Vita Trentina – 5.5.2002
L’atmosfera è in parte quella di un importante avvenimento ufficiale, in parte quella della sagra paesana. Il Centro giovanile di Peja/Pec si presenta, in una realtà fitta di contraddizioni, come un elemento di crescita e di speranza. Ci sono tutti: dal vescovo all’imam, dal ministro ai militari della Kfor, dall’assessore regionale all’ex miliziano. Questo solo per citare le autorità, perché poi la festa è tutta dei bambini, dei giovani, delle famiglie.
L’esordio è nella chiesa parrocchiale. Il solenne pontificale, accompagnato dai canti del coro, è presieduto dall’arcivescovo di Trento mons. Luigi Bressan. Concelebrano il vescovo di Prizren Mark Sopi, il parroco don Lorenc, alcuni sacerdoti locali e i direttori delle Caritas del Nordest d’Italia, giunti il giorno prima per l’occasione.
Mons. Sopi, nel dare il benvenuto, ringrazia la gente del Nordest per la generosità dimostrata e spiega all’assemblea l’importanza di Trento, città del Concilio, nella storia della Chiesa. Nei Balcani, detto per inciso, la storia è vissuta in un modo del tutto particolare. Mons. Bressan, all’omelia, sottolinea la volontà di condividere lo spirito con cui il popolo del Kosovo sta da anni lavorando alla ricostruzione del Paese. Un po’ nello stile di S. Giuseppe di cui – è il 1° maggio – ricorre la festa. Un paese giovane, il Kosovo, che ripone nelle nuove generazioni molte speranze. In segno di fraternità mons. Bressan annuncia che lascerà alla comunità la casula che indossa, un ricordo dell’incontro dei giovani con papa Giovanni Paolo II. Dalle navate della chiesa di S. Caterina si leva un applauso di approvazione. In questo clima la festa si trasferisce sul piazzale (ancora una semplice gettata di cemento) sotto il primo sole di maggio.

Il microfono passa di mano in mano. Engelbert (per gli italiani presenti “Angelo”), responsabile del Centro giovanile, introduce i vari interventi. “A volte – dice – sembra che in Kosovo tutto sia cominciato nel mese di giugno 1999, con l’arrivo delle forza Nato. Una volta liberati dal regime precedente, abbiamo cominciato a ricostruire ogni cosa tanto che in breve tempo siamo anche riusciti a superare la fase d’emergenza. Adesso quindi la nostra società è tutta orientata alla ricostruzione morale e sociale del Paese, e si può concentrare su attività educative e culturali”.
Il Centro comprende una sala conferenze, il laboratorio di informativa, una sala d’arte, una sala di animazione per i bambini e una ludoteca. “La struttura – dice Engelbert – è aperta da quattro mesi”. E dà i numeri dei frequentatori e delle attività svolte. Si susseguono mons. Bressan: “Siamo contenti di vedere l’entusiasmo giovanile nella ricostruzione del Paese”; don Dino Pistolato, delegato della Caritas del Nordest: “Noi abbiamo fatto la parte più piccola: ora tocca a voi farne un centro di incontro per tutti”; il vescovo Sopi: “Questo Centro è un’opera per il bene comune”; l’imam Nexhmeddin Hoxha: “Ringrazio la Caritas perché è intervenuta sempre senza fare distinzione tra cattolici e musulmani”. Portano il loro saluto, infine, l’assessore alla gioventù ed un rappresentante del Tmk (l’ex Uck riconvertito in corpo di protezione civile).
A questo punto, dato anche che il sole non perdona, si dà il via alle esibizioni: dei giovani “saltatori” a ritmo di musica, delle danzatrici seguite con divertito imbarazzo dai presuli accomodati nella prima fila, di un Eros Ramazzotti in versione locale. Gli artisti del Centro, infine, fanno omaggio delle loro opere all’arcivescovo di Trento, a don Dino Pistolato e a Laura Gava, colei che ha seguito le varie fasi di realizzazione del Centro, un raggio di concreta speranza nel Kosovo degli odii e delle divisioni.