Alto Adige – 18.5.2002
Il vescovo Joseph Gargitter, di cui ricorre il cinquantesimo della consacrazione episcopale, seppe dare un contributo rilevante anche al Concilio Vaticano II, cui prese parte come uno dei vescovi più giovani. Se ne parla abbondantemente nei volumi sulla “Storia del Concilio Vaticano II”, diretta dallo storico Giuseppe Alberigo e pubblicata a Bologna da Il Mulino, ma già tradotta in diverse lingue. Il quinto ed ultimo volume della “Storia” è uscito da poco.
Nel terzo tomo, dedicato a “Il Concilio adulto, settembre 1963 – settembre 1964” si racconta delle discussioni sul documento che avrebbe dovuto descrivere nientemeno che la struttura della Chiesa. “In fine mattinata – leggiamo a pagina 61 – interviene il vescovo di Bressanone, Giuseppe Gargitter: italiano di nazionalità, Gargitter, che a Roma partecipa alla conferenza episcopale tedesca, fa una proposta che avrà un grande peso sull’assetto finale dello schema. La divisione del capitolo sui laici in due segmenti (sul popolo in generale, sul laicato in particolare) era stata già proposta a luglio da Suenens; e, sempre in quel coordinamento, era stata suggerita una diversa ‘ordinatio’ dei capitoli in modo da collocare quei due tronconi in luoghi diversi dallo schema (uno prima e uno dopo il capitolo sulla gerarchia); tuttavia è solo ‘dopo’ che Gargitter pronuncia in S. Pietro il suo intervento che la proposta, ricca di valore sistematico e rilevo dottrinale, ritorna all’ordine del giorno e diventa una realtà”.

Fu lo stesso Gargitter, dunque, a far sì che il concetto di “popolo di Dio” trovasse la giusta collocazione all’interno dei documenti conciliari. Lo ricordò lui stesso in una lettera del 9 settembre 1985 indirizzata a mons. Giuseppe Colombo, preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; “Quando al Concilio si stava trattando lo schema sulla Chiesa, ho riflettuto sulla essenza dell’istituzione di salvezza donataci da Cristo ed ho cercato di individuare come si realizza questa Chiesa di Cristo e come essa si ‘articola’ nella sua struttura teologica. Mi sono reso conto che, se la Chiesa è il popolo di Dio, questa verità precede tutte le strutture interne che non sono altro che strumenti a servizio di questo popolo di Dio. Dunque non la gerarchia è preminente, ma il popolo di Dio, al cui servizio è istituita la struttura gerarchica, cioè coloro che, in quanto popolo di Dio, hanno da prestare un particolare servizio. E’ dunque evidente che il popolo di Dio è la realtà primaria, che esso è la Chiesa e che in questa ‘Chiesa – popolo di Dio’ si articolano i vari ministeri … Per questo ho chiesto che il capitolo sul popolo di Dio venga anteposto al capitolo sulla gerarchia”.
Anche quando si tratta di stabilire il ruolo dei vescovi, scrive la “Storia” Gargitter “fa appello a un decentramento reale ed efficace”, stimando che il testo in discussione “favorisca di fatto una maggiore centralizzazione e accordi un’importanza ancora maggiore agli organi centrali della curia…”
Del resto le intuizioni del Concilio, come il rispetto delle minoranza, l’importanza pastorale dei vescovi, la pace tra i popoli, stavano trovando concreta attuazione proprio nell’episcopato ormai decennale del vescovo brissinese.