Alto Adige – 5.5.2002
All’ingresso di Peja/Pec, nel Kosovo occidentale, c’è un cartello giallo che riporta il nome della località. La versione serba del toponimo è cancellata a colpi di spray. Già questo particolare rende la provincia balcanica un po’ più vicina a certe nostre latitudini. Salvo che lì ciò che pesa non è tanto la cancellazione di un nome, quanto quella di interi villaggi, di vite e sentimenti umani.
Dal giugno del 1999 ad oggi il Kosovo è stato destinatario di un imponente investimento umanitario. Anche le Caritas locali di Trento e Bolzano-Bressanone sono state presenti con alcune notevoli realizzazioni. Per questo motivo dal 30 aprile al 2 maggio alcuni rappresentanti delle Caritas del Nordest si sono recati in Kosovo, accompagnati dal direttore delegato don Dino Pistolato e dal vescovo delegato per la Caritas mons. Luigi Bressan. Tra loro anche il direttore della Caritas di Trento, don Francesco Malacarne, ed il vicedirettore di quella di Bolzano-Bressanone Luigi Zenari.
Il Kosovo oggi è una sorta di protettorato delle Nazioni Unite, governato da una amministrazione ad interim (Unmik), affiancata, piano piano, da amministratori locali. La regione è presidiata integralmente dalle forze militari internazionali (Kfor, 50 mila soldati), suddivise in diversi settori dei quali uno affidato all’Italia che ha un contingente di cinquemila uomini.

Mentre la ricostruzione materiale procede veloce, man mano che passa il tempo, si fanno più evidenti le contraddizioni legate all’incertezza sul futuro della provincia. La comunità internazionale, in base alla risoluzione dell’Onu 1244 e agli accordi sottoscritti con Belgrado, considera il Kosovo ancora una provincia Iugoslava. La popolazione albanese non vede altro che l’indipendenza. La minoranza serba, che è su posizioni antisecessionistiche, vive profuga ai margini della regione oppure agli “arresti domiciliari” nelle enclave, protetta dai militari della Kfor, che hanno appunto il mandato di evitare ogni contatto tra serbi e albanesi.
Il risentimento è ancora forte, il Paese è disseminato di cimiteri e monumenti ai caduti. “Se ce ne andassimo – dice il tenente colonnello italiano di stanza a Peja/Pec – ricomincerebbe subito il massacro”. Una situazione che, come è ovvio, non offre prospettive si sviluppo. L’economia è tuttora un’economia di guerra.
Il gruppo dei rappresentanti della Caritas si è trattenuto a Peja/Pec, dove il 1° maggio c’è stata l’inaugurazione, presso la parrocchia, del nuovo Centro giovanile. Significativa la presenza, oltre che di mons. Bressan (“Siamo contenti di vedere l’entusiasmo giovanile nella ricostruzione del Paese”), del suo collega kosovaro Mark Sopi e dell’imam Nexhmeddin Hoxha (“Ringrazio la Caritas perché è intervenuta sempre senza fare distinzione tra cattolici e musulmani”).
Nella zona di Peja/Pec la Caritas triveneta è intervenuta, oltre che con il Centro giovanile, con la ricostruzione di cento case e alcune realizzazioni tecniche presso l’ospedale cittadino.
Significativi gli incontri avuti dalla delegazione con la componente serba: nell’antica sede del Patriarcato ortodosso, nel monastero di Visoki Decani e nell’enclave di Gorazhdec dove la Caritas ha contribuito alla costruzione di un mulino.
La delegazione trentina, il 2 maggio, si è recata a Ferizaj, dove ha sede la giovane Caritas Kosovo presieduta da don Albert Krista, e nella zona di Bince/Binac, dove serbi e albanesi convivono in modo relativamente pacifico. Proprio qui la Caritas di Trento ha finanziato la ricostruzione di 24 abitazioni. È la zona dove opera don Lush Gjergji, intellettuale noto anche all’estero, amico e consigliere del presidente Ibrahim Rugova: “Facciamo di tutto – dice – per tornare a collaborare. Da tre settimane abbiamo creato anche la scuola multietnica dove vanno insieme bambini albanesi e serbi. Due settimane fa io e i miei collaboratori abbiamo fatto un incontro con i rappresentanti della comunità serba e abbiamo sottoscritto una dichiarazione in cui si dice che vogliamo affrontare tutti i problemi insieme”.
Le Caritas di Trento e di Bolzano-Bressanone (anche l’Alto Adige ha finanziato la costruzione di case) danno anche un’importante contributo organizzativo alla Caritas Kosovo, che muove i primi passi. In partenza infine un progetto di sostegno allo sviluppo economico, da attuare in campo agricolo, come già si è fatto in Bosnia.
La delegazione ha potuto constatare con mano il buon impiego delle offerte raccolte in regione, investite senza distinzione di etnia: già questo fatto è vissuto laggiù come un piccolo ma concreto segno che invita alla riconciliazione.