Vita Trentina – 5.5.2002
Le piste dell’aeroporto di Pristina si estendono nella campagna a pochi chilometri dalla città capoluogo. Un piccolo aeroporto come tanti altri, reso diverso solo dalla presenza massiccia dei blindati della forza internazionale di intervento in Kosovo e da una polizia multicolore: ad una porta un poliziotto indiano, ad un cancello un milite giordano, poi uno turco. Due soldatesse norvegesi vengono accolte dai colleghi e condotte alla base. A qualche centinaio di metri è parcheggiata una flottiglia di elicotteri pronta ad alzarsi in volo in caso di necessità.
Engelbert conduce l’auto verso la città di Peja, distante poco più di 70 chilometri. Ci vorranno due ore. La strada è buona ma la velocità è condizionata dalle colonne militari che si spostano lente sul territorio della loro missione. Engelbert è una buona guida. Ha il senso della misura e dell’obiettività. E’ kosovaro, di etnia albanese, di religione cristiana, di confessione cattolica. Ma non ha vissuto la guerra in prima persona. E’ tornato nel suo Paese solo a metà giugno del ’99, quando i bombardamenti della Nato erano finiti, l’esercito di Milosevic era in ritirata, i profughi rientravano in massa, i guerriglieri dell’Uck celebravano a modo loro al vittoria. Qualche pennacchio di fumo si levava dalle case abbandonate dei serbi.

Engelbert è venuto dopo. Nato a Monaco di Baviera 28 anni fa come tanti kosovari della diaspora. E’ cresciuto in Svizzera, a Zurigo dove, lavorando nelle pizzerie, ha imparato l’italiano. Sono moltissimi gli abitanti del Kosovo emigrati in cerca di miglior sorte a partire soprattutto dagli anni ’70. La regione è rimasta sempre una delle più povere della Iugoslavia. Gli espatriati vivono per lo più in Austria, Germania, Stati Uniti ed anche in Italia. Le loro rimesse sono una voce importante del bilancio di chi è rimasto tra le valli, le piane e i sassi della patria contesa.
Man mano che si procede verso ovest, tranne che a tratti, si fatica davvero a trovare i segni di una guerra di cui i mass media avevano trasmesso un’immagine devastante. E lo è stata. Ma tanto distruttivi furono quei primi mesi del ’99, tanto più veloce è proceduta la ricostruzione. Così oggi lungo la via per Peja (Pec in serbo) è possibile vedere centinaia, forse migliaia di case nuove. Per lo più ancora senza intonaco (al momento superfluo). In certi casi ancora senza infissi. Le case ricostruite sono uno dei segni più evidenti della presenza di una quantità enorme di organizzazioni internazionali, le quali sono intervenute per far fronte all’emergenza.
Un altro elemento ricorda che qui c’è stata una guerra. Ad intervalli ravvicinati, lungo la strada, sono le sepolture e i monumenti. A destra, spiega Engelbert, sono state uccise 15 persone. Più avanti altre dieci, e via di questo passo. Le lapidi spuntano all’improvviso, lungo la carreggiata, nell’erba già alta, ornate di fiori, sul luogo dell’eccidio o a fianco di un cimitero preesistente fatto di pietre aguzze conficcate nel suolo. Sui monumenti che ricordano questo o quel caduto sventola la bandiera albanese. Perché si tratta della bandiera della nazione e non solo dello stato albanese. Un fatto del tutto tollerato dalle forze della Kfor, peraltro chiamate all’attuazione della risoluzione 1244 dell’Onu che considera il Kosovo comunque come facente parte della Confederazione iugoslava. I monumenti sono lì a fare memoria del dolore di un popolo, ma anche a presidio del territorio, a ricordare a chi passa, con maniacale frequenza, il sangue versato.
Non si vedono distruzioni, si diceva, tranne che a tratti. “Quello è un villaggio serbo”, dice Engelbert, ed indica un insieme di ruderi anneriti dal fumo. I serbi vorrebbero tornare a quelle loro case, ma la cosa per il momento è impossibile. In primo luogo, appunto, le case sono inabitabili. In secondo luogo una pericolosa minoranza di violenti di etnia albanese non attende altro che potersi scagliare contro le famiglie serbe. Infine la stessa forza internazionale non consente ai serbi si spostarsi liberamente, temendo il riacutizzarsi delle tensioni. La maggior parte di loro vive nei campi profughi oppure nelle enclave, in una situazione non molto diversa dagli arresti domiciliari.
A Peja chi arriva è accolto da un cartello giallo recante i nomi del luogo. La versione serba del nome, Pec, è stata cancellata con una bomboletta di vernice. Al lato opposto del centro si innalzano i “Monti Maledetti” fra i quali si apre la valle di Rugova. La strade cittadine sono malmesse, l’illuminazione scarsa, la voglia di rinascere abbondante ma gravata di più di un interrogativo ancora senza una risposta convincente.