La testimonianza di don Lush Gjergji

Vita Trentina – 5.5.2002

Quella di don Lush Gjergji è una parrocchia di campagna. La chiesa dalle linee moderne risale al 1967. Internamente è affrescata da due artisti musulmani che, in un ciclo di pitture, hanno raffigurato le vicende della comunità ai tempi della deportazione in Anatolia. L’aria è serena, una suora, nel giardino, annaffia i tulipani e sorride.

Don Lush sente l’urgenza della testimonianza. Gode la fama di intellettuale, scrive, è presente. E’ amico personale del presidente Ibrahim Rugova e l’ispiratore della strategia nonviolenta messa in atto dai kosovari, con grande partecipazione (e poca attenzione da parte dell’Occidente) nel corso degli anni ’90.

Don Lush Gjergji

La zona dove si trova la parrocchia di Bince/Binac è forse l’unica, in tutto il Kosovo, dove serbi e albanesi vivono fianco a fianco. Da sempre. Non ci sono enclave. Ma purtroppo la guerra è passata anche qui. “Hanno bruciato 17 case dei cattolici anche se i nostri rapporti erano buoni da secoli. Non possiamo dire che il popolo serbo ha fatto questo, ma l’esercito e la polizia serba spingeva tante volte in questa direzione…” Don Lush crede fermamente nel perdono: “Secondo me chi odia non è libero e vive peggio che nella schiavitù di Milosevic e nella schiavitù del male”.

Dice il parroco: “Facciamo di tutto per tornare a collaborare. Da tre settimane abbiamo creato anche la scuola multietnica dove vanno insieme bambini albanesi e serbi. Due settimane fa io e i miei collaboratori abbiamo fatto un incontro con i rappresentanti della comunità serba e abbiamo sottoscritto una dichiarazione in cui si dice che vogliamo affrontare tutti i problemi insieme”. Un esempio? Stanno collaborando alla costruzione dell’acquedotto per il quale si fanno lavorare insieme operai serbi e albanesi. Inoltre l’ambulatorio parrocchiale è aperto per tutti i serbi che, di fatti, lo frequentano regolarmente”.

Don Lush ci tiene a curare i rapporti con il sacerdote ortodosso di Vitina e con l’imam: “Abbiamo rilasciato delle dichiarazioni comuni alla radio e alla televisione, cercando di far capire che Dio non vuole l’odio e la distruzione, tento meno nel suo nome”.

Racconta dei primi giorni del dopoguerra: “Appena se ne è andato l’esercito sono andato dal prete ortodosso e gli ho detto: Vieni a casa mia, se sei in pericolo, con tua moglie e i tuoi figli. E’ rimasto talmente colpito che non riusciva a capire quello che gli dicevo. So che poi in una predica ha detto: Che don Lush non ci odiasse lo speravo, perché è cristiano e prete, ma che ci amasse dopo tutto quello che abbiamo fatto e che ha subito, proprio non ci speravo…”

“Credo – conclude don Lush – che questa sia la forza della testimonianza e del coraggio di anticipare i tempi. Vogliamo comportarci da cristiani in mezzo a questi due mondi, quello islamico e quello ortodosso: una minoranza che dà un senso a tutto quello che è successo e soprattutto una prospettiva per il futuro”.

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