- Paolo Valente, in: G. Mezzalira, F. Miori, G. Perez, C. Romeo, Dalla liberazione alla ricostruzione. Alto Adige/Südtirol 1945-1948, ed. Raetia, Bolzano 2013.
Il 4 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine del conflitto, tre ondate di bimotori alleati provenienti dai cieli della val d’Ultimo sorvolano la borgata di Sinigo e bombardano la Montecatini. I danni materiali sono ingenti. Sotto le bombe perdono la vita sette civili, tutti dipendenti della fabbrica. Il motivo dell’attacco è la produzione di metanolo, utilizzato dalla Wehrmacht per scopi bellici[1].
Comunque sia, si tratta dell’unica incursione avvenuta sul territorio comunale di Merano nel corso della guerra. Per il resto la città, a differenza di Bolzano e di altri centri, ne rimane completamente risparmiata. Fin dagli inizi delle ostilità infatti Merano è trasformata in città ospedaliera e come tale resta salvaguardata dalle bombe.
Questa fortunata circostanza impedisce di parlare di “ricostruzione” in riferimento al dopoguerra. A parte lo stabilimento di Sinigo infatti non c’è nulla da ricostruire (materialmente), semmai solo da risistemare.
Il ritorno alla normalità
Il centro ospedaliero
Merano riconvertita a centro ospedaliero è una realtà che resta immutata a lungo anche nel dopoguerra. Inizialmente i grandi alberghi sono occupati dai degenti militari germanici. Poi essi vengono destinati ai reduci italiani. Si tratta spesso di strutture completamente svuotate degli arredi e in parte depredate.
Si occupano dell’attività ospedaliera il Comando Alleato e gli Enti della provincia, finché il Ministero dell’assistenza postbellica non affida l’organizzazione all’Ispettorato generale della Croce Rossa Italiana (CRI) per l’Alta Italia. Nasce così formalmente il “Centro ospitaliero alleato” di Merano, riservato a civili e militari rimpatriati dalla Germania e dalla Russia.
I reduci affluiscono in modo massiccio a cominciare dal mese di agosto, in una situazione che gli informatori governativi definiscono “scadentissima, priva di mezzi e disorganizzata”[2]. Non pochi dei militari finiranno il loro giorni negli ospedali di Merano[3].

Nel settembre 1945 in città ci sono almeno quindici grandi alberghi e due grandi caserme requisiti ed attrezzati a scopi sanitari. La disponibilità sfiora i settemila posti-letto. Tra medici e personale di assistenza vi operano circa 800 persone[4].
A metà novembre arrivano in stazione i primi convogli di reduci dalla Russia. Man mano vengono accolti dai familiari[5] o trasportati in treno verso le regioni del Sud[6].
Con l’inizio di gennaio del 1946 la Croce Rossa svizzera, che da metà settembre aveva gestito l’ospedale allestito nell’imponente hotel Meranerhof con i suoi ottocento posti letto, lascia la città per andare ad operare altrove[7]. È il primo passo di una smobilitazione a cui si lavora attivamente nei mesi successivi. La situazione infatti, passata la prima emergenza, diviene ora insostenibile. Le strutture sono inadeguate, i danni alla città ingenti. Se l’economia locale vuole essere rilanciata, si deve pensare a dare impulso a nuove stagioni turistiche per le quali, come è ovvio, gli alberghi sono elemento essenziale. Il Ministero della guerra, l’amministrazione del centro ospedaliero ed il Comune valutano lo stato delle cose e lavorano al progressivo trasferimento dei malati[8].
All’inizio del 1947, tra le polemiche e gli scandali[9], la CRI procede al definitivo smantellamento del “centro ospitaliero”. Si restituisce così alla città la possibilità di pianificare la sua ripresa. Il bilancio è assai pesante. L’associazione degli albergatori, nella primavera 1947, descrive “la situazione alberghiera meranese, determinatasi in seguito alle requisizioni degli alberghi per la marina da guerra germanica prima dell’8 settembre, per le forze armate tedesche poi, per la C.R.I. e per le truppe alleate successivamente alla liberazione. I danni causati dalle requisizioni – calcolano i proprietari d’albergo – ammontano a circa 800 milioni di lire, quelli da attribuirsi ad eventi bellici a 200 milioni per un totale generale di un miliardo”[10].
La ripresa del turismo
Come si è visto, la Merano del dopoguerra soffre per anni della quasi totale paralisi del suo settore portante, quello turistico. La città si era ripresa solo a fatica dagli abissi in cui era piombata in seguito alla prima guerra mondiale e ai mutati equilibri europei. Negli anni ’30 le tensioni internazionali e la chiusura delle frontiere avevano obbligato i responsabili dell’industria del forestiero, con l’appoggio del governo nazionale, ad intraprendere strade innovative: la costruzione di un grandioso ippodromo, l’istituzione del gran premio con la lotteria, la creazione di nuove stagioni turistiche e la ricerca nel campo delle cosiddette “acque radioattive”[11].
Il turismo meranese aveva raggiunto il suo massimo sviluppo nel 1937, dopo l’introduzione della lotteria “milionaria”, toccando un milione e duecentomila presenze. Ma poi, in seguito all’annessione dell’Austria al Reich, alle opzioni ed alle prime avvisaglie di guerra, le presenze si erano ridotte a meno di settecentomila nel 1939. Negli anni seguenti esse erano scese intorno alle duecentomila. Nel 1946 risalgono a 354.000, però si tratta una “clientela” costituita “dagli sfollati e dai familiari dei militari ricoverati negli alberghi”[12].
Nel 1945 l’Azienda di cura e soggiorno riparte con un passivo di quattro milioni di lire. La presidenza dell’ente, negli anni precedenti, era stata posta via via nelle mani dei rispettivi podestà. In continuità con questa prassi, dopo la guerra essa è affidata al sindaco Moretti.Wochenblatt”ati al loro posto, e quasta volta stentorea: “ei nomi degli impiegati che si erano tolti il distintivo f
Ora l’Azienda di soggiorno, diretta già dalla fine di maggio 1945 da Luigi Piccinini, si trova di fronte ad una città priva di alberghi, quasi tutti requisiti come ospedali, e pertanto vuota di turisti. Tra le prime iniziative dell’amministrazione turistica c’è, nel giugno 1945, la riapertura delle strutture sportive e dei circoli culturali.
Tuttavia solo nell’estate del 1946 si può registrare un aumento effettivo delle presenze di forestieri. Una statistica redatta dall’Azienda di soggiorno in preparazione della stagione autunnale rivela che ora “ben sessanta fra alberghi e pensioni sono in perfetta efficienza”[13].
L’amministrazione di cura ha provveduto a sistemare pure l’ippodromo che durante l’occupazione era stato utilizzato a vario titolo dalle autorità germaniche[14]. Nel settembre 1946 ritorna dunque il concorso ippico nazionale[15]. La fondazione della Società ippica meranese, la cui presidenza è affidata a Piero Richard, è dell’inizio del 1947. Il suo scopo sarà quello di “conservare la caratteristiche del ‘Gran premio Merano’, vale a dire internazionalità della manifestazione e per corse ad ostacoli”[16].
In quei mesi Piccinini lavora all’istituzione di un ufficio del turismo e del Wunderbar (luogo di ritrovo per critici e artisti), mentre i privati si sforzano per ridare alla città il suo antico volto ospitale[17]. Dato il celere smantellamento del centro ospedaliero, uno dopo l’altro riaprono alberghi e pensioni.
La svolta nel turismo meranese arriva nell’aprile 1947 con la nomina di Piero Richard a commissario prefettizio dell’Azienda di soggiorno. L’ente turistico non dispone ancora pienamente delle varie strutture cittadine. L’orchestra è da ricostituire, il teatro è affidato ad una impresa cinematografica (lo sarà fino al 1951), anche se all’Azienda sono assicurate 65 giornate all’anno per spettacoli teatrali, il casinò municipale (Kurhaus) è dato in affitto. La concessione per il gioco d’azzardo è stata ritirata ed uno degli obiettivi che ci si prefigge (ma invano) è di riottenerla. I campi da tennis, fra i più belli d’Europa, sono intatti, però manca la clientela per riattivarli. Non ci sono infrastrutture turistiche nei dintorni della città, cosicché molti ospiti preferiscono soggiornare altrove, ad esempio in val Gardena[18]. Richard annuncia che è prossimo al varo il decreto che restituirà alla città la lotteria ippica, dei cui ricavi all’Azienda sarà però riservato solo il 35 per cento[19]. Infine il presidente espone “un programma per proseguire gli studi e l’organizzazione dello sfruttamento della radioattività” ed una ristrutturazione dello stabilimento termale[20].
L’Azienda si riordina come ai vecchi tempi, coinvolgendo un gran numero di esperti di entrambi i gruppi linguistici, suddivisi in diversi comitati a seconda delle competenze[21].
L’estate del 1947 è caratterizzata da una ripresa, ancora a ritmi ridotti, delle corse al galoppo. Il gran premio è però rimandato al termine dei costosi lavori di riattazione dell’ippodromo. Per il 1947, in via alternativa, la corsa legata alla lotteria si tiene sulle piste romane delle Capannelle.
Nel 1948 di dedicano molte energie al progettato rilancio delle terme. In maggio si riuniscono a Merano “le maggiori personalità del mondo medico e scientifico italiano” impegnate nei campi della climatologia e della radioattività delle acque[22]. Si sostiene che “Merano ha nelle viscere della sua terra la più grande miniera di energia curativa di qualsiasi altro centro d’Italia e forse d’Europa”[23].
Mentre si programmano viaggi di propaganda in tutto il continente, a Merano apre i suoi sportelli un’agenzia turistica anglo-americana[24].
Suscita una certa apprensione, in estate, la notizia secondo cui le autorità centrali avrebbero in mente la soppressione della lotteria ippica. Il pericolo è scongiurato dopo un lungo soggiorno di Richard a Roma. Il presidente torna anche con l’assicurazione di ingenti contributi governativi per la ripresa turistica della città[25]. Si può dare il via alla programmazione della stagione estate-autunno. Sono previsti, oltre gli eventi ippici[26], incontri internazionali di nuoto, tornei di tennis, i campionati universitari, l’elezione di Miss università 1948, una mostra internazionale della stampa pubblicitaria, un festival del cinema, un convegno filatelico, una stagione lirica e di operette e vari concerti[27].
Iniziano le stagioni dei congressi, come quelli dei medici e dei pedagogisti e, alla fine di settembre, il primo concorso corale tridentino. Finalmente, ai primi di ottobre, torna il tanto agognato gran premio, il nono dalla sua istituzione avvenuta nel non lontano 1935.
Tuttavia poi subentra l’inattività e l’inverno, sul piano economico, è “uno dei più drammatici di tutto il dopoguerra”[28].
L’amministrazione cittadina
Il Comitato di Liberazione Nazionale
Il primo nucleo dell’amministrazione cittadina che dovrà succedere alla gestione ventennale fascista e ai venti mesi della Zona di operazioni delle Prealpi è costituito dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che si costituisce agli inizi del 1945[29].
I primi giorni del maggio 1945 per il CLN meranese trascorrono incerti, nell’attesa dell’arrivo delle avanguardie della quinta armata americana. I proclami, in questo ristretto lasso di tempo, sono firmati congiuntamente dallo stesso CLN e dalla Croce Rossa internazionale di Jaac van Harten[30]. Quest’ultimo è un personaggio assai controverso, coinvolto nei traffici di sterline false che fanno base a castel Labers, diretti dal maggiore Friedrich Schwend (alias “Dr. Wendig”) nell’ambito dell’operazione “Bernhard”[31]. Van Harten, come pare, approfitta del momentaneo vuoto di potere per mettere in salvo patrimonio e uomini del gruppo “Wendig”, prima di finire lui stesso agli arresti.

Nel vuoto di potere apertosi tra la firma della pace e l’arrivo in città degli alleati si fanno subito avanti dunque il CLN e la Croce Rossa internazionale. Poi per qualche settimana torna in sella Karl Erckert, che era stato sindaco-commissario nei mesi dell’occupazione germanica e che gode dell’appoggio del capitano Howard E. Earl, rappresentante del comando alleato (“ufficiale per gli affari civili”). Lo stesso comandante di piazza germanico, il generale maggiore Seuffert, non abbandona le sue prerogative nei confronti dell’esercito tedesco almeno fino all’8 maggio. Quindi, a fine mese, entrerà in carica a tutti gli effetti il nuovo sindaco del CLN, Arvino Moretti, il cui margine di manovra resta però soggetto al controllo dell’amministrazione alleata.
Il CLN cerca da subito un contato con gli ufficiali statunitensi giunti in città ai primi di maggio[32]. Tuttavia in quelle settimane permane uno stato di incertezza. Earl, si è detto, privilegia i rapporti con l’ex sindaco-commissario Erckert e disarma i gruppi armati che fanno riferimento ai “volontari per la libertà”, avocando a sé ogni iniziativa riguardante gli arresti e il recupero di oggetti trafugati, come le opere d’arte proveniente dai musei fiorentini.
Riccardo Boninsegna, segretario del CLN, alla fine di giugno commenta quegli eventi con queste parole:
“Praticamente non si può ancora affermare che per gli italiani meranesi la liberazione sia un fatto compiuto. (…) Di fronte a questa situazione gli italiani d’Alto Adige sono impotenti; ma tale impotenza deve attribuirsi in parte anche alle loro discussioni di partito, al personalismo e all’inconcludenza”[33].
Problemi tra CLN e prefetto de Angelis
Gli ultimi giorni di guerra avevano avuto a Merano un tragico epilogo. Il 30 aprile 1945 soldati germanici (con la complicità di alcune persone del luogo) avevano aperto il fuoco sulla folla scesa in piazza per festeggiare la fine delle ostilità. C’erano stati otto morti. I cortei si erano creati in circostanze mai del tutto chiarite ed erano stati preceduti da un tentativo di occupazione del municipio da parte delle forze dell’ordine italiane e dei vigili urbani[34]. Gli uomini del CLN attribuiscono ora a de Angelis la responsabilità dell’accaduto[35].
Uno dei frutti permanenti dei fatti del 30 aprile è l’approfondirsi di un solco insanabile tra il CLN di Merano e Bruno de Angelis, che di lì a pochi giorni assume la carica di prefetto. Il dissidio affonda le sue radici nei rapporti instauratisi già dal marzo 1945 e le sue origini sono in parte oscure. Secondo i meranesi de Angelis si muove in modo troppo indipendente, scavalcando sistematicamente lo stesso CLN.
I rapporti già critici tra le due parti si deteriorano sempre più nei mesi successivi. Alle questioni relazionali subentrano considerazioni politiche relative alla nuova situazione, caratterizzata dal sovrapporsi di diversi nuovi poteri e soggetti, dal Governo militare alleato alla neonata Südtiroler Volkspartei.
Le tensioni tra prefetto e CLN meranese arrivano presto all’attenzione del CLNAI. Di una prima raccolta di informazioni in merito è incaricato, verso il 20 maggio, un certo Tullio Ducati[36] che non incontra nemmeno de Angelis, conferisce unicamente con Teodoro Nazari, presidente del CLN cittadino. Ducati spedisce a Milano una relazione frettolosa ed imprecisa in cui si schiera apertamente dalla parte di Nazari[37]. È una ricostruzione tutta di parte, costruita su cose non vere e pettegolezzi, e non contribuisce per nulla a dare chiarezza.
Nel tentativo di far luce sull’operato di de Angelis e sulle denunce del CLN meranese, alla fine di luglio il presidente del consiglio Ferruccio Parri invia in Alto Adige il professor Enrico Serra[38]. Dopo una complessa inchiesta, Serra redige un lungo rapporto[39] in cui riporta tutte le voci raccolte, le critiche e le controcritiche. De Angelis ne esce ora pulito, in quanto “persona attiva e dotata di abilità”. “La sua personalità, essendosi subito imposta, ha naturalmente urtato e ferito delle suscettibilità”. Quanto al conflitto con Merano non è “facile accertare fino a che punto i contrasti personali abbiano influito sulla divergenza di idee, ovvero fino a che punto la divergenza di idee abbia determinato contrasti personali”. La sintesi di Serra rende molto bene l’idea.
La controversia tra prefetto e CLN non avrà fine se non quando, all’inizio del 1946, de Angelis si ritirerà dalla scena politica.

Il Governo Militare Alleato
Come si è detto, fino alla metà del maggio 1945 la vita in città e provincia sembra continuare senza radicali mutamenti rispetto ai mesi precedenti. Il generale maggiore Seuffert, insediato il 1° maggio al comando di piazza, il giorno 8 si fregia ancora del titolo di “comandante militare di Merano” ed impartisce ordini ai suoi uomini[40]. Il generale Karl Wolff (comandante supremo delle SS e della polizia nel Nord-Italia) e la sua corte rimangono a Bolzano, a palazzo Ducale, fino al 13. Sono arrestati mentre stanno festeggiando il compleanno dell’alto ufficiale. Così anche l’ambasciatore Rudolf Rahn viene preso in custodia da ufficiali americani solo il 15 maggio. Fino ad allora aveva proseguito la sua attività a Merano, nei locali di ripiego dell’ambasciata germanica[41].
In città si determina dapprima un vuoto (o un affollamento) di potere. Il sindaco Moretti, nominato dal CLN, non prende le consegne prima del 21 maggio. Il commissario Erckert rimane saldo al suo posto e tratta direttamente con gli alleati. Il CLN meranese, cedute le armi, resta confuso testimone di uno spettacolo dai risvolti grotteschi.
La prima consistente unità alleata a giungere in riva al Passirio è un gruppo di artiglieria inglese che intorno al 10 maggio transita per Merano diretto in Austria, ma l’ingresso ufficiale dei liberatori in città avviene solo pochi giorni dopo.
L’evacuazione delle truppe tedesche ha inizio il 14 maggio e si protrae fino a fine mese. Le SS vengono trasferite nel campo di raccolta presso Modena, l’esercito nei campi di Bassano e Ghedi[42]. Rimangono però a Merano le migliaia di feriti negli ospedali.
Con la pubblicazione della relativa ordinanza del generale Harold Alexander (comandante in capo delle forze alleate in Italia ) su tutti i territori occupati viene istituito il Governo militare alleato (AMG). Dell’amministrazione provinciale, a fianco del prefetto, è investito come suprema autorità (commissario provinciale) il tenente colonnello William E. McBrathney.
In città la sede dell’AMG è nei locali del municipio così come quella della polizia militare. L’ufficio del 3° battaglione, 349° reggimento, 88ª divisione è nella villa Vittoria (attuale via delle Corse). Il CIC (l’agenzia americana di spionaggio) trova spazio nell’ex casa del fascio e l’Intelligence service britannico (SIS) nella villa Zelinda (via Winkel)[43]. Un campo di concentramento per prigionieri è successivamente allestito nella caserma “Cavour” di Maia Bassa[44].
Il potere militare, all’inizio di giugno, passa parzialmente dall’88ª divisione americana al gruppo di combattimento Folgore, appartenente al Corpo italiano di liberazione[45]. Pure i carabinieri, che fino al 28 giugno hanno svolto solo funzioni di polizia ausiliaria agli ordini degli alleati, riacquistano pienamente la loro autonomia funzionale come nel resto del Paese[46].
Alla Folgore, di cui in autunno si prepara l’allontanamento anche a seguito di azioni e comportamenti stigmatizzati da più parti[47], si è intanto aggiunto il reggimento Garibaldi che a Merano si stanzia nell’edificio dell’ex presidio, nella caserma Wackernell e nella villa Acqui[48].
A metà giugno si trovano a Merano, oltre agli americani, alcune altre missioni alleate. C’è un piccolo reparto britannico con missione informativa. C’è, diretto dal tenente Max Gallon, un comando francese che opera come distaccamento della 5ª armata americana e, con la collaborazione dei volontari per la libertà meranesi, dà la caccia ai collaborazionisti di Vichy[49]. Per il resto i suoi compiti risultano oscuri. Fa infine “una breve apparizione una missione militare sovietica che, secondo quanto si dice, avrebbe preso contatto con i dirigenti locali del partito comunista italiano”[50]. La missione russa avrebbe tra l’altro suggerito ai comunisti di Bolzano, Merano e Trento “di non opporsi al plebiscito”[51].
La guarnigione alleata lascia Merano in settembre, ma a metà ottobre arrivano in città due battaglioni britannici[52] che vi resteranno fino al febbraio successivo[53].
L’AMG consegna il territorio al governo italiano col primo gennaio 1946. Rimane in provincia un gruppo di collegamento sotto il comando del maggiore W. M. Harrison. Alcuni ufficiali agli ordini del colonnello britannico S. W. Miller, avranno l’incarico di “osservare l’andamento e lo sviluppo politico” della provincia[54].
La politica comunale
L’8 maggio 1945 il “prefetto designato” Bruno de Angelis indica l’avvocato Arvino Moretti come futuro sindaco di Merano[55]. Democristiano, già sovrintendente dell’ospedale civico da prima della guerra, Moretti riceve la nomina vera e propria il 18 maggio con effetto dal giorno successivo.
Il passaggio formale delle consegne in municipio avviene il 21 di maggio. Alla cerimonia assistono il prefetto de Angelis ed il sindaco-commissario uscente Karl Erckert. La carica di vicesindaco è affidata a Hans Menz. De Angelis, nell’occasione, ribadisce i propositi del CLN provinciale “per una pacifica convivenza”. Menz e Moretti pubblicano un proclama in cui si afferma la “precisa volontà di collaborare, in leale concordanza di intendimenti, per il miglior avvenire della nostra città”. “Invitiamo la cittadinanza – scrivono – a rendere più agevole il nostro proposito di armonizzare, nel clima democratico della nuova Italia, le varie correnti politiche e sociali, che troveranno così definitivamente la via della pacifica e proficua convivenza”[56].
Moretti e Menz sono coadiuvati da una giunta del CLN composta da Adolf Kristanell, Carlo De Biasi, Alvise Fiorio, Emilio Scibilia e Alois Mair.
Hans Menz si dimette da vicesindaco nel marzo del 1946 in seguito ad una serie di arresti eseguiti per l’accusa di traffico illecito di dolcificante. Lo scandalo coinvolge alcune note ditte produttrici di marmellata e si risolverà senza conseguenze penali[57]. Menz è comunque sostituito prima da Carlo De Biasi e poi da Alois Mair.
Aria di crisi anche in agosto per questioni relative all’assunzione di dipendenti comunali[58], al rialzo dei prezzi, al mercato nero e alla carenza di alloggi[59]. Il dissenso rispetto alla gestione comunale è espresso da PCI, PSIUP, SDPS e anche dall’ANPI, riunitisi per discutere di una situazione che, dicono, richiede “una profonda e sostanziale modifica della giunta comunale che dovrà meglio rispecchiare e valorizzare le forze dei partiti”[60].
La giunta Moretti giunge al capolinea nel febbraio del 1947, dopo diversi mesi di malumori e di alti e bassi. La crisi finale è dovuta alle contestazioni dei partiti di sinistra che non considerano più la squadra governativa rappresentativa degli orientamenti della cittadinanza[61]. Il prefetto Quaini invita il sindaco ad operare un rimpasto ma la giunta, a quel punto, rassegna le dimissioni poiché “la situazione creata in questi ultimi tempi di pre-crisi era tale che impediva un sereno svolgersi delle attività demandate alla giunta stessa”[62].
La successione di Moretti non è facile. Si parla di “crisi endemica” e si scontrano le varie correnti di partito. Si ventila l’ipotesi di un Moretti bis o di un incarico al non più giovane barone Fiorio[63]. Si tratta di raggiungere un delicato equilibrio tra i partiti dei due gruppi linguistici e le “organizzazioni economiche cittadine”. In assenza di un consiglio comunale eletto ci si orienta infatti ad una sorta di metodo “corporativo” che coinvolge i vari soggetti della politica, del sindacato e dell’economia. Dopo estenuanti trattative ed un nuovo intervento del prefetto, all’inizio di aprile i giornali annunciano l’avvenuta nomina. Il sindaco è Francesco Voltolini, il vicesindaco Josef Hellrigl[64]. Secondo gli equilibri stabiliti i membri della giunta appartengono uno alla DC (Francesco Voltolini), uno al PCI (Emilio Scibilia), uno al PSI (Bruno Osele), uno al PLI (Eraldo Dalla Zuanna), uno al partito “demolaburista” (Vincenzo Conigliaro), uno alla SVP (Kurt Huber), uno al partito socialista tedesco (Luis Pirchl). Infine sono rappresentati il “gruppo economico tedesco” (Josef Hellrigl) ed il “gruppo economico italiano” (Alvise Fiorio)[65].
Voltolini, originario di Strigno, è dipendente della Montecatini nel ruolo di assistente tecnico. A Sinigo ha fondato la sezione democristiana e proprio il suo appartenere al sobborgo operaio sembra aver messo d’accordo i vari partiti italiani, soprattutto quelli a base proletaria[66].
La nuova giunta si trova a dover risanare una situazione tutt’altro che rosea. Tra i suoi primi atti politici c’è la nomina di una “consulta”, una sorta di consiglio comunale non eletto in cui siano rappresentate le varie istanze della vita cittadina. In attesa di elezioni amministrative, quest’organo ha il compito di esprimere pareri sui provvedimenti più rilevanti.
La composizione della consulta è indicativa di quella che si presume allora debba essere l’articolazione socio-politica della cittadinanza. Dei trenta membri prescelti diciannove sono di lingua italiana e undici di lingua tedesca. Tra gli italiani prevalgono i rappresentanti di partito (14) distribuiti tra PSI (3), DC (2), PCI (2), partito d’azione (2), PRI (2), partito demolaburista (1), partito socialista dei lavoratori (1) e PLI. Gli altri cinque membri italiani sono suddivisi tra le organizzazioni economiche (3) e la camera del lavoro (2). I membri tedeschi sono scelti tra SVP (3), Südt. Demokr. Verband (1), partito socialista tedesco (1), organizzazioni economiche (2), associazione degli albergatori (2), organizzazione degli agricoltori (1), associazione dei commercianti[67].
Riemergono figure note della politica cittadina. Oltre all’ex sindaco Moretti, c’è Luigi Negri, commissario civile nel 1919 e poi segretario generale del comune. Malgrado i buoni propositi di chi l’ha istituita e di chi la compone, la consulta non si rivela all’altezza del suo compito. Si perde in estenuanti discussioni ed entra infine in conflitto con la giunta che agisce, così l’accusa, senza tener conto dei pareri espressi dal consiglio. L’organismo, dichiarato in stato di “crisi endemica” – l’espressone piace ai meranesi –, terrà la sua ultima seduta, presenti meno della metà dei suoi membri, nel dicembre 1948. La sua riconvocazione è rimandata “sine die”[68], poiché si ritiene, a torto, che le elezioni comunali siano imminenti.
Primi appuntamenti elettorali
Una buona occasione per verificare gli orientamenti politici dell’elettorato meranese si presenta nell’aprile del 1948 con le prime elezioni parlamentari. La città si rivela, come prevedibile, a maggioranza DC-SVP. La DC ottiene il 32,1 per cento al senato e il 35,3 per cento alla camera, la SVP rispettivamente il 37,7 ed il 33,2 per cento. Il fronte popolare che raggruppa le sinistre raggiunge il 13 per cento al senato e il 14,2 alla camera. Al senato si presenta anche il PRI (6,2) ed alla camera i socialisti unitari (10,5). Le sinistre dunque, alla camera dei deputati, dispongono di un buon 24,7 per cento. Infine c’è il blocco nazionale, comprendente ex azionisti e indipendenti, che raggiunge al senato il 10,8 per cento e alla camera il 6,5. In lizza al senato ci sono anche due meranesi, Luigi Negri e Alvise Fiorio, nessuno dei quali risulta eletto[69].
Pochi mesi dopo, alle prime elezioni regionali di novembre, si delinea una situazione completamente differente. La SVP a Merano sale al 38,6 per cento, la DC cala vistosamente al 15,3. Fa il pieno la nuova unione degli indipendenti (17,5). Il PCI raggiunge il 7,6 per cento, il PSI il 7,5, i socialisti unitari il 4,6, autonomia tridentina il 3,6, il MSI il 3,9, la SDPS un magro 1,0[70]. Risultano eletti consiglieri due meranesi dal passato illustre, Luigi Negri e Karl Erckert (l’ex sindaco-commissario ai tempi della Zona di operazioni delle Prealpi). Il primo sarà chiamato a presiedere il consiglio provinciale, il secondo diventerà il primo presidente della giunta.
È interessante notare che mentre la distribuzione dei consensi è abbastanza uniforme in tutte le zone della città, fatta salva la distinzione con i quartieri abitati maggiormente da cittadini di lingua tedesca dove prevale la SVP, Sinigo si rivela un feudo delle sinistre. La DC vi ottiene poco più del 20 per cento, gli indipendenti uno scarso 12,8, mentre PCI, PSI e Unità socialista insieme superano il 52 per cento. Il MSI non va oltre i nove voti (1,3 per cento)[71].
Il successo degli “indipendenti” in città nasce da una delle tante effimere “scissioni” che caratterizzano la storia politica di Merano. C’era stato il tentativo di una lista di raccolta etnica, una “lista unica” degli italiani, speculare a quella della SVP. “Era diffuso il convincimento – scrive l’Alto Adige – che una lista unica avrebbe meglio rappresentato le aspirazioni della maggioranza della popolazione del gruppo etnico italiano, di fronte alla lista unica dell’altro gruppo”[72].
Prevale poi la volontà dei partiti di rinunciare al fronte etnico (“E con ciò abbiamo dimostrato fin dove arriva il nostro spirito di solidarietà”, commenta amareggiato il sindaco Voltolini[73]). Alcuni dei promotori dell’idea si raccolgono quindi nella “lista degli indipendenti”, che ha come scopo “quello di raggiungere una omogeneità di intenti fra tutti gli italiani”[74] e che vede tra i suoi nomi di spicco il barone Fiorio (già PdA), l’ex sindaco Moretti (già DC) e Piero Richard, presidente dell’Azienda di soggiorno.

In molti si contendono pure il consenso dei “trentini”: dalla DC che attinge in parte alla “Famiglia trentina” e fa capo al trentino Degasperi, al gruppo che fa riferimento all’esperienza dell’ASAR, all’unione degli indipendenti che, per bocca di Richard, rivolge “ai trentini un accorato appello perché in queste elezioni, come hanno fatto in quelle politiche, sconfessino i separatisti e dimostrino al mondo che gli italiani costituiscono una unica famiglia dal Brennero al mare di Sicilia”.
Le prime regolari elezioni comunali, rincorse per diversi anni, si terranno solo nel maggio 1952 con i seguenti risultati: SVP 33,6 per cento (10 seggi), DC 22,4 (7), MSI 10,8 (3), alleanza democratica 8,6 (3), PSI 10,7 (3), PCI 7,0 (2), indipendenti sudtirolesi 6,5 (2)[75]. Risulta evidente che parte di voti di quegli “indipendenti” che si erano presentati alle regionali torna alla DC, parte confluisce nel MSI.
Il “porto di mare”
La “cittadella della reazione”
All’inizio del 1947, quando le strutture alberghiere occupate sono rimaste quattro, il quotidiano Alto Adige fa scoppiare lo scandalo. Il centro ospedaliero, scrive Tullio Armani sul quotidiano del CLN, sarebbe stato il pretesto per molti, sotto la copertura della CRI, di vaste speculazioni sul mercato nero dei traffici e avrebbe consentito ad altri, compromessi col nazifascismo, di trovare un rifugio ed un impiego, restandosene del tutto indisturbati[76]. “È risaputo da tempo ormai – dice – che circa 400 elementi dei 1200 circa, stanno bene e non debbono quindi gravare sul bilancio dell’erario”[77].
Armani definisce il centro ospedaliero una “cittadella della reazione” e denuncia il fatto che negli ospedali di Merano si siano assunti soprattutto individui “che avevano dei gravi conti da regolare con la giustizia”.
Altri dipendenti avevano al loro attivo delitti, rastrellamenti, erano stati collaborazionisti ferventi dell’uncinato e tracotante padrone. Perfino alla guida delle autoambulanze si videro, vestiti da caporali di sanità, ufficiali delle brigate nere.
Altri dipendenti avevano al loro attivo delitti, rastrellamenti, erano stati collaborazionisti ferventi dell’uncinato e tracotante padrone. Perfino alla guida delle autoambulanze si videro, vestiti da caporali di sanità, ufficiali delle brigate nere.
Attorno a questo fortilizio della reazione, attratti dal sapore amarognolo della ‘coca’ venduta a quintali, esportata su tutte le piazze e i mercati nazionali, calarono, famelici di biglietti da mille, i corvi della speculazione. Il mercato dei medicinali era alimentato dai depositi che si rinvenivano abbandonati, laddove li aveva nascosti l’ineffabile colonnello C., quando credeva ancora nella vittoria ‘immancabile’ della Germania nazista.
Tutti vendevano medicinali a Merano[78] e taluni dipendenti della Croce Rossa portavano il loro notevole contributo al grasso mercato. Questo commercio era così fiorente che, ad un certo momento, fu la nota dominante fra le varie attività borsaneristiche, malgrado uomini rotti a tutte le avventure, capitati da Paesi di mezzo mondo, risalissero gli ameni dintorni della città a cercare automezzi e gomme, quadri e tesori nascosti dai gerarchi nazisti o frugassero i meandri più reconditi dei gotici castelli a cavaliere dei colli, per veder di ritrovare fra i macchinari divenuti polverosi per il disuso qualche sterlina falsa dimenticata, onde gettarla sul mercato assetato di valute pregiate.
Era l’epoca in cui Merano aveva trasformato la sua fisionomia di signorile compostezza: l’epoca in cui i gerarchi di Vichy con Marcel Déat alla testa, i feroci ucraini che avevano collaborato, gli albanesi di Verlaci, le SS e la Gestapo braccate dalle polizie alleate, i filibustieri di ogni contrada che tentavano di sfuggire al loro castigo assaltavano la città”[79].
Fin qui la denuncia di Armani. Ma oltre le migliaia di ricoverati di passaggio negli alberghi/ospedale e al personale di dubbia moralità, altre realtà contribuiscono in quei mesi a rendere Merano un “porto di mare”.
I profughi ebrei
Un primo flusso incontrollato è rappresentato dai reduci dei campi di concentramento. La comunità israelitica di Merano, sebbene ridotta ai minimi termini, aveva continuato a funzionare fino al settembre 1943. Durante i venti mesi di occupazione essa aveva cessato ogni attività, i suoi membri erano stati deportati ed i loro beni saccheggiati. Nel luglio 1945 Walter Götz, rientrato dalla Svizzera dove si era rifugiato, viene incaricato di occuparsi della comunità come commissario prefettizio. Il suo ufficio riapre i battenti in dicembre nell’attuale via Mainardo[80].

La situazione è assai penosa.
“Quando nel giugno 1945 rientrai a Merano – scrive Götz all’Unione delle comunità israelitiche italiane – trovai nella nostra Comunità, una delle più fiorenti nel passato, che nulla vi era rimasto. Tutti gli atti della Comunità distrutti. Il tempio saccheggiato e tutti gli oggetti sacri distrutti. Il cimitero sebbene non danneggiato dai nazisti è rimasto per quasi tre anni completamente abbandonato. Il sanatorio era ancora occupato dalla Wehrmacht germanica ed è inutile accennare lo stato in cui si trovava. La cosa più triste è stata la deportazione di Nostri in Germania senza ritorno. La nostra Comunità ha perso oltre 40 persone fra cui i migliori membri. Al mio ritorno eravamo appena 7/8 persone”[81].
I primi compiti affrontati sono il ripristino del cimitero e del sanatorio, ma soprattutto l’aiuto ai profughi che a migliaia varcano il confine, cosa che avviene, secondo Götz, “grazie alla vera e leale collaborazione dell’Autorità Alleata, dell’Autorità italiana, della Croce Rossa Italiana, della Commissione Pontificia e infine del CLN”[82]. Un aiuto determinante è fornito dal Joint (American Joint Distribution Committee, l’ente di assistenza ebraico americano).
Si tratta anche di assistere i sopravvissuti negli sforzi per rientrare in possesso delle loro proprietà e di collaborare con le autorità nell’individuazione dei criminali nazisti. In realtà la gran parte dei responsabili dei furti rimarrà impunita. Le proprietà ebraiche restano, salvo rare eccezioni, a chi se ne è impadronito ed anche immobili e aziende confiscati da fascisti e nazisti a seguito delle leggi razziali non vengono restituiti[83].
Nei due anni che seguono la comunità religiosa sale ad 80 membri e sono molti, come nel passato, coloro che desiderano stabilirsi a Merano, provenienti da ogni parte del mondo, dal momento che qui c’è la possibilità di utilizzare diverse lingue. L’insediamento è però ostacolato dalle disposizioni restrittive emanate dal governo riguardo al soggiorno dei cittadini stranieri in genere, al punto che alcune persone, precedentemente residenti a Merano, vengono respinte al pari degli altri “stranieri indesiderati”.
La comunità ebraica meranese partecipa alla creazione di una rete clandestina di volontari con lo scopo di far entrare in Italia gli ebrei rinchiusi nei campi alleati d’oltre Brennero, per dirottarli poi verso la Palestina[84]. La rete, denominata Bricha (parola ebraica per fuga), estende la sua attività tra l’Austria e l’Italia settentrionale. Dall’autunno 1945 si insedia in città un gruppo composto da collaboratori della Bricha reclutati principalmente fra i soldati della Jewish Brigade[85].
Già a partire dai primi giorni del dopoguerra l’organizzazione fa passare dal Brennero migliaia di clandestini, mescolati ai reduci di guerra. L’afflusso continua anche attraverso gli altri valichi, in particolare quello di Resia che conduce direttamente a Merano. Le autorità italiane chiudono un occhio di fronte a questo fenomeno. Il grosso del flusso avviene dall’inizio 1946 alla tarda primavera del 1947. A Merano si compiono lo smistamento ed il primo ricovero dei malati, i quali poi proseguono per Bolzano o Milano.
Elemento fondamentale nell’assistenza ai reduci dai lager è la riapertura del sanatorio[86]. Lo stabile è requisito nel settembre 1945 e aperto all’inizio del 1946, attrezzato con apparecchiature sanitarie provenienti dagli USA e sostenuto dal Joint e dal South Africa Jewish War Appeal[87]. Esso offre l’occasione a molti reduci di fare tappa in città con la copertura dei motivi di salute.
Oltre alle strutture sanitarie vi si allestiscono laboratori di carpenteria, calzoleria, sartoria, allo scopo di garantire il reinserimento sociale dei pazienti. Tutto ciò evolve in una vera e propria scuola professionale denominata ORT-IRO[88]. In quegli anni il sanatorio ospita in media oltre 150 pazienti. La sua attività cala all’inizio degli anni ’50 e nel 1953 verrà definitivamente chiusa.
L’assistenza della PCA
Ciò che attanaglia la città di Merano nei primi mesi ed anni del dopoguerra sono soprattutto i problemi di carattere sociale. Oltre agli aspetti sanitari si deve fare i conti con l’immigrazione incontrollata di persone dalle altre province e dall’estero e, di conseguenza, con la carenza di alloggi. L’ente pubblico fa fatica ad affrontare le nuove emergenze ed una grossa parte dell’attività assistenziale ricade sulle parrocchie, che lavorano in collaborazione con il CAR (Centro Assistenza Rimpatriati), gli uffici del CLN e del comune.

Secondo alcuni dati dal valore provvisorio presenti negli archivi del Comune, nel giugno 1945 a Merano hanno la residenza 19.633 persone. 11.688 sono di lingua italiana, 7.176 di lingua tedesca (di cui 3.842 optanti per la Germania) e 769 sono stranieri. A questi si aggiungono 9.305 “provvisori” (di cui il 70 per cento di lingua italiana), per un totale di 28.938 persone. Negli ospedali ci sono 12.912 pazienti e il personale medico e paramedico ammonta a 5.404 unità, per un totale di 18.316 persone[89].
Una sezione autonoma della Pontificia commissione di assistenza (PCA) si costituisce a Merano nell’estate del 1945 con lo scopo “di facilitare il compito delle singole Pontificie Commissioni che giungono da ogni parte dell’Alta Italia per il prelievo dei dimessi da questi ospedali”. La PCA attrezza due alberghi, il Posta ed il Cremona, per dare vitto e alloggio ai parenti dei degenti[90].
La PCA si preoccupa di metter in contatto i reduci con le loro famiglie e di avviare la ricerca di persone disperse[91]. Nata con l’intento di assistere i profughi e di provvedere alla distribuzione degli aiuti provenienti soprattutto, tramite il Vaticano, dagli Stati Uniti d’America, si avvale subito di una fitta rete di sezioni a livello diocesano. Nei primi anni del dopoguerra la PCA è attiva su diversi altri fronti, primo fra tutti quello dell’assistenza alla gioventù.
“Eldorado” per personaggi equivoci
“Merano (…) dopo la liberazione ha assunto un nuovo volto: quello di centro internazionale del commercio clandestino di oro, gioielli, sterline, dollari, marchi, cocaina e insulina, zona di convegno degli avventurieri di mezza Europa, degli sbandati delle SS, della ex-Wehrmacht, dei traditori francesi al soldo di Petain, di bulgari, albanesi, russi, cechi e apolidi, che negli alberghi accoglienti della città e negli immediati dintorni hanno dato vita, nel dopoguerra, ad un giro colossale di affari più o meno loschi, trafficando e barattando partite ingentissime di merci pregiate, frutto di rapine e saccheggi in ogni parte di Europa”[92].
Così l’Alto Adige nel febbraio 1946. Che Merano, grazie alla sua posizione e alle sue condizioni rappresenti un luogo ottimale per mimetizzarsi è fuori dubbio. Come si è detto, è un porto di mare. Nell’immediato dopoguerra l’internazionalità della città si ripropone in una veste inedita.
Il periodo delle fughe comincia negli ultimi giorni del conflitto mondiale. È allora che gli agenti del gruppo Wendig con base a castel Labers investono tutte le loro risorse nel predisporre la propria salvezza. Essi collaborano alle trattative di resa oppure danno fondo alle ingenti somme di denaro vero e falso raccolte negli anni, per consentire all’uno o all’altro di partire per l’estero, in particolare verso le sponde accoglienti del Sudamerica.
Il paradosso più evidente riguarda proprio la zona dei castelli Labers e Rametz. I manieri, a fine guerra, non sarebbero serviti solo come base per la fuga dei gerarchi nazisti ma anche, al tempo stesso, per il transito degli ebrei che stanno lasciando i lager dell’Europa centrale. Questo almeno è quanto afferma l’agente americano Vincent La Vista in un sorprendente rapporto steso nel 1947 e rimasto top secret per trentacinque anni. La Vista ricostruisce le vie di fuga dei nazisti dall’Italia[93]. Nel suo rapporto afferma che la prima stazione della linea sotterranea di fuga degli ebrei in Italia è il castel Rametz. Tira in ballo alcuni nomi di persone che operano sotto la copertura della Croce Rossa, tra cui Alberto Crastan e Jaac van Harten, identificati anche da lui come agenti del gruppo di Schwend, e rivela: “I rapporti precisi tra il resto di ‘castel Labers’ ed il movimento clandestino ebraico al momento non sono conosciuti, ma sembra esserci un collegamento”[94].
Simon Wiesenthal espone circostanze molto simili:
“Capitò talora che le due organizzazioni (Odessa e Bricha, nda.) si servissero contemporaneamente dei medesimi punti di appoggio. Conosco una piccola locanda presso Merano, nell’Alto Adige, e un altro posto presso il Reschenpass (passo Resia, nda.), fra l’Austria e l’Italia, dove capitò che clandestini nazisti ed ebrei passassero insieme la notte senza sapere gli uni degli altri. Gli ebrei venivano nascosti al piano superiore e veniva detto loro di non muoversi, mentre ai nazisti, sistemati al pianterreno, veniva raccomandato di non uscire di camera”[95].
Ma la lista di chi capita a Merano in quel periodo è ben più lunga. Negli ultimi giorni di aprile e ai primi di maggio del 1945, abbiamo visto, in città si rifugia un grosso gruppo di fuggiaschi della Francia di Vichy tra cui l’ex premier Laval ed il ministro Luchaire con le rispettive famiglie. Di essi si occupa una missione militare francese guidata dal tenente Max Gallon, ufficialmente alla ricerca di ufficiali del regime di Vichy e di agenti francesi della Gestapo[96]. Riferisce il console Maurizio de Strobel che si mantiene in costante comunicazione don Degasperi:
“Essi avrebbero contatti con elementi allogeni; si giunge ad affermare che i francesi, approfittando delle rivalità etniche della regione, penserebbero a favorire la costituzione futura di uno staterello tirolese, comprendente l’Alto Adige, che dovrebbe ricadere sotto sfera di influenza francese. La Missione francese dipende dal comando francese del Vorarlberg, con cui ha frequenti contatti”[97].
Le missioni francesi “Haschisch” e “Michele” saranno infine tratte in arresto a Merano dagli americani, in circostanze poco chiare[98].

Ancora nell’agosto del 1945 si dice che “gli appartenenti alle formazioni militari e naziste germaniche a decine di migliaia circolano indisturbati per l’Alto Adige e sotto abiti borghesi godono della compiacente protezione degli Alleati”. Molti di essi sarebbero stati fatti “figurare come addetti ai servizi degli ospedali di guerra e posti come tali sotto la protezione internazionale del segno della Croce Rossa”. Tale espediente avrebbe “assunto particolare rilievo a Merano”[99].
Tra i personaggi a cui i servizi americani guardano con maggiore sospetto c’è ancora il già citato Jaac van Harten. Di lui si dice che, dietro il paravento della Croce Rossa internazionale, ha svolto varie attività, offrendo anche servizi meritori: negli ultimi giorni prima della resa avrebbe contribuito a salvare diverse vite tra gli alleati. Si conoscono però i suoi rapporti di affari con Schwend. Van Harten avrebbe distribuito tessere della Croce Rossa internazionale a persone ricercate dai servizi alleati, evitando loro l’arresto e l’internamento. Sarebbe inoltre stato trovato in possesso di cinque milioni di dollari in sterline dalla dubbia autenticità, somma requisita e consegnata agli uffici finanziari dell’88ª divisione[100].
Tornando ai primi di giugno, si vocifera della presenza in regione di Joachim von Ribbentropp[101]. Un’azione sistematica di arresto di “collaborazionisti italiani e tedeschi” si ha solo dal luglio 1945. Sono fermate “personalità assai note del mondo culturale germanico e dell’ambiente ex-diplomatico” o alti ufficiali dell’ex esercito della RSI”[102]. Tuttavia a metà luglio “alcuni noti ex dirigenti nazisti, tra i quali il Segretario di Zona di Merano e l’addetto stampa dell’Ambasciata germanica (…) sono stati rilasciati senza ulteriori sanzioni dopo pochi giorni di carcere”[103].
Nell’autunno 1945 si susseguono notizie di stampa relative all’arresto, a Merano, di criminali di guerra più o meno noti: un albergatore di Tarvisio di nazionalità cecoslovacca che in qualità di comandante delle SS avrebbe depredato i beni di famiglie ebraiche[104], i responsabili della fucilazione indiscriminata di numerosi abitanti di una cittadina francese[105], il capo della Gestapo a Trento, un cittadino italiano che, inquadrato nelle SS, avrebbe partecipato alla tortura di condannati a morte[106], un criminale di guerra ricercato dalla questura di Savona[107], altri due ex membri della RSI.
Anche nel 1946 si dà notizia del fermo di un ex capitano delle brigate nere che avrebbe partecipato a rastrellamenti e a plotoni d’esecuzione[108], di un ex membro della polizia germanica accusato di furto[109], di due persone ree di collaborazionismo avendo esse partecipato alla deportazione degli ebrei meranesi[110], e di vari altri personaggi minori. A Prato allo Stelvio viene arrestato anche Luis Schintholzer, sotto il cui comando era avvenuta la retata che aveva condotto gli ebrei meranesi alla morte nei lager. Fuggito da un campo di concentramento alleato, si era rifugiato nel paese venostano[111].
Dopo un periodo di arresto, in un ospedale di Merano trova la morte, nell’aprile 1946, la moglie di Martin Bormann[112], i cui figli avrebbero continuato a risiedere in Alto Adige, più volte importunati dalle indiscrezioni della stampa.
In città sarebbe passato il famigerato dottor Josef Mengele, in fuga per il Sudamerica. “Mengele – riferisce Wiesenthal – aveva amici potenti nell’organizzazione dell’Odessa, e nel 1951 fuggì, attraverso il passo di Resia e Merano, in Italia, di dove passò in Spagna e più tardi nell’America latina. Nel 1952 arrivò a Buenos Aires, provvisto di documenti falsi, e cominciò a esercitare la professione di medico”. La moglie di Mengele, espulsa dalla Svizzera nel 1962, si trasferisce poi a Merano, “in una casa isolata, confortata dalla presenza di molti ex nazisti”[113].
Tutti costoro vivono spesso indisturbati nelle ville o nelle pensioni del Meranese, soprattutto nel periodo del centro ospedaliero, fino agli inizi del 1947, malgrado gli interventi effettuati nei primi mesi dalle autorità militari alleate e dai carabinieri.
“Dopo la prima ventata e malgrado i repulisti, a Merano sotto la cenere cova sempre il fuoco. SS, lanzichenecchi in pensione, spie internazionali, ladri e trafficanti vivono ancora in clima di democratica libertà nei lussuosi alberghi, nelle pensioni, conducendo un tenore di vita dispendiosissimo e profondendo centinaia di migliaia di lire di dubbia provenienza nel vortice della ‘roulette’ del Casino municipale”[114].
Lo scrive nel febbraio 1946 il quotidiano Alto Adige che oltre un anno dopo ribadisce:
“Merano, è noto a tutti, è una specie di ‘Eldorado’ per i pezzi grossi e non grossi compromessi nelle vicende successive al 1943. Si fanno spesso nomi di personalità ‘rimarchevoli’ dal punto di vista della posizione ufficiale tenuta sino all’aprile 1945”[115].
Non è senza fondamento dunque la sfuriata di Tullio Armani sulla “cittadella della reazione”[116]. Qualche mese dopo la denuncia è ripresa specificando che “esistono delle organizzazioni di assistenza non autorizzate, sovvenzionate ed operanti nascostamente, che provvedono, in ispecie, ai fuggiti dai campi di concentramento”. Ma
“la categoria meno appariscente è costituita da coloro i quali, in conseguenza degli eventi bellici, si costituirono una scorta di danaro o di merci facilmente realizzabili o depositarono presso terzi quantità di roba di più arduo occultamento, ricevendone in cambio alloggio, vitto ed agevolazioni varie”.
Una volta esaurite le scorte questi si darebbero al dolce far niente o alla criminalità.
“Lenoni e prostitute si contano a centinaia; molti sono dediti al traffico degli stupefacenti e delle valute straniere, allo spaccio delle monete false, allo scambio clandestino del bestiame coi vicini paesi d’oltre confine e ad altre operazioni più o meno innominabili”[117].
Conclusione
Nella città dell’immediato dopoguerra si ritrovano i tratti della Merano di sempre, però in una forma tale che ce li presenta esasperati dalle circostanze eccezionali.
La prima caratteristica è quella di essere “porto di mare”. Nella tranquillità della città turistica (o ospedaliera) personaggi di ogni calibro riescono a ritagliarsi un angolo nel quale vivere o dal quale agire più o meno indisturbati.
Benché svuotata dalle leggi razziali, dalle opzioni e dalla guerra, Merano rimane punto di attrazione per persone appartenenti ad ogni lingua, cultura, tradizione religiosa. Era stato così in passato e lo sarà nei decenni successivi fino ai giorni nostri.
Altro tratto tipico di Merano è l’alto tasso di litigiosità tra partiti politici. Ciò vale in special modo per la comunità italiana, sempre frammentata e distratta da progetti più o meno velleitari. Negli anni dal 1945 al 1948 questa incapacità di fare sintesi si manifesta nelle gravi incomprensioni del CLN col prefetto, nella situazione di “crisi endemica” delle rappresentanze comunali, nella tendenza a prendere le distanze dai partiti “nazionali” per creare soggetti politici locali dall’esistenza effimera.
Malgrado tutto, ulteriore particolarità iscritta nel DNA dell’antica capitale del Tirolo, la città riemerge dallo stato di insignificanza, così come era avvenuto, dopo ogni caduta, anche nei secoli passati.
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[33] INSMLI, CLNAI, busta 48, fasc. 604, Relazione di Riccardo Boninsegna al presidente del CLNAI, giugno 1945.
[34] Valente 2005: 281
[35] INSMLI, fondo Bonomi, busta 2, fasc. 6, CLN di Merano, Verbale dell’adunanza, 1.5.1945.
[36] Romeo 1990: 10
[37] INSMLI, CLNAI, busta 35, fasc. 1, Relazione sulla situazione sviluppatasi in Alto Adige, Tullio Ducati, 26.5.1945.
[38] Romeo 1990
[39] INSMLI, CVL Veneto, b. 7, f. 2, Situazione dell’Alto Adige dall’8 settembre 1943 alla liberazione.
[40] AStM/MStA, ZA, 15K, 1497, Seuffert, avviso alla Wehrmacht, 9.5.1945.
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[43] Commissariato del Governo Bolzano, AGPB, fasc. Elenco degli uffici alleati e degli uffici pubblici della Provincia, 1945, XV, 1.
[44] AStM/MStA, ZA, 15K, 1497, Sindaco Moretti all’AMG, 20.11.1945.
[45] “Alto Adige”, 6.6.1945.
[46] ACS, Min. Int., Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 30.6.1945.
[47] ACS, Min. Int., Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12966, Bolzano relazioni, Nota del generale comandante dei carabinieri per la presidenza del consiglio e altri indirizzi, 27.7.1945; ACS, Min. Int., Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 18.8.1945; Steurer 2000: 55
[48] AStM/MStA, ZA, 15K, 1497, Sindaco Moretti all’AMG, 20.11.1945.
[49] Intervista a E. D., 5.1.2005.
[50] ACS, Min. Int., Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 17.6.1945.
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[52] ACS, Min. Int., Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 22.10.1945.
[53] ASDMAE, Aff. Pol. 1946-1950 Italia, b. 95, pos. 64/5, Relazione di de Strobel, 22.2.1946.
[54] ACS, PCM, Gabinetto, Aff. Gen. 1948-50, 1/6-1-36435/1, Relazione dello stato maggiore dell’esercito, 9.4.1946, Messaggio del maggiore Harrison, 31.12.1945. Oltre alle unità alleate, a Merano si sussegue la presenza di reparti della “Folgore” (col comando all’hotel Centrale di piazza Teatro) e della “Garibaldi” (nel 1945). Vi hanno sede il comando della IV brigata di fanteria che poi si trasforma in comando del 4° reggimento alpini ed il 508° battaglione guardie che si trasforma in 3° battaglione alpini. Dall’inizio del 1946 c’è il comando del 6° Reggimento alpini e la compagnia comando reggimentale presto trasferita a Brunico (informazioni Mario Rizza). Nel novembre 1946 si costituisce a Merano un gruppo esplorante 2° cavalieri (divisionale “Friuli”) cui sono assegnati colori, fregio e numero del disciolto reggimento “Piemonte Reale Cavalleria”, trasferito a Firenze nel 1948.
[55] Commissariato del Governo Bolzano, AGPB, fasc. Corrispondenza al 9.5.1945, Varie lettere di nomina, 1945,I II III.
[56] “Alto Adige”, 25.5.1945.
[57] Steurer 2000: 62
[58] AStM/MStA, ZA, 15K, 1497, Prospetto sulla situazione del movimento del personale dopo il 2 maggio 1945 per l’approvazione dell’AMG, 18.7.1945.
[59] “Alto Adige”, 11.9.1946.
[60] “Alto Adige”, 23.8.1946.
[61] “Alto Adige”, 4.4.1947.
[62] “Alto Adige”, 15.2.1947.
[63] “Alto Adige”, 21.3.1947.
[64] “Alto Adige”, 3.4.1947.
[65] “Alto Adige”, 4.4.1947.
[66] “Alto Adige”, 9.4.1947.
[67] “Alto Adige”, 27.4.1947.
[68] “Alto Adige”, 16.12.1947.
[69] I dati sono ricavati da “Alto Adige”, 21.4.1948.
[70] “Alto Adige”, 30.11.1948.
[71] Psi 23,5, Unità socialista 6,5, PCI 22,6; SVP 10,7, “Alto Adige”, 30.11.1948.
[72] “Alto Adige”, 13.10.1948.
[73] “Alto Adige”, 20.11.1948.
[74] “Alto Adige”, 15.11.1948.
[75] “Alto Adige”, 27.5.1952. Risultano eletti: SVP: Huber, Hellrigl, Klotzner, Zanon, Ladurner, Lochmann, Leither, Bartolini, Platter, Tschöll; DC: Zanandrea, Voltolini, Volante, Moschen, Giampieretti, Rizzi, Forti; MSI: Maffei, Baseggio, Montali; PSI; Di Stefano, Bernasconi, Palazzi, AD: Vinci, Fiorio, Valentini, PCI: Scibilia, Barbieri; Ind. Sudt.: Kristanell, Gobbi, “Alto Adige”, 28.5.1952.
[76] “Alto Adige”, 18.1.1947.
[77] “Alto Adige”, 24.1.1947.
[78] Al proposito afferma de Strobel nel febbraio 1946: “Risulta che dal solo parco di sanità ‘Feltre’ di Merano i prigionieri tedeschi hanno venduto medicinali a loro affidati in custodia per milioni di lire: col ricavato di tali vendite gli interessati conducevano vita brillantissima, disponendo di macchine, recandosi a sciare nei centri di montagna ecc.”, cit. in De Napoli 1996: 125
[79] “Alto Adige”, 18.1.1947.
[80] “Alto Adige”, 28.12.1945.
[81] Steinhaus 1994: 115
[82] Steinhaus 1994: 116
[83] Steinhaus 1994: 117
[84] Steinhaus 1994: 126
[85] Pfanzelter 1998: 239
[86] Già il 28 aprile 1945 un gruppo di ebrei del lager di Bolzano, viene condotto a Merano a cura della Croce Rossa.
[87] Steinhaus 1994: 126
[88] Pruccoli 2001: 18,22; “Alto Adige”, 22.5.1949
[89] AStM/MStA, ZA, 15K, 1497, Corrispondenza consegnata all’AMG (Capt. Hopkins), giugno 1945.
[90] “Alto Adige”, 17.10.1945.
[91] “Si comunica che la Sezione Speciale della PCA di Merano ha costituito un centro di raccolta di notizie riguardanti i reduci ammalati degenti nella stessa città. Per ragioni pratiche le notizie, convenientemente smistate, saranno inviate, per le diocesi settentrionali, alle Delegazioni Regionali di Torino, di Genova e delle Tre Venezie che provvederanno ad inoltrarle alle Sezioni diocesane competenti. Per le regioni centro-meridionali le notizie saranno accentrate alla sede della PCA in Roma che penserà al successivo inoltro”, Trasmissione di Radio Vaticana, 13.11.1945.
[92] “Alto Adige”, 17.2.1946.
[93] Schröm – Röpke 2001: 44
[94] Cit. in Elam 2000: 7
[95] Wiesenthal 1967: 85; Cfr. anche Wiesenthal 1989: 79
[96] NA, RG 226, E 174, B 59, F 109, CI, Situation Summary, Merano Area, 4.6.1945.
[97] ACS, MI, Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 23.6.1945.
[98] Steinacher 2000: 104
[99] ACS, MI, Div. Gen. PS, Divis. Aff. Generali e Riserv., 1944-46, b. 17, Appunto del capo della polizia per la presidenza del consiglio, 15.8.1945.
[100] NA, RG 226, E 174, B 59, F 109, CI, Situation Summary, Merano Area, 4.6.1945.
[101] NA, RG 226, E 174, B 59, F 109, CI, Situation Summary, Merano Area, 4.6.1945.
[102] ACS, MI, Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 12.7.1945.
[103] ACS, MI, Gabinetto (1944-46), b. 145, f. 12931, Alto Adige, situazione generale, Relazione de Strobel, 23.7.1945.
[104] “Dolomiten”, 28.9.1945.
[105] “Alto Adige”, 30.9.1945.
[106] “Dolomiten”, 2.10.1945.
[107] “Dolomiten”, 15.10.1945.
[108] “Alto Adige”, 14.3.1946.
[109] “Alto Adige”, 10.4.1946.
[110] “Alto Adige”, 21.4.1946.
[111] “Alto Adige”, 27.6.1946.
[112] “Alto Adige”, 16.10.1948; Lebert – Lebert 2000: 87
[113] Wiesenthal 1967: 163
[114] “Alto Adige”, 17.2.1946.
[115] “Alto Adige”, 22.5.1947.
[116] “Alto Adige”, 18.1.1947.
[117] “Alto Adige”, 22.4.1947.