L’Adige – 13.6.2012
La diocesi evangelico-luterana di Innsbruck e Salisburgo dal 1995 è retta da una “vescova”. Si chiama Luise Müller e ha origini bavaresi. Il suo titolo corretto è “sovrintendente” (Superintendentin), ma corrisponde sul piano pratico a quello di un vescovo nella chiesa cattolica. Frau Müller compie sessant’anni in agosto e perciò ha deciso che andrà in pensione. Il successore, Olivier Dantine, attualmente parroco di Großpetersdorf (nel Burgenland), è già stato eletto nel novembre scorso dall’assemblea diocesana, nella chiesa della Resurrezione di Salisburgo. Prenderà servizio con settembre. “Ora farò la nonna”, scherza (ma non troppo) Luise Müller.
Dal 2005 la sede diocesana è a Innsbruck. Un sobrio edificio bianco sul Rennweg, la via che conduce verso il centro storico, col palazzo di corte, l’università, il teatro, il parco. Sorge a poche decine di metri dal fiume e comprende gli uffici, l’abitazione, i locali del servizio profughi.
Nata nel 1952 a Weissenstadt, in Franconia superiore, dal 1974 Luise è sposata con Karlheinz Müller, anche lui pastore evangelico. È madre di due figlie e un figlio. E nonna. “Donna prete”: l’idea non è scontata come potrebbe sembrare nemmeno nella chiesa della Riforma. “Sono cresciuta in una famiglia in cui le donne hanno sempre lavorato assieme agli uomini”, spiega la sovrintendente. Fin da piccola, dunque, “non ho visto grandi differenze, sul piano lavorativo, tra i due sessi”. Ma la sua è una famiglia di artigiani e commercianti. La decisione di frequentare il ginnasio è un passo insolito. Come anche il desiderio, dopo la maturità (nel 1972), di studiare teologia. “Eravamo in Baviera e la chiesa bavarese allora non aveva mai ordinato delle donne. C’è stata una certa resistenza da parte di parroci maschi dei miei dintorni. Mi dicevano: No, non devi studiare teologia… Se vuoi puoi sposare un parroco e così sei comunque dentro l’ambiente… Facevano discorsi del genere per dissuadermi. Ma la mia famiglia mi ha appoggiato in pieno e io ho cominciato gli studi”.
In quegli stessi mesi la giovane Luise conosce Karlheinz, carinziano, anche lui studente di teologia. Si sposano due anni dopo. “Dovendo scegliere tra Austria e Germania, essendo io portata per le novità e mio marito invece più legato alle sicurezze, la scelta è caduta sulla chiesa austriaca”. Si trasferiscono dunque a Vienna, dove concludono gli studi. Dopo il diploma di teologia la chiesa evangelica prevede due anni di formazione prima dell’ordinazione. La giovane coppia, che avrebbe voluto operare in Carinzia, viene inviata alla chiesa del Cristo (Christuskirche) di Innsbruck, a supplire alla mancanza di un parroco. È proprio in quella chiesa (una delle due parrocchie evangeliche del capoluogo tirolese, l’altra è la chiesa della Resurrezione) che i due vengono ordinati nel febbraio 1979.
Per sedici anni la “parroca” lavora a fianco del marito nella comunità di Kufstein. Insegna religione nel ginnasio di Wörgl, ricopre incarichi a livello nazionale (rappresenta la chiesa austriaca nella Lega luterana mondiale, scrive per il giornale ecclesiale, cura la formazione degli insegnanti di religione e così via), mette al mondo i suoi tre figli.
“Man mano che i bambini crescevano ho capito che potevo pormi altri obiettivi. Ero in una posizione un po’ strana: lavoravo come un parroco titolare, ma senza essere inquadrata come tale”. Ad un certo punto, nel 1995, il sovrintendente Wolfgang Schmidt raggiunge l’età della pensione. Il successore viene eletto da un assemblea che si compone per metà di parroci e per metà di laici. “Molti mi hanno proposta, ma l’ala conservatrice non era contenta. Sostenevano che avevo poca esperienza pastorale. Tutti i miei impegni volontari non contavano più… Mi dicevano: ma lei ha famiglia, ha tre figli, pensa di potercela fare? Mi sono dovuta opporre con forza a questo modo di pensare, maschilista e conservatore. Quando si trattava di un uomo, il fatto di avere famiglia era sempre stato un punto a favore. Per me invece, donna, era considerato un ostacolo. Fatto sta che l’ala conservatrice ha tirato il freno e io sono stata eletta solo al settimo scrutinio”.
La chiesa evangelica luterana in Austria è organizzata su tre livelli: parrocchie, diocesi e chiesa nazionale. Le parrocchie sono quasi 200 in sette diocesi, 16 in quella di Tirolo e Salisburgo che conta quasi trentamila fedeli. Al vertice nazionale c’è il consiglio superiore evangelico a Vienna, col vescovo Michael Bünker.
Ogni livello della comunità è rappresentato insieme da un religioso e da un laico. Gli organismi di partecipazione devono avere almeno una metà di componenti laici. Tutte le cariche sono elettive.

“Il ruolo del sovrintendente – spiega Luise Müller – corrisponde a quello del vescovo nella chiesa cattolica. Sono io che ordino i nuovi parroci tra i giovani teologi, che introduco i parroci nelle comunità, sono il loro superiore in linea gerarchica, conduco la visita pastorale. Non faccio tutto da sola: molte cose vengono decise a livello collegiale”.
La donna nella chiesa. Che sviluppo c’è stato nella comunità protestante? “Solo dagli anni sessanta si è cominciato, in Austria, a permettere l’ordinazione di donne non sposate nel ruolo di ‘vicario ordinato’. Erano attive nelle comunità ma senza esserne il parroco. Nel febbraio 1979 quando sono stata ordinata io, secondo le norme vigenti le donne sposate non sarebbero ancora potute essere ordinate. Una regola abolita nel 1980. È curioso dire che da noi il celibato era previsto solo per le donne…” Motivo? “Beh, in ambito ecclesiale viene sempre un po’ sopravvalutato il ruolo della donna come madre. Non solo nella chiesa cattolica, anche in quella evangelica…”
L’attuale magistero cattolico oppone motivazioni biblico-teologiche all’ordinazione femminile. Ciò è valso, fino agli anni sessanta, anche per la chiesa evangelica? “Sì. Ma le questioni teologiche si sono presto chiarite. Studiando la Bibbia si è capito che Gesù aveva chiamato a seguirlo solo uomini perché quella era la cultura dell’epoca. Al tempo stesso attorno a lui c’erano anche donne, che però non erano formalmente annoverate tra gli apostoli. Penso che gli argomenti che già nella prima chiesa hanno portato ad escludere le donne dal sacerdozio hanno a che fare più con la condivisione del potere che con la teologia”. Argomentazioni che dunque non hanno retto… “Appunto – sorride la sovrintendente – e quando si è visto che certe motivazioni teologiche erano superabili, qualcuno anche nella chiesa evangelica ha proposto motivi che suonano un po’ ridicoli, ad esempio questo: come si può chiedere a una donna di celebrare un funerale in un cimitero a meno venti gradi?” La “vescova” chiude con tono indulgente: “Erano ormai le ultime resistenze…”
Se il ruolo della donna ha subito un’evoluzione nel corso degli ultimi decenni, il matrimonio dei parroci è una realtà plurisecolare. Senza difficoltà? “Sarebbe falso raccontare che non ci sono problemi. Il vecchio modello era questo: il parroco vive nella casa parrocchiale con la sua famiglia e i suoi lo aiutano e sostengono in tutto ciò che fa. La casa parrocchiale come un’oasi di formazione, aperta alla comunità. Ma era un’immagine idilliaca che già allora non corrispondeva alla realtà. Nella famiglia del parroco ci sono difficoltà come in tutte le altre famiglie”. E oggi? “Oggi prevale una situazione in cui ogni membro della famiglia mantiene la sua autonomia, soprattutto dal lato professionale. I familiari non sono appendici del parroco, ma hanno una loro vita. Dobbiamo in ogni caso constatare che queste nostre famiglie sono altrettanto fragili (ed esposte a separazioni) come tutte le altre famiglie”. “Comunque – la sovrintendente ci tiene a sottolinearlo – non condivido la teoria secondo cui ci si concentra meglio su qualcosa, ad esempio sul servizio alla comunità, se non si è sposati. Può diventare una situazione in cui si è troppo dentro la cosa. Una famiglia invece può dare la giusta distanza e il giusto equilibrio. Anche rispetto alla stessa idea di famiglia, se ne capiscono meglio le sfumature se ci si vive dentro”.
Malgrado le differenze (ma “penso che la diversità sia un bene, perché anche le persone sono differenti”), le relazioni con la chiesa cattolica tirolese, guidata dal vescovo Manfred Scheuer, sono ottimi. Per secoli segnate dall’intolleranza, sono radicalmente cambiate dopo il concilio Vaticano II. Da pochi giorni si sono commemorati in stile ecumenico i 175 anni della deportazione dei protestanti dalla valle dello Ziller. “Rapporti di buon vicinato sono diventati oggi vera collaborazione. Possiamo perfino dire che la chiesa cattolica si prende cura della sorella più piccola, quella evangelica…”
Chiedo alla sovrintendente che cosa significa “chiesa”. Esita un attimo. Poi riprende: “Chiesa non è qualcosa di statico. Al momento penso questo: la chiesa è dove, nella prospettiva del regno di Dio, in luoghi inusuali si apparecchiano mense… e tutti sono invitati”. Continua: “Apparecchiare mense vuole dire che si raccolgono i bisogni delle persone e che lo facciamo in base a ciò che riusciamo a cogliere del regno di Dio. Questa è la chiesa che al momento mi auguro”. Naturalmente la chiesa ha anche “bisogno di strutture e organizzazione, ma pure della capacità di cambiare”, perché “la struttura non è il vangelo”.
Il vangelo, appunto: questa “buona notizia” che la comunità cristiana vorrebbe annunciare, come la riassumerebbe? “Sto preparando la celebrazione di commiato del 29 giugno (nella Christuskirche)”, dice. Poi si alza, va nell’altra stanza e torna con una Bibbia. “Ho pensato a lungo a quale dovesse essere il mio tema per la predica. Ho trovato ispirazione nel verso di un salmo (18,20): ‘Il Signore mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene’. Contiene i due elementi essenziali di ciò che chiamiamo ‘buona notizia’: questo Dio che sempre ci strappa dai luoghi della schiavitù, indicandoci le strade della vita, e poi il fatto che Dio non è un freddo accompagnatore, ma ama le persone in una relazione appassionata. Un Dio che ama e quindi libera”.
È tardi e fra poco ognuno andrà per la sua strada. Un’ultima domanda. Cosa farà ora la signora Luise Müller? “Al momento vorrei riscoprire quelle parti di me che sono rimaste in ombra, per via della concentrazione nel mio ruolo. Poi voglio aiutare le mie figlie. I nostri nipotini sono un arricchimento straordinario. Semplicemente voglio ancora vivere, vivere la vita fino in fondo”.