L’Accordo Degasperi-Gruber, una lezione ancora attuale

QuiMedia – 3.9.2026

Il 5 settembre ricorrono gli ottant’anni dell’Accordo di Parigi, firmato nel 1946 da Alcide Degasperi e Karl Gruber. Un patto bilaterale, ma con un respiro che già allora andava oltre i confini dei due Stati. Oggi, mentre tornano a prevalere nazionalismi, sovranismi e logiche di contrapposizione, quell’Accordo può essere letto come una delle esperienze più significative di come il diritto internazionale possa trasformare un conflitto in un percorso di convivenza.

La questione riguardava anzitutto le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige, coinvolte nelle drammatiche vicende seguite alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, alla politica di snazionalizzazione fascista e alla tragedia nazifascista. Ma la soluzione individuata da Italia e Austria conteneva un elemento innovativo: il compromesso non fu costruito soltanto intorno alla sovranità sul territorio, bensì sulla tutela dei diritti delle persone che quel territorio abitavano. Il confine rimaneva al Brennero e l’Austria otteneva garanzie internazionali per la popolazione altoatesina.

È questo il valore giuridico e politico dell’Accordo: un contenzioso territoriale e identitario veniva affidato al negoziato, alle garanzie internazionali e alla progressiva costruzione di istituzioni capaci di rendere effettivi gli impegni assunti. Non una soluzione istantanea, ma l’avvio di un processo. Dopo le difficoltà degli anni Cinquanta e Sessanta, il Pacchetto del 1969 e lo Statuto di autonomia rinnovato del 1972 trasformarono gradualmente quel compromesso in un sistema di tutela e autogoverno. Non senza contraddizioni anche al presente, perché, appunto, rimane un percorso.

La storia dell’Alto Adige dimostra che un accordo internazionale non vive soltanto nel momento della firma: vive nelle istituzioni, nelle politiche e nella capacità delle generazioni successive di interpretarne lo spirito. Anche per questo l’Accordo Degasperi-Gruber può essere considerato un passo, forse inconsapevole ma decisivo, verso l’integrazione europea. La progressiva apertura del confine, la cooperazione transfrontaliera, la mobilità, il plurilinguismo e la tutela delle minoranze sono diventati elementi della costruzione dell’Europa.

La lezione è più ampia. Un conflitto fondato su territorio, identità e appartenenza non deve necessariamente concludersi con la vittoria di una parte sull’altra. Può essere trasformato attraverso il diritto, il negoziato e istituzioni comuni. È la logica del multilateralismo: non cancellare le differenze, ma costruire regole capaci di renderle compatibili.

Fuori dall’Europa, questa consapevolezza appare oggi più necessaria che mai. Le istituzioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, mostrano limiti evidenti e spesso faticano a prevenire o risolvere i conflitti. Ma la risposta non può essere il loro abbandono. Occorre, al contrario, valorizzarle e ridisegnarle, rendendole più rappresentative, efficaci e capaci di affrontare le nuove forme della conflittualità internazionale.

Ottant’anni dopo, l’Accordo di Parigi ricorda che la pace non nasce dall’eliminazione del conflitto, ma dalla capacità di trasformarlo. Le identità non devono scomparire per convivere: devono trovare nelle istituzioni uno spazio di riconoscimento che non diventi un muro.

Lascia un commento