Erre[1] – 7.2026 – Intervista di Raffaele Buscemi a Paolo Valente[2]
Negli ultimi anni si parla sempre più di “insicurezza alimentare” anche in Paesi economicamente avanzati. Che cosa significa oggi, concretamente, “non avere pane” in Italia?
Oggi “non avere pane” non significa più soltanto soffrire la fame, ma vivere una condizione di insicurezza alimentare. Questo vuol dire non avere accesso stabile a cibo sufficiente, sicuro e nutriente. Molte famiglie riescono a mangiare, ma rinunciano a prodotti freschi o di qualità, scegliendo alimenti meno costosi e meno equilibrati. Nei casi più difficili si riducono le porzioni o si saltano pasti, spesso per garantire ai figli ciò che serve.
Questa condizione colpisce non solo chi è in povertà estrema, ma anche lavoratori precari, anziani e famiglie con redditi bassi. Più che assenza totale di cibo, è una precarietà quotidiana fatta di rinunce, scelte obbligate e incertezza sul futuro.

Nell’esperienza della Caritas, il bisogno di cibo è spesso intrecciato ad altre fragilità.
Quali sono oggi le situazioni più ricorrenti che incontrate dietro una richiesta di aiuto alimentare?
Nell’esperienza della rete Caritas in Italia, la richiesta di cibo è spesso solo la punta dell’iceberg. Dietro emergono situazioni ricorrenti: lavoro precario o povero, che non garantisce un reddito sufficiente; difficoltà abitative, con affitti troppo alti; indebitamento e bollette non pagate. Frequenti anche solitudine e fragilità relazionali, soprattutto tra anziani e famiglie monoparentali.
Tra le persone migranti pesano precarietà giuridica e occupazionale. Il bisogno alimentare si intreccia così con una vulnerabilità più ampia, fatta di instabilità economica e isolamento sociale.
Il rischio, quando si parla di distribuzione di cibo, è quello di scivolare nell’assistenzialismo. Come si può coniugare l’aiuto concreto con il rispetto della dignità della persona?
Il rischio di assistenzialismo si evita quando l’aiuto alimentare non è solo distribuzione passiva, ma coinvolgimento attivo. Gli empori solidali, ad esempio, funzionano come piccoli supermercati: le persone scelgono cosa prendere con una tessera a punti, preservando autonomia e dignità. Spesso sono promossi da realtà come le Caritas diocesane e favoriscono percorsi di inclusione.
Anche le mense di comunità stanno cambiando: non più solo pasti gratuiti, ma luoghi di relazione, dove si mangia insieme e si costruiscono legami. Iniziative che puntano a creare spazi accoglienti, non stigmatizzanti.
In questo modo l’aiuto resta concreto, ma riconosce la persona come protagonista, non come semplice destinataria.
Il pane è uno dei simboli più semplici e universali. Nella vostra esperienza, che cosa cambia quando il pane non è solo distribuito, ma condiviso?
Il pane cambia significato quando non è solo distribuito, ma condiviso: da risposta a un bisogno diventa relazione. Nel Vangelo, lo “spezzare il pane” non è solo un gesto materiale, ma un atto che crea comunità, perché implica dono reciproco e riconoscimento dell’altro. Condividere il pane significa condividere tempo, ascolto, dignità. Non c’è più chi dà e chi riceve, ma persone che si incontrano. Così anche oggi, il pane condiviso costruisce legami e trasforma l’aiuto in esperienza di comunione.
Guardando alle trasformazioni sociali degli ultimi anni, quali nuove forme di povertà stanno emergendo e spesso restano invisibili? Soprattutto nelle città.
Secondo i dati Istat, in Italia oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta (circa il 10% della popolazione) e il 23% è a rischio esclusione sociale. Ma accanto alla povertà “tradizionale” emergono forme nuove, spesso poco visibili.
Cresce la povertà “lavorativa”: persone con un impiego ma redditi insufficienti. Si diffonde la povertà abitativa, tra affitti alti e precarietà. Aumenta la fragilità dei giovani e delle famiglie con figli, così come quella delle persone migranti. Centrale la povertà relazionale: solitudine, isolamento, mancanza di reti. Non ultima è la povertà di informazione.
Sono povertà meno visibili perché non sempre estreme, ma segnate da instabilità, vulnerabilità e difficoltà quotidiane nel sostenere una vita dignitosa.
Se dovesse indicare una priorità culturale e politica per affrontare il tema della fame oggi, quale sarebbe? Da dove si dovrebbe ripartire?
La priorità è riconoscere il cibo (il buon cibo) come diritto fondamentale, non come emergenza. Occorre ripartire da politiche che garantiscano accesso stabile a un’alimentazione dignitosa, sostenendo redditi, lavoro e servizi. Caritas Italiana sostiene la campagna Good Food 4 All, iniziativa dei cittadini europei per garantire il diritto al cibo in tutta l’Unione.
Serve un cambiamento culturale: passare dalla logica dell’assistenza a quella della corresponsabilità. La lotta alla fame è anche riconoscimento di diritti, costruzione di legami, comunità e inclusione.
Dal punto di vista della comunicazione, come si racconta oggi questa parte nascosta della società italiana.
Alla “povertà di informazione” Caritas Italiana – con l’Osservatorio di Pavia – ha dedicato lo studio “Taglio basso” da cui emerge soprattutto un problema di rappresentazione mediatica della povertà.
Il tema è poco presente: nei telegiornali occupa una piccola percentuale delle notizie ed è trattato in modo episodico, legato a emergenze o fatti eccezionali. Quando compare, la povertà è spesso raccontata in modo riduttivo: come pretesto di scontro politico, come questione solo caritativa o come problema di ordine pubblico, senza coglierne la complessità.
Mancano dati e approfondimenti (usati raramente) e prevalgono gli stereotipi che associano povertà a criminalità o marginalità. Il risultato è una povertà “invisibile”: diffusa nella realtà, ma marginale e distorta nel racconto pubblico.
[1] Periodico di divulgazione e approfondimento, Fondazione Rut, n. 7.
[2] Vicedirettore di Caritas Italiana.