Scarp de’ tenis – Ottobre 2026
Nessuna grande crisi del nostro tempo può essere affrontata da soli. Guerre, cambiamenti climatici e migrazioni richiedono una visione globale
Perché parlare di identità mentre il mondo è attraversato da guerre, migrazioni, riarmo, crisi climatica, disuguaglianze ed emergenze umanitarie?
È la domanda da cui ha preso avvio il seminario nazionale promosso da Caritas Italiana e dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana, che ha raccolto a Frascati (7-9 settembre) esperienze, domande e speranze provenienti dalle diocesi italiane.
La risposta sta nella natura stessa delle grandi crisi del nostro tempo: nessuna può essere affrontata da soli. Guerre, cambiamenti climatici, migrazioni e disuguaglianze richiedono una prospettiva globale, fondata sul bene comune e sulla cooperazione multilaterale. È proprio il multilateralismo, però, a mostrare oggi tutta la sua fragilità. Papa Leone, parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede nel gennaio 2026, ha denunciato il ritorno di una “diplomazia della forza” e di un crescente fervore bellico.

In questo scenario, il sovranismo identitario e nazionalista rappresenta un ostacolo alla costruzione di istituzioni capaci di affrontare i conflitti con gli strumenti della diplomazia. Le forze estremiste che avanzano in diversi Paesi europei propongono una visione nella quale la sovranità nazionale e l’interesse del proprio Paese diventano valori assoluti.
La conseguenza può essere una spirale pericolosa: nuove logiche imperiali, più guerre, il progressivo accantonamento delle grandi questioni globali, dalla crisi climatica alle disuguaglianze. Per questo occorre disinnescare la bomba identitaria.
Non si tratta di negare le identità, ma di riconoscerne la pluralità e la possibilità di convivere. La storia europea mostra che è possibile. Lo dimostra anche la vicenda dell’Alto Adige, dove ottant’anni fa l’Accordo Degasperi-Gruber individuò nell’autonomia una strada per superare un conflitto fra identità nazionali confliggenti. Oggi quell’autonomia, pur perfettibile, è considerata una storia di successo. Ma non è soltanto il risultato della volontà di due Stati o di due statisti: è stata accompagnata e sostenuta dalle Nazioni Unite, dal processo di integrazione europea e dalle istituzioni transfrontaliere.
La lezione vale ben oltre quel territorio. Come ricordava Papa Francesco, serve un multilateralismo che non dipenda dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi, ma abbia un’efficacia stabile. E tuttavia c’è un paradosso. La stessa crisi che alimenta i nazionalismi può essere a sua volta nutrita dai nazionalismi stessi. La Cei, nel documento Educare alla pace, osserva che le identità esclusive trovano consenso soprattutto tra chi è più esposto alle crisi economiche e sociali, alla paura dei cambiamenti e alla devastazione ambientale.
È un gatto che si morde la coda: le crisi alimentano la paura, la paura cerca rifugio nell’identità, l’identità assolutizzata indebolisce la cooperazione necessaria per affrontare le crisi.
Non ci sono risposte semplici. Ma costruire identità plurali significa forse proprio questo: imparare a sentirsi parte di più comunità, senza trasformare nessuna appartenenza in un muro. È una sfida culturale e politica, ma anche una condizione concreta per tornare a costruire la pace.
Il sovranismo identitario rappresenta un ostacolo alla creazione di istituzioni capaci di affrontare i conflitti con gli strumenti della diplomazia