L’orizzonte del bene comune

Vita Trentina – 6.6.2021

Ricorrono in questi giorni i 75 anni del referendum istituzionale che trasformò l’Italia da monarchia in repubblica e della contestuale elezione dell’Assemblea che avrebbe dato alla giovane repubblica una carta costituzionale.

In Trentino trionfò, con l’85 per cento dei consensi, l’idea repubblicana. L’Alto Adige rimase invece in gran parte alla finestra. I cittadini della provincia di Bolzano e delle province orientali (Gorizia, Trieste e i territori poi passati alla Iugoslavia) non furono chiamati alle urne in quanto la questione dei confini era ancora tutta da risolvere. Parteciparono al voto gli abitanti dei comuni della Bassa Atesina e dell’alta val di Non che allora facevano ancora parte della provincia di Trento.

Per quanto riguarda la frontiera settentrionale essa fu di fatto sancita dall’accordo firmato a Parigi il 5 settembre 1946 dai ministri Karl Gruber e Alcide Degasperi. L’Accordo stabiliva che – posto che il confine sarebbe rimasto quello dell’anteguerra – il territorio provinciale/regionale avrebbe goduto di una particolare forma di autonomia. Il 2 giugno e il 5 settembre sono oggi celebrati rispettivamente come festa della Repubblica e giornata dell’Autonomia.

Sarebbe stata proprio l’Assemblea costituente scaturita dal voto del 2-3 giugno 1946 a stilare a approvare il primo Statuto di autonomia, in attuazione dell’Accordo di Parigi. Di particolare interesse è l’articolo 6 che dice lapidario: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Si tratta di un’estensione dell’articolo 3, là dove si afferma la pari dignità e uguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’articolo 6, in sostanza, non rappresenta solo un impegno nella tutela delle minoranze ma, inserito nel contesto dei principi fondamentali, afferma che le diversità culturali e linguistiche sono un bene comune che in quanto tale va tutelato (e non perché ce lo impone il trattato di pace).

Ma cosa/chi è la “Repubblica” che tutela le minoranze? “Res publica” significa “cosa pubblica”, “ciò che appartiene al popolo”. La “res publica” contiene tutte quelle cose – le istituzioni, le leggi, gli interessi, i diritti, il territorio – che in qualche modo spettano ai cittadini visti sia come singoli che come collettività. La Repubblica non è solo lo Stato, ma una realtà più ampia, che raccoglie tutte le articolazioni istituzionali dallo Stato fino al singolo cittadino.

Se “repubblica” è la cosa di tutti, non significa che tutti possano approfittarne o semplicemente prenderne a piacimento, ma soprattutto che ognuno è chiamato a dare il suo contributo. A dare/fare e poi prendere la sua parte.

Fin dall’inizio la Costituzione scritta e approvata dall’Assemblea votata il 2-3 giugno 1946, parla di diritti e doveri. Di diritti sempre insieme ai doveri. “La Repubblica – dice l’articolo 2 – riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

“L’orizzonte – ha detto in questi giorni il presidente Sergio Mattarella – rimane il bene comune, più grande di ogni particolarismo”.

Lascia un commento