Vita Trentina – 5.5.2002
La chiesa di S. Caterina a Peja (costruita nel 1926) non è molto differente da una delle tante chiese dei nostri paesi. Quattro colonne imbiancate da poco sorreggono una volta dalle linee semplici. Sobrio è persino il barocco degli altari laterali e dell’altar maggiore i quali custodiscono, come ovunque, le immagini dei santi, di Maria e del Cuore di Gesù.
Anche se è giornata feriale il piccolo tempio si riempie nei pochi banchi, soprattutto di donne, di suore, di novizie. Voci infantili dai primi banchi scandiscono le parole del rosario e l’assemblea risponde all’unisono nell’idioma albanese.
Mentre i sacerdoti della delegazione della Caritas del Nordest ed il vescovo mons. Bressan indossano i paramenti sacri per la messa, le donne intonano un alleluja a più voci ed Engelbert, collaboratore della parrocchia, sta di guardia sulla porta della sacrestia.

Il parroco don Lorenc Sopi saluta e ringrazia.
Quella di Peja è una comunità cattolica di neanche duemila anime (compresi gli emigrati), dispersa in una città che supera, con i sobborghi, le centomila persone. Così è della Chiesa in Kosovo. Secondo le stime più attendibili i cattolici kosovari sono circa centomila, di cui solo sessantamila vivono in Kosovo. Gli altri sono tra gli emigrati in Germania, Austria, Svizzera, Usa (Detroit), Croazia ed altri paesi. In Italia abitano soprattutto nella zona di Lecco.
Il vescovo del Kosovo di chiama Mark Sopi. Ha per la verità il titolo di amministratore apostolico poiché la diocesi, con sede a Prizren, è ancora formalmente collegata a Skopje, in Macedonia e pertanto, dopo la dissoluzione della Iugoslavia di Tito, oltre confine. “Siamo una diocesi giovani e vitale”, spiega mons. Sopi. Effettivamente i sessantamila cattolici sono suddivisi in 24 parrocchie in cui sono attivi 35 sacerdoti. Altri preti si occupano degli emigrati all’estero, altri ancora svolgono servizio in Albania e Montenegro, anche come vescovi. L’età media del clero, sottolinea il vescovo al suo collega di Trento che lo guarda con una punta di fraterna invidia, è di circa 45 anni. Molto attive anche oltre 70 religiose, impegnate nella pastorale ordinaria. Presenti anche due comunità religiose maschili, francescani e salesiani. Dice ancora mons. Sopi: “C’è un vero rinascimento del cattolicesimo qui da noi, in questi ultimi tempi. Noi non abbiamo avuto quasi mai un’autentica libertà religiosa: non nell’impero ottomano, non sotto il regime comunista. Ora ci sentiamo più liberi”. Così anche le liturgie domenicali sono frequentate da quasi tutta la comunità. Non solo: “Durante il comunismo eravamo chiusi in chiesa a pregare e distribuire sacramenti a quelli che potevano venire. Oggi cerchiamo di dare un contributo anche alla società nell’educazione e nella formazione delle nuove generazioni. E se avessimo maggiori risorse economiche potremmo fare anche di più per la società. Quello che chiediamo, non lo chiediamo per noi stessi”.
Un esempio per tutti è proprio il centro giovanile aperto a tutti i giovani, inaugurato lo scorso 1° maggio.