Il Sacro Cuore non ci divida

Alto Adige – 13.6.2010

I simboli possono unire o dividere. Dipende dall’uso che se ne fa. Vale per i simboli nella politica, nella cultura e nella religione. Il Sacro Cuore è uno di quegli elementi che nel corso dei secoli è servito a dare e togliere significati, a compattare e a erigere barriere. Se si pensa alla genesi del famoso “voto” del 1796, ci si accorge che tutti questi aspetti sono già presenti allora. Il Tirolo era minacciato di invasione da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte. Gli stati dell’antica contea riuniti a Bolzano decisero di affidare la “difesa” del territorio al Cuore di Gesù. Dunque in origine c’è proprio l’essenza di questa terra: l’essere una regione ponte e muro al tempo stesso. Essere una porta da aprire o chiudere. Quando la propria vocazione è essere la sentinella sulla frontiera, il senso del pericolo e della minaccia fa parte della vita. Ecco spiegati molti atteggiamenti anche dei giorni nostri.

Il voto al Sacro Cuore fu rinnovato nei momenti critici della nostra storia. Ai tempi di Andreas Hofer e della sollevazione da lui guidata (1809), dopo la restaurazione nel 1816, poi nel 1848, anno di insurrezioni e disordini, nel 1859 durante la guerra di indipendenza italiana, due anni dopo contro le aperture alla libertà di culto, nel 1866, altro anno di guerra, nel 1870 e 1876 sull’onda del Kulturkampf, nelle ricorrenze del 1896 e del 1909, allo scoppio della Grande Guerra. Una parentesi nel 1944, nelle cantine del Marieninternat di Bolzano, quando Hans Egarter aveva posto l’accento sull’incompatibilità tra la fede dei padri e l’adesione alle ideologie nazifasciste. Tentativi di strumentalizzare il Sacro Cuore c’erano stati infine nel 1946 (mentre le sorti della provincia non erano state ancora definite al tavolo della pace) e nel 1961 con la “notte dei fuochi”.

Malgrado questa storia controversa, la domenica del Sacro Cuore, quando sulle montagne si accendono le fiamme, chi ama andare oltre i pregiudizi può percepire significati che invitano a superare barriere e confini, ad alzare lo sguardo e a ricercare rifugio in quella libertà che conduce all’impegno e alla responsabilità, anziché nelle grida di lotta e negli appelli alla battaglia.

I quattro vescovi dell’antico Tirolo (di Bolzano-Bressanone, Trento, Innsbruck e Salisburgo) l’anno scorso ricordavano che “la libertà politica non può essere ridotta solamente all’appartenenza a un determinato territorio. Bisogna prendere in considerazione la situazione globale del ventunesimo secolo con il faticoso sforzo dei popoli dell’Europa di unirsi gradualmente insieme e di abbattere le varie barriere. La collocazione della nostra regione ci chiama ad essere ancora più impegnati nella costruzione dell’unità europea a beneficio del mondo intero”. Un invito esplicito a guardare all’Europa, dunque. Del resto già nel 1946, il provicario Josef Kögl era stato molto chiaro: “Il Signore non ha promesso nulla ai Tirolesi che non abbia promesso agli altri popoli”. Perciò il nostro “voto” non può certo comportare privilegi di sorta, semmai una maggiore responsabilità.

I quattro vescovi ribadiscono questo concetto quando affermano che “la devozione al Sacro Cuore di Gesù non è un privilegio delle popolazioni tirolesi di lingua tedesca e ladina. Il Sacro Cuore di Gesù appartiene a tutti i popoli e a tutte le lingue”.

Quanto all’idea di “Heimat” (patria), essa “è molto importante”, poiché “è collegata con la nostra identità e la nostra cultura ed entra nel profondo dei nostri sentimenti”. Ma “nel nostro mondo pluralistico questo concetto ha subito una trasformazione e assume un significato diverso a seconda delle epoche storiche e dell’età delle persone. Dobbiamo fare in modo che anche persone di lingua e cultura differenti possano sentirsi ‘a casa’ in questa nostra terra e dobbiamo pure essere grati che essi desiderino impegnarsi per la nostra terra”.

Sono le stesse considerazioni che riproponeva il vescovo Golser davanti alla bara di Silvius Magnago: “In quanto cristiani sappiamo che la nostra vera patria è nei cieli … Per questo la patria e tutte le cose terrene non hanno un valore ultimo. Nel medesimo tempo è tuttavia importante che con il nostro impegno assicuriamo alla nostra patria un futuro, affinché anche coloro che vengono dopo di noi possano trovare un ambiente di vita adeguato”.

Un invito a passare dalla rivendicazione più o meno aggressiva, da un atteggiamento di autodifesa all’impegno responsabile, dando alle cose il loro giusto peso. A togliere il fuoco dalle mani dei piromani.

 

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