di Riccardo Liguori – La Voce – 7.11.2026
Intervista al vicedirettore di Caritas Italiana, Paolo Valente: “Molti conflitti non li si vuole raccontare perché sono la conseguenza della politica estera neocoloniale dei nostri stessi governi”

Ci siamo occupati recentemente di pace e dei primi quaranta anni dello “spirito di Assisi” e nel farlo il pensiero è andato ai conflitti dimenticati nel mondo. Si tratta di un fenomeno che non può non riguardarci come uomini, come cristiani e come operatori della comunicazione, perché i media hanno le loro responsabilità se si tende a non dare voce a tante crisi belliche, “contribuendo”, anche involontariamente, a non farle conoscere all’opinione pubblica.
Nel mondo 59 guerre in corso
A fornirci un numero aggiornato dei conflitti in corso nel mondo è il vice direttore di Caritas italiana, Paolo Valente, già responsabile del servizio Comunicazione della stessa Caritas .
“Secondo il Global peace index 2025 – rileva il vice direttore Valente – nel mondo sono in corso 59 conflitti, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. I continenti più interessati sono l’Africa (dal Sudan e Sud Sudan alla Somalia, dal Mozambico al Sahara Occidentale, dal Centrafrica al Congo, dal Corno d’Africa al Sahel), l’Asia (dallo Yemen alla Siria, dal Pakistan all’Afghanistan, dall’India al Myanmar) e l’America Latina (da Haiti al Messico, dall’Ecuador alla Colombia)”.
A illustrare ampiamente il fenomeno dei conflitti dimenticati è l’ultimo Rapporto di Caritas Italiana pubblicato a fine 2024, che già segnalava 52 Stati con situazioni di conflitto armato.
Dopo appena due anni sono 59, una cifra che quasi raddoppia se si contano le situazioni di crisi bellica interna agli Stati con implicazioni regionali o globali, secondo un recente studio dell’Uppsala conflict data program per il 2025-2026.
L’industria bellica sempre più ricca
A guadagnarci da tutti questi conflitti messi nel “dimenticatoio” delle cronache mondiali, per ragioni spesso economiche, è l’industria bellica in particolare dei Paesi sviluppati. Si tratta di un aspetto troppo scontato al punto d’essere trascurato quando si affronta questo tema.
Sempre dal Rapporto 2024 di Caritas italiana, si apprende che la “spesa militare mondiale” è di 2.443 miliardi di dollari, 820 dei quali supportati dagli Stati Uniti, seguono la Cina, con 296 miliardi, e la Russia, con 109 miliardi.
La cifra complessiva rappresenta il massimo storico e per la prima volta dal 2009 si registra un aumento delle spese militari in tutti i continenti: +6,8% del Pil globale, 306 dollari a persona essendo 8 miliardi gli abitanti del pianeta. Record superato nel 2025 con una spesa militare mondiale aumentata del 2,9% in termini reali rispetto al 2024, arrivando a 2.887 miliardi di dollari (dati dello Stockholm international peace research).
Il Rapporto Caritas si conclude con un “taglio propositivo e ha lo scopo – si legge – di delineare alcune possibili prospettive di lavoro e di impegno, anche a partire da esperienze concrete, nell’ambito civile ed ecclesiale, con particolare riferimento al ruolo della Chiesa universale e alla specifica realtà Caritas”.
L’INTERVISTA A PAOLO VALENTE
Paolo, perché si tende a dimenticare questi conflitti, o vogliono essere dimenticati?
“Innanzitutto chiariamo. Il problema non sono i conflitti ma i motivi per cui essi nascono e il modo con cui si affrontano. L’articolo 11 della Costituzione italiana dà un’indicazione chiara in merito: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Purtroppo vale la vecchia regola: siamo poco interessati a ciò che è lontano da noi e non ci riguarda direttamente. Molti conflitti non li si vuole raccontare perché sono la conseguenza della politica estera neocoloniale dei nostri stessi governi. Altri invece stanno in prima pagina per convenienza elettorale. La gente normale ci capisce poco e i telegiornali sembrano un film dell’orrore”.
Quanto i conflitti più noti (Ucraina e Medioriente) incidono nel mettere nel dimenticatoio mediatico le guerre “distanti” dal nostro quotidiano?
“Le pagine dei giornali e i minuti dei telegiornali sono limitati. Se li si riempie, come doveroso, con la cronaca delle guerre di Trump e di Putin, non ci sarà spazio per molto altro. Di più: nessun lettore o spettatore sopporta più di tanto un tema come quello della guerra. Quando sembra troppo si volta pagina e si cambia canale. In realtà per capire quanto le guerre influiscono sulla nostra vita basta andare a fare il pieno di benzina”.
Quanto i media nazionali e internazionali, attraverso le loro “politiche editoriali”, favoriscono la “dimenticanza” di un conflitto rispetto ad altri?
“I mezzi di comunicazione sono in una situazione difficile. Generalmente non godono di buona salute. Per questo fanno fatica, anche in termini di investimenti, a dedicare spazio a temi rispetto ai quali non sono premiati dai lettori. La realtà, purtroppo, è che la gente non si interessa di quanto accade in Sudan o in Myanmar. Se le guerre sono dimenticate non è solo a causa dei mass media – che hanno comunque una grande responsabilità – ma perché manca, a livello globale, un senso di corresponsabilità e di interdipendenza. L’individualismo favorito da decenni di propaganda della società dei consumi si vede anche nella fruizione della notizia. Ciò che non mi sembra utile, non mi interessa”.
Cosa si può fare come Chiesa e come Organizzazioni internazionali (Onu, in primis), affinché non vengano di- menticati, oltre a promuovere azioni, anche dal “basso, che inducano alla risoluzione delle controversie fra Stati e popolazioni non ri- correndo alle armi e alla violenza?
“Torniamo al nostro articolo 11 della Costituzione. La seconda parte recita: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. I Padri e le Madri costituenti avevano già previsto tutto nel 1947. Si possono risolvere i conflitti senza ricorrere alla guerra solo se tutti i Paesi mettono in comune quel tanto di sovranità necessario a darsi delle regole comuni e a farle rispettare. Pensiamo a come sarebbe andata in Ucraina e in Palestina se ci fosse stata un’istanza internazionale capace di mettere i contendenti attorno a un tavolo e di trovare una soluzione. Il rilancio e la riforma delle istituzioni multilaterali è la sfida più alta della politica oggi (non a caso invece il ‘bullismo globale’ tende a screditare ogni tentativo multilaterale, a cominciare dal diritto internazionale con i suoi strumenti)”.
Se delle guerre dimenticate si parlasse di più e lungamente, forse potrebbero terminare prima, addirittura non iniziare?
“Non si tratta solo di quanto se ne parla, ma di come. Papa Francesco ha coniato l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”. Gli analisti usano il termine policrisi per descrivere una situazione in cui più crisi distinte e simultanee (economica, climatica, geopolitica, sanitaria) si sovrappongono e si influenzano a vicenda, producendo un impatto complessivo molto più grave della semplice somma delle singole parti. La stampa e la società civile che cosa possono fare? Cominciare a smontare alcuni pezzi di queste crisi sovrapposte in termini di giustizia sociale, rispetto dell’ambiente, riduzione delle diseguaglianze, promozione di democrazia e partecipazione, accesso alla sanità. I media sono chiamati non solo a raccontare i fatti, ma a fornire ai lettori le chiavi di lettura per comprenderne (e rimuoverne) le cause”.