Quanto è attuale l’Accordo Degasperi-Gruber!

Vita Trentina – 30.8.2026

Il 5 settembre compie 80 anni l’Accordo firmato a Parigi da Karl Gruber, per l’Austria, e da Alcide Degasperi, per l’Italia. Da entrambi per l’Europa, verrebbe da dire. E, se lo scenario globale non fosse quello che è, relativamente ai rapporti internazionali, si dovrebbe poter aggiungere: per il mondo.

Il primo destinatario dell’Accordo di Parigi sono le popolazioni del Tirolo meridionale che, dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e il tramonto della dinastia asburgica, si trovarono a far parte del Regno d’Italia e, nel giro di pochi anni, oggetto della politica di snazionalizzazione operata dalla dittatura mussoliniana, quindi vittime della propaganda e della disumanità del totalitarismo nazifascista.

Ma l’Accordo rappresenta qualcosa di più di una risposta alla condizione di una minoranza. È il risultato di un compromesso fra due Stati: l’Italia mantenne il confine al Brennero, mentre l’Austria ottenne il riconoscimento internazionale di precise garanzie per la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige. La questione territoriale veniva così affrontata spostando il baricentro dalla sovranità sul territorio alla tutela dei diritti delle persone che quel territorio abitano (già qui l’autonomia etnica diventa autonomia territoriale: “Alle popolazioni delle zone sopradette sarà concesso…”.

Ci vollero molti decenni perché maturasse, da parte dei più, la convinzione che quel patto potesse essere considerato un passo virtuoso nella direzione della convivenza, attraverso lo strumento di un’autonomia fondata anche internazionalmente. Nel 1946 la pacifica convivenza non era ancora l’orizzonte della politica altoatesina, rispetto alla quale si confrontavano aspirazioni di segno opposto e di natura geopolitica.

L’Accordo di Parigi ha raggiunto i suoi obiettivi? Quelli scritti, certamente; quelli sottintesi, almeno in larga misura. Ma il risultato non è figlio del solo testo del 1946. L’Accordo è stato il punto di partenza di un processo lungo e accidentato, passato attraverso una prima attuazione rivelatasi insufficiente, le situazioni conflittuali degli anni Cinquanta e Sessanta, il Pacchetto del 1969 e, di conseguenza, lo Statuto di autonomia riformato del 1972 e la sua non sempre lineare attuazione.

Oggi l’autonomia provinciale e regionale è una realtà che nessuno mette seriamente in discussione. Il “carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca” sono stati salvaguardati. La lingua tedesca è parificata a quella italiana nei principali ambiti della vita pubblica: dalla scuola alle amministrazioni, fino alla “nomenclatura topografica bilingue”. La partecipazione dei diversi gruppi linguistici al settore pubblico è stata regolata attraverso la proporzionale. Sono state affrontate le conseguenze delle Opzioni, riconosciuti i titoli di studio, sviluppate e garantite forme sempre più ampie di mobilità e di relazione transfrontaliera.

Se oggi esistono questioni aperte, riguardano, tra l’altro, la piena partecipazione alle dinamiche autonomistiche della popolazione di lingua italiana. Nel corso dei decenni non sono mancati atteggiamenti di segno revanscista o rivendicazioni identitarie, come nel campo della toponomastica, e la componente italofona ha conosciuto e conosce fasi di forte marginalità politica e culturale.

Più in generale, in Alto Adige si è consolidato un sistema nel quale la radice linguistica continua, in alcuni ambiti, a funzionare come una potente infrastruttura di accesso alla rappresentanza, alle istituzioni, alle carriere politiche, alla cultura, all’economia e alle reti sociali. Il risultato è stato, da un lato, il consolidamento delle comunità in chiave etnica; dall’altro, il rischio che chi non appartiene per nascita o per storia familiare al sistema di potere dominante si trovi più facilmente in una posizione di spettatore che non di protagonista.

Ma proprio qui si trova una delle sfide dell’autonomia del futuro. Della partecipazione di tutte e tutti alla costruzione del bene comune, compresi i nuovi cittadini, fanno parte la promozione del plurilinguismo, un approccio alla proporzionale più attento ai bisogni concreti delle persone – per esempio nella sanità – e più aderente allo spirito dell’Accordo di Parigi, che parla di “eguaglianza di diritti per l’ammissione ai pubblici uffici, allo scopo di attuare una più soddisfacente distribuzione degli impieghi tra i due gruppi”. La proporzionale, insomma, dovrebbe essere uno strumento di tutela e di equilibrio, non trasformarsi in un meccanismo autoreferenziale di distribuzione del potere. E la politica potrebbe essere più lungimirante se fondasse le coalizioni sulla comunanza dei contenuti più che sulla sola (e cinica) convenienza politica.

Che quella cominciata da Gruber e Degasperi sia da ritenersi una storia di successo non dipende dunque soltanto da quanto fu sottoscritto nel settembre del 1946, ma soprattutto dalle scelte compiute nei successivi ottant’anni. C’è molto di cui essere fieri e qualcosina – di non secondaria importanza – da correggere.

L’Accordo di Parigi, considerato oggi, acquista maggior valore per aspetti che allora non potevano essere espressi. La mobilità, il progressivo depotenziamento dei confini, i percorsi di studio, la tutela delle minoranze, la cooperazione fra territori sono diventati, nel corso dei decenni, elementi della costruzione europea. Quello che nel 1946 era un compromesso fra Italia e Austria si è così inserito in un processo storico molto più ampio: quello della progressiva trasformazione dei confini da linee di separazione a luoghi di relazione.

È anche per questo che l’Accordo Degasperi-Gruber conserva oggi una particolare attualità. Mostra come conflitti fondati su identità nazionali, appartenenze linguistiche e controversie territoriali possano essere affrontati – per quanto in modo imperfetto – attraverso il negoziato bilaterale, le garanzie internazionali e, nel tempo, la cooperazione multilaterale.

Furono le Nazioni Unite, negli anni Sessanta, a farsi garanti dell’attuazione del patto. Fu l’integrazione europea a rendere progressivamente meno rilevante il confine fra Italia e Austria e a sviluppare molti dei contenuti che nel 1946 erano ancora soltanto impliciti. E furono, soprattutto, le scelte politiche (di maggioranza e di opposizione, a Bolzano, a Roma, a Bruxelles) compiute nei decenni successivi a trasformare un accordo nato all’indomani della guerra in un sistema di convivenza.

Questa è forse la lezione più attuale degli ottant’anni dell’Accordo: non che un conflitto possa essere cancellato con una firma, ma che possa essere via via trasformato. Non che le identità debbano scomparire, ma che possano trovare nelle istituzioni uno spazio di riconoscimento senza diventare necessariamente dei muri.

L’Accordo di Parigi fu un passo comune di Italia e Austria (certamente obbligate dal contesto, entrambe paesi sconfitti, per propria responsabilità). La sua storia successiva è diventata, almeno in parte, una storia europea. Senza che Gruber e Degasperi lo sapessero (ma forse invece sì). E proprio per questo, in un mondo nel quale tornano a prevalere confini, nazionalismi, sovranismi e logiche di contrapposizione violenta, vale la pena ricordarne la storia e valorizzarne il presente.

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