I serbi in Kosovo

Vita Trentina – 5.5.2002

A pochi chilometri da Peja/Pec, nascosto tra i faggi e gli abeti, sorge il monastero ortodosso di Visoki Decani. E’ un altro mondo rispetto al centro urbano, e non solo perché si tratta di un monastero. Vi vivono una trentina di monaci, protetti dai militari italiani. “Ci aiutano molto i ragazzi della Kfor”, spiega il vice abate padre Sava Janjic. I capelli rossi raccolti sulla nuca, la barba lunga, l’abito nero, padre Sava accoglie gli ospiti sorridente, benché, coi suoi confratelli, sia costretto a vivere in regime di arresti domiciliari. “Noi siamo monaci – dice – e non ci pesa molto. Diverso è il discorso per la popolazione, chiusa nelle enclave”. La chiesa del monastero, che conserva le spoglie del santo Re Stefano, è uno di quei simboli di una storia che è sinonimo di identità. Le genealogie dei re raffigurate sulle pareti interne si perdono nella leggenda di quel Medioevo balcanico che spesso ha più a che vedere con il presente che non con il passato.

Durante la guerra, spiega padre Sava mentre passeggia per quest’oasi di pace, il convento ospitò numerosi profughi albanesi sottraendoli alle violenze dell’esercito. “Ora la situazione è capovolta: il ritorno alle proprie case da parte dei serbi non è stato ben programmato”. Ma non ritiene che la religione c’entri molto con la guerra da poco passata: “I conflitti balcanici non hanno avuto una radice religiosa. Il conflitto del Kosovo è stato chiaramente un conflitto etnico, non fra nazioni, ma fra due idee etniche – l’albanese e la serba – di origine ottocentesca. Queste idee si rifanno ad una concezione di stato etnico, secondo cui ogni etnia dovrebbe abitare uno stato… Nel 2000 si tratta di un’idea pericolosissima…”

Per la chiesa serba, che segue il calendario giuliano, domenica 5 maggio è Pasqua. Purtroppo non sarà possibile alla popolazione serba delle enclave arrivare al monastero per la veglia e le altre celebrazioni.

Per proteggere gli 850 abitanti del villaggio di Gorazhdec, ad esempio, sono necessari 300 militari italiani che non fanno entrare nessun albanese e non fanno uscire nessun serbo. Vivono lì, bloccati e, come è ovvio, senza alcuna prospettiva economica se non quella di coltivare una parte esigua dei propri campi. Anche qui la cooperazione internazionale ha realizzato alcuni interventi. La Caritas ha dato un contributo per il mulino. Da alcuni mesi si vive in relativa tranquillità, spiega il capovillaggio, ma dalla fine del conflitto si lamentano 189 attacchi subiti. Tra le conseguenze un morto e due feriti.

Anche la chiesa serba propone il suo bilancio di odiosi attentati diretti ai luoghi di culto ortodossi dopo e nonostante l’arrivo delle truppe Nato. Secondo dati del Patriarcato sarebbero 21 le chiese distrutte o profanate nel settore americano, altrettante in quello italiano, 17 in quello tedesco, 10 nel britannico e 7 nel settore francese.

Anche la sede del Patriarcato, con le sue antiche chiese e le sue anziane monache, un tempo centro morale e geografico della nazione serba, è destinata, quest’anno e chissà per quanto, a celebrare una Pasqua nell’isolamento, nell’umiliazione. Quanto è lontana la percezione della resurrezione e quanto evidente la necessità di una nuova Pentecoste…

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