Passi di pace nel vuoto della politica

QuiMedia – 28.5.2026

In un mondo che trasforma i ministeri della difesa in ministeri della guerra e che chiama al riarmo, dove la guerra torna a essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, a Merano un gruppo di cittadini ha attraversato la città compiendo passi di pace.

“Passi di pace” (che fa tappa nei luoghi di culto delle diverse comunità religiose) è iniziativa del Team ecumenico, Rete interreligiosa che, da quasi vent’anni, scommette sul dialogo tra persone, comunità, tradizioni e lingue.

Poche settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha scritto una lettera che vale ben oltre i confini della Terra Santa (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”). In essa descrive con saggezza quella situazione e suggerisce a cosa siamo chiamati. Va letta integralmente, qui solo alcuni frammenti. 

Premessa: “Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”.

La situazione: “Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”. 

Le reazioni: “Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno”.  

Il rischio: “Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio”. 

La speranza: “Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. … È da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo” e a compiere, appunto, passi di pace. 

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