Testimoni sulla collina

Il Segno – 5.5.2021

Ricorrono quest’anno (la data esatta è il 24 aprile) i cent’anni dall’uccisione del maestro Franz Innerhofer, prima vittima del fascismo in Alto Adige. In quest’occasione – Covid permettendo – si sono sviluppate diverse iniziative che sono culminate nella piantumazione di un albero a lui dedicato sulla Collina dei saggi, nel parco Firmian di Bolzano. La manifestazione, voluta dal Comune, si è tenuta nel giorno della Liberazione, 25 aprile, a cura del Centro per la Pace, che ha invitato la storica Martha Verdorfer a contestualizzare gli eventi dell’aprile 1921.

“Il fascismo – ha spiegato Verdorfer – non era ancora al potere, siamo nella fase del cosiddetto squadrismo. Franz Innerhofer fu vittima di una violenza non ancora legittimata dallo stato, ma che si manifestò in una società, che non ebbe la coscienza e la forza per opporsi prontamente e in modo decisivo. Con questo non voglio giudicare chi ha vissuto e subito quel periodo. Naturalmente c’erano dei motivi per cui ci si sentiva disorientati dopo l’esperienza della prima guerra mondiale, con un futuro incerto e tante tensioni sociali e politiche. Ma è altrettanto vero che il valore della democrazia non era ancora radicato in modo abbastanza solido nella maggioranza delle persone”.

I violenti non agiscono mai da soli. “Le squadre fasciste sin dall’inizio potevano contare sul sostegno aperto di imprenditori e latifondisti e sulla tolleranza e connivenza degli organi dello stato o almeno di una parte di questi”. In Alto Adige? Anche i sudtirolesi di lingua tedesca, che avevano tutte le ragioni per essere vigili rispetto al nascente fascismo italiano, non ne riconobbero davvero il pericolo reale”. Il deputato altoatesino al Parlamento italiano, Friedrich von Toggenburg – ricorda la storica – non molte settimane dopo l’assassinio di Innerhofer, rilasciò un’intervista al Corriere della Sera in cui dichiarò: “Se fossi italiano, probabilmente sarei fascista”. Martha Verdorfer definisce “antifascismo inerme” quello di chi vede la minaccia dei diritti etnico-culturali, ma non coglie pienamente il pericolo per le istituzioni e i diritti democratici.

“L’incursione dell’aprile 1921 a Bolzano – ha spiegato ancora Verdorfer – non è stata un caso unico e neanche uno dei più gravi. Già tutto l’anno precedente le squadre fasciste avevano terrorizzato la gente e commesso soprusi contro il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici e contro le minoranze etniche. Il 13 luglio 1920 andò in fiamme il Narodni dom a Trieste, la casa della cultura slovena, punto di ritrovo per la popolazione slovena. Anche in altri luoghi del paese le squadre fasciste commisero reati contro le associazioni e partiti di sinistra e i sindacati”.

Come reagì la popolazione alla “Domenica di sangue”? “Nell’immediato ci furono proteste indignate, da parte tedesca e italiana, ma ci fu anche accettazione. Nessuno dei responsabili fu chiamato a rispondere”.

Dalla storia all’attualità: “Anche oggi troviamo questo atteggiamento. In tempi di crisi politica ed economica, la richiesta di ‘leader forti’ trova ampio consenso. Non è sempre facile riconoscere le semplificazioni populiste e opporvisi con decisione. Uno sguardo attento alla storia certamente aiuta”.

Sulla Collina dei saggi gli alberi ricordano persone che hanno avuto rapporti significativi con Bolzano e che sono stati portatori di valori di democrazia e tolleranza: Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini, Ryszard Kapuściński, Manlio Longon, Bronislaw Malinowski, Giannantonio Manci, Josef Mayr-Nusser, Franz Thaler e ora Franz Innerhofer. Marha Verdorfer ha voluto far notare l’assenza, finora, di testimonianze femminili. Il suo appello, al quale ci uniamo: in futuro “la saggezza, il coraggio e la cura delle donne dovranno essere visibili come quelli degli uomini”.

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