale, le liturgie e a mantenere i contatti con i vertici diocesani e la popolazione di lingua tedesca e ladina.

Per molti versi ambivalente l’atteggiamento del vescovo Geisler, dunque, che mentre si preoccupa di garantire la cura d’anime della popolazione italiana, al tempo stesso promuove una linea politica di carattere tedesco-nazionale[123]. Alla fine del 1946, proprio per impostare la cura d’anime per la popolazione italiana, la curia brissinese fa appello ai parroci affinché comunichino “il numero dei fedeli di madrelingua italiana e degli scolari” dicendo in che modo ci si prende cura di essi, “dal momento che negli ultimi anni il numero dei fedeli di madrelingua italiana è in parte fortemente cambiato”[124].

Nella parte tridentina dell’Alto Adige il problema pastorale posto dalla presenza di fedeli di due gruppi linguistici viene affrontato a seconda degli uomini e delle circostanze. In particolare nelle città di Bolzano e Merano lo sviluppo demografico e urbanistico richiede innovazioni anche sul piano pastorale, come la creazione di nuove parrocchie.

La scelta di fondo rimane quella di una cura d’anime distinta e parallela per i due gruppi linguistici, ognuno con propri sacerdoti e, almeno in parte, con proprie comunità e parrocchie.

Sia a Bolzano che a Merano i fedeli di lingua italiana, fino alla prima guerra mondiale, sono assistiti da preti incaricati specificatamente “pro italis” o da religiosi “concionatores italorum”. Nel periodo tra le due guerre fino all’immediato dopoguerra si creano nuove parrocchie in quelle zone in cui sono sorti quartieri abitati principalmente o esclusivamente da italiani: a Merano la parrocchia di Sinigo (1938), a Bolzano quelle di Oltrisarco (1941), Cristo Re (1943), Don Bosco (1948).

Nel capoluogo la parrocchia del Duomo rimane sede del decanato di Bolzano I, cui nel 1949 viene aggiunto il decanato di S. Quirino, allo scopo di riunire le parrocchie a maggioranza italiana della città di Bolzano e di Laives. A Merano già dai secondi anni ’30 i sacerdoti italiani presenti in città (in maggioranza catechisti nelle scuole) fanno riferimento alla chiesa di Santo Spirito. Quest’ultima viene eretta formalmente a parrocchia nel 1951.

E’ bene sempre tenere presente che quando si parla di “chiesa” ci si riferisce ad una realtà molto complessa, collegata ai più diversi settori della vita, dalla politica alla cultura, dall’economia all’amministrazione e così via. Chiesa è la piccola comunità che si riconosce nel messaggio evangelico, ma è anche l’organizzazione che si materializza storicamente in una realtà statuale o in un’istituzione gerarchica ben strutturata. Forse vale la pena tener conto che, come scriveva un anonimo del II secolo,

“i cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale”.

“Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”[125].

Non è compito dello storico dare valutazioni di ordine teologico quando l’oggetto del proprio studio è un’entità che fa riferimento ad una qualche tradizione religiosa. Tuttavia l’azione della chiesa cattolica nella storia, nella società, nella politica va interpretata anche alla luce della (e messa in relazione con la) sua missione originaria, ovvero la trasmissione di un patrimonio ideale. Missione cui essa, nelle sue più svariate articolazioni, riesce di volta in volta ad essere più o meno fedele.

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1998 Ich teile das Los meiner Erde. Condividerò la sorte della mia terra. August Pichler 1898-1963. Bolzano: Raetia

SEBERICH, Rainer
2000 Südtiroler Schulgeschichte. Muttersprachlicher Unterricht unter fremden Gesetz. Bolzano: Raetia

STEINACHER, Gerald
2008 Nazis auf der Flucht. Wie Kriegsverbrecher über Italien nach Übersee entkamen. Innsbruck: StudienVerlag

STEININGER, Rolf
2006 Autonomie oder Selbstbestmmung? Die Südtirolfrage 1945/46 und das Gruber-De Gasperi-Abkommen. Innsbruck: StudienVerlag

STICCOTTI, Leone – BOMBONATO, Costantino
1997 (a cura di) 50 anni delle ACLI altoatesine. 1947-1997. La continuità di un impegno. Bolzano: ACLI

STÜRZ, Thomas
1994 Der Katholische Verband der Werktätigen (KVW) – die Aufgaben und Leistungen im Laufe seiner Geschichte. Bressanone: Tesi di laurea

VALENTE, Paolo
2003 Il muro e il ponte. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea. Italiani a Merano prima della Grande Guerra. Trento: Temi

VALENTE, Paolo
1999 La sfida di una diocesi plurilingue: fatti e testimonianze sulla nascita della diocesi di Bolzano-Bressanone. Bolzano: Provincia autonoma di Bolzano. Scuola e cultura italiana

VALENTE, Paolo
1998 Oltre l’Isarco. Bolzano: Provincia autonoma di Bolzano. Scuola e cultura italiana

VALENTE, Paolo
2002 Pane & mare: i 50 anni della colonia 12 Stelle. Bolzano: Ideal

VALENTE, Paolo
2005 Porto di mare. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea. Italiani (e molti altri) a Merano tra esodi, deportazioni e guerre (1934-1953). Trento: Temi 

VOLGGER, Friedl
1985 Sudtirolo al bivio. Ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis3 (trad. F. Bettoni Marchesi)

WOLFSGRUBER, Karl
1987 “Die kirchliche Einigung Südtirols”. In: Der Schlern, 61: 203-219. Bolzano


[1] Lettera dell’arcivescovo de Ferrari, “Foglio diocesano di Trento”, n. 1, maggio 1945. La lettera è assente nel corrispondente “Folium dioecesanum tridentinum” per la parte altoatesina della diocesi, n. 4, 3 maggio 1945.

[2] Messaggio del vescovo Geisler ai diocesani, “Brixener Diözesanblatt”, n. 3, 4 maggio 1945, p. 9.

[3] Archivio Diocesano Tridentino, Carte de Ferrari, “Promemoria sulla parte tedesca della diocesi di Trento”, 12.1946

[4] Valente 1999

[5] Archivio Diocesano Tridentino, Carte de Ferrari

[6] Wolfsgruber 1987: 205

[7] Sui rapporti tra chiesa locale e Governo durante il periodo fascista vedi: Gelmi 1981; Benvenuti 1987

[8] “La Provincia di Bolzano”, 15.3.1928

[9] Commissariato del Governo Bolzano, AGPB, fasc. Politica ecclesiastica nella Venezia Tridentina, “Cenni della politica ecclesiastica nella Venezia Tridentina” (p. 10), Roma 28.2.1945, 1943, IV, 9

[10] Commissariato del Governo Bolzano, AGPB, fasc. Politica ecclesiastica nella Venezia Tridentina, “Cenni della politica ecclesiastica nella Venezia Tridentina” (pp. 10-11), Roma 28.2.1945, 1943, IV, 9

[11] Die Kriegsschäden, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 5-6, giugno-luglio 1945, p. 96

[12] Goller 2008: 93-95.

[13] Seberich 2000: 281.

[14] Goller 2008: 59.

[15] Goller 2008: 58

[16] Goller 2008: 59

[17] Goller 2008: 61

[18] Messaggio del vescovo Geisler ai diocesani, “Brixener Diözesanblatt”, n. 3, 4 maggio 1945, p. 10.

[19] Gelmi 2000: 142; Gelmi 1996: 100-109

[20] Hillebrand 1996: 92

[21] Gelmi 2000: 142

[22] Gelmi 2000: 142-143

[23] Lettera del principe-arcivescovo di Salisburgo A. Rohracher al presidente dei ministri irlandese E. de Valera, 18.6.1946, in: Steinacher 2006: 279-280

[24] Goller 2008: 99,106

[25] Goller 2004

[26] Goller 2008: 107-108

[27] Goller 2008: 111

[28] Gelmi 2000: 147

[29] “Die Forderungen nach der kleine Grenzberichtigung und die Südtiroler”, Can. Gamper, 29.5.1946, in Gehler 1996: 328-329; Goller 2008: 120

[30] Gelmi 2000: 168

[31] Goller 2008: 12

[32] Goller 2008: 126 ss.

[33] Gelmi 2000: 141

[34] La devozione al S. Cuore di Gesù, “Brixener Diözesanblatt”, n. 4, maggio 1945, p. 13-14.

[35] Pastorale di Quaresima, “Brixener Diözesanblatt”, n. 1, febbraio 1946, p. 1-12.

[36] Lettera pastorale per la festa del S. Cuore di Gesù, “Brixener Diözesanblatt”, n. 2, giugno 1946, p. 13-16.

[37] Erneuerung des Herz-Jesu-Bundes, “Brixener Diözesanblatt”, n. 1, febbraio 1946, p. 6.

[38] Gelmi 2000: 144

[39] Goller 2008: 111

[40] Jahrhundertfeier des Konzils, messaggio dell’arcivescovo de Ferrari, “Folium dioecesanum tridentinum”, n. 11, dicembre 1945; Il IV Centenario del Concilio di Trento, lettera pastorale di Quaresima, “Folium dioecesanum tridentinum”, n. 13, febbraio 1946.

[41] Gelmi 2000: 145

[42] Gelmi 2000: 146

[43] Gedanken zur Herz-Jesu-Jubelfeier (1796-1946), “Folium dioecesanum tridentinum”, n. 15, aprile 1946; Cfr. Gelmi 2001: 426-427

[44] Nel comunicare la sua assenza per “un indeclinabile impegno”, il vescovo di Trento fa sapere che il “voto” del S. Cuore, che “i veri credenti e i cattolici genuini fanno proprio” è “che tutti i popoli della terra e tutte le nazioni ‘unum sint’ e si affratellino nella giustizia e nella carità. Sicché uno solo sia l’ovile e uno il pastore, Cristo Gesù”, Zur Herz-Jesu-Jubelfeier, messaggio dell’arcivescovo de Ferrari, “Folium dioecesanum tridentinum”, n. 16, maggio 1946.

[45] Gelmi 2000: 148

[46] Goller 2008: 118

[47] Goller 2008: 60

[48] Goller 2008: 61

[49] Hillebrand 1996: 82

[50] Goller 2008: 62,64

[51] Goller 2008: 55-56; Gelmi 2000: 142; Gelmi 2001: 426

[52] Goller 2008: 57

[53] Goller 2008: 62

[54] Goller 2008: 140 ss.

[55] Goller 2008: 144

[56] Goller 2008: 145

[57] Goller 2008: 146-147

[58] “Vita Trentina”, 8.4.1948

[59] “Vita Trentina”, 1.4.1948

[60] Doveri sociali, “Foglio diocesano di Trento”, n. 3, luglio 1945, p. 510

[61] Il dovere dei cattolici in fatto di elezioni, “Foglio diocesano di Trento”, n. 2, febbraio 1948, p. 580-581. Analoghe indicazioni da Bressanonre, cfr. Weisungen an die Seelsorger bezüglich der Wahlen, “Brixener Diözesanblatt”, n. 2, febbraio 1948, p. 17-18

[62] “Vita Trentina”, 8.4.1948

[63] “Vita Trentina”, 18.11.1948

[64] La Chiesa e il diritto elettorale (Lettera pastorale), “Brixener Diözesanblatt”, n. 7, dicembre 1945, p. 33-34.

[65] Goller 2008: 148

[66] Goller 2008: 150

[67] Goller 2008: 66

[68] Goller 2008: 70 ss.

[69] Goller 2008: 75

[70] Pallaver – Steurer 1998

[71] Goller 2008: 77-79

[72] Archivio Diocesano Tridentino, Carte de Ferrari, “Promemoria sulla parte tedesca della diocesi di Trento”, 12.1946.

[73] Gelmi 2001: 427

[74] Steinacher 2008

[75] Steinacher 2008: 156

[76] Steinacher 2008: 128

[77] Steinacher 2008: 161

[78] Steinacher 2008: 161

[79] Steinacher 2008: 162

[80] Steinacher 2008: 162

[81] Steinacher 2008: 164

[82] Steinacher 2008: 166; Gelmi 200: 427

[83] Steinacher 2008: 175-178

[84] Cfr. Glaubensbekenntnis für zur Kirche Heimkehrende, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 7, agosto 1945

[85] Steinacher 2008: 170-171

[86] Testimonianza di don Primo Michelotti, settembre 1995.

[87] Der Erzbischof für die Kriegsgefangenen, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 17, agosto-ottobre 1946, p. 362

[88] Gelmi 2000: 142

[89] Der Erzbischof für die Kriegsgefangenen, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 17, agosto-ottobre 1946

[90] Dati e notizie tratte da documenti vari custoditi nell’Archivio della Caritas/Odar di Bolzano (“Relazione del 1953”); cfr. anche Marcelli 1994: 48-49

[91] “Foglio diocesano di Trento”, n. 8-12, dicembre 1945, p. 595.

[92] Mazzolari 1991: 147

[93] “Vita Altoatesina”, 21.2.1946, 7.3.1946; Mazzolari 1991: 149

[94] “Kath. Sonntagsblatt”, 18.11.1945

[95] Pastorale sulla sollecitudine per i reduci, la gioventù ed i poveri, “Brixener Diözesanblatt”, n. 6, ottobre 1945, p. 25.

[96] Gelmi 2000: 141

[97] Dati e notizie tratte da documenti vari custoditi nell’Archivio della Caritas/Odar di Bolzano (“Relazione del 1953”).

[98] Milesi – Renner – Ruggera 1998: 253

[99] Cfr. Lettera Pastorale per la Giornata della Carità, “Brixener Diözesanblatt”, n. 4, novembre 1947, p. 44-46.

[100] Messaggio del vescovo Geisler, “Brixener Diözesanblatt”, n. 1, gennaio 1948, p. 1-6.

[101] Lettera Pastorale per la “Giornata dei Genitori”, “Brixener Diözesanblatt”, n. 4, settembre 1948, p. 1-3.

[102] Associazioni Cristiane dei lavoratori italiani, “Foglio diocesano di Trento”, n. 3, marzo 1946, p. 641.

[103] Associazioni Cristiane dei lavoratori italiani, “Foglio diocesano di Trento”, n. 3, marzo 1946, p. 641-642.

[104] Direttive Pontificie per l’ACLI, “Foglio diocesano di Trento”, n. 4, aprile 1946, p. 657-658.

[105] Sticcotti – Bombonato 1997: 5

[106] Milesi – Renner – Ruggera 1998: 271

[107] Goller 2008: 84 ss.; Sticcotti – Bombonato 1997: 7; cfr. anche Tag der Sozialfürsorge, “Brixener Diözesanblatt”, n. 1, gennaio 1948, p. 9-12.

[108] Goller 2008: 89

[109] Stürz 1994: 21

[110] Goller 2008: 90

[111] Der Südtiroler Gewerkschaftsbund, “Brixener Diözesanblatt”, n. 1, gennaio 1949, p. 2

[112] Archivio Diocesano Tridentino, Carte de Ferrari, “Promemoria sulla parte tedesca della diocesi di Trento”, 12.1946.

[113] Cfr. “Archivio per l’Alto Adige”, 1928, p. 606.

[114] Katholische Laien-Bewegung, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 21, aprile 1947, p. 444; Canavero: 250-252

[115] Doveri dei cattolici di fronte ai pericoli odierni (Lettera pastorale dei vescovi del Triveneto), “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 8-9, settembre-ottobre 1945

[116] Archivio Diocesano Tridentino, Carte de Ferrari, “Promemoria sulla parte tedesca della diocesi di Trento”, 12.1946.

[117] Già nel corso dell’800 i fedeli di lingua italiana di Bolzano, pur facendo capo alla parrocchia del Duomo, sono assistiti in modo autonomo da un “cappellano degli italiani”. Nel 1893 viene fondato il Sodalizio Cattolico Italiano di Bolzano, proprio con lo scopo di stipendiare un sacerdote che si occupi della pastorale in lingua italiana. Il Sodalizio Cattolico sarà una realtà determinante per lunghi decenni. Nel secondo dopoguerra il Sodalizio amministra le strutture ed i beni per la pastorale in lingua italiana a Bolzano (cfr.: Valente 1998). Analogamente a Merano nel 1898 nasce la Società Operaia Cattolica e la cura d’anime dei cittadini di lingua italiana è affidata per lo più ai padri cappuccini (cfr.: Valente 2003).

[118] Übersicht über den Trienter Deutschen Diözessananteil, “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 26, febbraio 1948, p. 700

[119] Nova districtuum decanalium distributio (decreto), “Folium dioecesanum Tridentinum”, n. 33, dicembre 1948, p. 863

[120] Marcelli 1994: 57

[121] Milesi – Renner – Ruggera: 1998

[122] Milesi – Renner – Ruggera 1998: 244

[123] Goller 2008: 64

[124] Italienische Seelsorge, “Brixener Diözesanblatt”, n. 4, dicembre 1946

[125] Gentili 2006: 49

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