Il caso della Società Operaia Cattolica
Studi trentini di scienze storiche – 2006
Merano, luogo di incontro tra lingue e culture
Da quando è possibile distinguere le diverse nazionalità di appartenenza degli abitanti di Merano secondo le attuali categorie linguistiche (cioè nei primi secoli di questo millennio), scorrendo le cronache della città ed i diversi studi eseguiti ci si rende conto che, pur essendo Merano una città prevalentemente “tedesca”, sono sempre presenti persone di lingua e provenienza diverse.
Merano infatti è luogo di transito per chi proviene da Resia o dal Brennero attraverso il Giovo. Inoltre è in continuo contatto con la val di Non, attraverso il passo Palade e, tramite la val Venosta, con le zone ladine della Svizzera che un tempo si estendevano per buona parte della Venosta stessa. Parecchi contatti si verificano anche con la Valtellina attraverso il passo dello Stelvio. Infine la valle dell’Adige porta diretta a Bolzano e poi a Trento, tanto che nei primi documenti che parlano di Merano, la città è collocata “in valle tridentina”.
Ma il secolo in cui Merano si caratterizza in modo definitivo e marcato come città multilingue è il XIX.
Migrazioni tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800
Si ha notizia di ondate migratorie dal Trentino verso Merano fin dalla fine del ‘700. Il tutto, a quel tempo, è ricollegato con le conseguenze della rivoluzione francese e con le campagne napoleoniche, periodo di grandi stravolgimenti politici e rimescolamenti anche dal punto di vista demografico.
Nel 1796 Napoleone minaccia di occupare il Tirolo. Nel maggio di quell’anno gli stati del Tirolo si riuniscono a Bolzano per organizzare la difesa. Tra le prime compagnie di Schützen che si portano ai confini della contea c’è quella di Merano che prende posizione sul Tonale e presso Pejo. Gli Schützen meranesi rimangono nel “Tirolo italiano” per alcuni mesi.
L’anno successivo gli Schützen di Merano sono ancora in combattimento in Trentino, a Mezzocorona, Zambana e Rocchetta.
I contatti tra le varie parti e la varie nazionalità del Tirolo si fanno dunque frequenti. Nel marzo del 1796, dato l’incalzare delle truppe francesi che minacciano Bolzano, si ha una prima ondata migratoria, sia pure temporanea, verso Merano. Si tratta di profughi in fuga verso Nord, provenienti dalla bassa valle dell’Adige.

Dopo la rivolta hoferiana del 1809, nel 1810 i bavaresi occupano Merano, mentre Bolzano viene annessa al Regno d’Italia. Dopo il Congresso di Vienna del 1815 il Tirolo ritorna sotto la sovranità asburgica.
I numerosi avvenimenti, i ripetuti spostamenti dei confini politico-ecclesiastici, i movimenti migratori, i continui contatti con la valle di Non e la Bassa Atesina portano presumibilmente a Merano un certo numero di famiglie di lingua italiana.
Tra gli atti del passaggio della parrocchia di Merano alla diocesi di Trento troviamo un elenco dei sacerdoti cappuccini presenti in città. Tra questi vi è un frate di 58 anni, nato a Cares nelle Giudicarie, dal nome di Giancarlo Bombarda, col titolo specifico di “confessore degli italiani” (confess. ital.). E’ l’anno 1819.
Ma come si spiega che già all’inizio del secolo sia presente in città una piccola comunità di lingua italiana, tanto che i padri cappuccini sentano il bisogno di destinare uno di loro alle confessioni in quella lingua? Sono possibili alcune ipotesi.
Abbiamo già accennato ad alcune cause, legate ai movimenti durante le guerre napoleoniche. Un’ulteriore spiegazione della situazione la dà il cronista Stampfer[1].
“Il 14 febbraio 1810 – scrive nella sua cronaca – i francesi lasciarono il distretto di Merano e il 18 febbraio lo stesso fu occupato da 700 bavaresi. Il 28 febbraio si decise il destino del Tirolo. La temuta regione rocciosa fu divisa in parti. Per la vicina città di Bolzano e circondario, dato che essa aveva chiesto a Napoleone di essere unificata con l’Italia, questa scelta fu di suo danno. Il nuovo confine tra Italia e Baviera fu tracciato sopra Gargazzone e Nalles, in modo tale che le due località appartenessero all’Italia. Merano, coi nuovi confini, si trovò in una situazione molto buona, poiché come città di confine divenne il mercato del più ampio commercio di contrabbando attraverso la val di Non, mentre Bolzano come città italiana perse quasi tutti i suoi traffici ”.
Insomma in questi anni Merano ha uno dei suoi momenti migliori dal punto di vista economico e diviene ricca. La presenza di famiglie italiane è quindi presumibilmente legata al commercio.
E’ probabile però anche che l’estrema miseria delle valli trentine abbia spinto molte persone, soprattutto donne, a trasferirsi in città come domestiche. Un fenomeno analogo si riscontra in quegli anni in centri come Laives nella Bassa Atesina.
Negli anni dopo il 1815 Merano conosce invece un insesorabile declino. Non c’è più la possibilità di commerciare come dopo il 1810 e i lunghi anni di guerra hanno lasciato una situazione disastrosa per cui la popolazione è tutta impegnata nella ricostruzione.
Prima del decollo di Merano come luogo di cura, nel 1836 abbiamo ancora un’ondata migratoria di famiglie di profughi di lingua italiana dalla bassa valle dell’Adige. Questa volta non si tratta né di motivi bellici né di ragioni economiche. La gente fugge da un’epidemia di colera orientale che sale da Sud verso Nord. La malattia, come abbiamo scritto più sopra, giunge inesorabile anche nel Meranese dove miete parecchie decine di vittime.
Nel 1845 il professore benedettino Beda Weber descrive Merano e i suoi dintorni[2]: “La popolazione sul territorio cittadino varia a causa del fatto che da località vicine vi arrivano artigiani, servi, piccoli imprenditori e persone anziane che vi si stabiliscono volentieri”.
La popolazione originaria, sostiene Weber, è in calo e ciò è attribuito al “troppo consumo di vino e di carne”. Ma si registra ciononostante un aumento continuo a causa delle immigrazioni.
“In questo modo gli abitanti, in relazione alla loro discendenza, sono alquanto misti. Per la maggior parte delle famiglie si può dimostrare storicamente l’immigrazione. Sono arrivate e arrivano per lo più dalla Venosta, dalla Passiria, da Lana e in precedenza anche dalla valle di Non”.
Conclude Weber:
“Solo di due o tre famiglie la presenza in città supera i 150 anni, cosa che non si riscontra in altre città del Tirolo”.
Merano centro turistico e meta di immigrazione
Solo nella prima metà dell’800 Merano scopre la sua vocazione di città turistica. La data del passaggio da un tipo di economia rurale ad un’economia basata sul turismo (“da Kuhstadt a Kurstadt”) si pone verso la metà degli anni ‘30, sotto il borgomastro Valentin Haller.
Nel 1834 si fanno vivi i primi ospiti stranieri. E’ convenzionalmente considerato il 1836 la data di inizio della fama di Merano come centro turistico. L’anno dopo viene pubblicato un opuscolo da parte del dottor Johann Huber, dal titolo “Über die Stadt Meran in Tirol, ihre Umgebung und ihr Klima”.
A partire dagli anni ‘40 la città comincia ad essere meta di ospiti illustri, tra di essi molti regnanti dei vari paesi europei.
La costituzione della prima “Commissione turistica” (Fremdencommission) avviene nel 1850. Nel 1853 si pubblica la prima “Lista di cura” (Curliste) ovvero l’elenco dei turisti presenti in città. Due anni più tardi viene approvato un “Regolamento di cura” e istituito un “Comitato di cura” (Curvorstehung) con a capo lo stesso Haller. Il compito dell’organismo è innanzitutto quello di gestire il ricavato delle tasse sul turismo, cui sono chiamati tutti coloro che ne traggono in qualche modo vantaggio, nell’ambito dei comuni di Merano, Maia Alta, Maia Bassa e Quarazze.
Gli anni successivi al 1850 segnano l’inizio di un’intensa attività nelle costruzioni e nelle iniziative a favore del turismo cosicché in breve tempo Merano diventa un luogo di cura noto a livello mondiale. Se nell’annata 1860/61 i turisti presenti sono 766, dieci anni più tardi se ne contano già 4.863, nel 1880/81 sono già 6.541, per arrivare a superare le 10.000 persone alla fine del decennio.
Gli ospiti provengono da tutta Europa, soprattutto Germania, impero Austro-ungarico, Russia e Inghilterra, ma anche dall’Europa del Nord, dalla Francia, dall’Italia e dall’America.
La crescita economica che parte dal terzo decennio dell’800 va di pari passo con un discreto aumento della popolazione e degli edifici.
Alla fine degli anni ’80, rispetto al 1830 la popolazione è triplicata, il numero degli edifici è quasi raddoppiato. E’ evidente che l’aumento sproporzionato della popolazione è dovuto ad un flusso migratorio non indifferente (il saldo di natalità infatti nel 1887 risulta negativo: 198 nascite, 202 morti). I dati relativi ai matrimoni contratti nel 1887 indicano che, su 57 coppie, solo 15 sposi e 22 spose appartengono a Merano o al suo distretto. 26 sposi e 22 spose provengono da altre località del Tirolo; 8 sposi e 8 spose provengono da altre zone dell’Impero; 8 sposi e 5 spose sono stranieri[3].
A causa del boom economico c’è dunque un imponente flusso migratorio di manodopera dal resto del Kronland. Molti di questi “immigrati” provengono dal Tirolo italiano (Welschtirol), cioè dal Trentino.
Cause della “immigrazione” trentina in Alto Adige
Abbiamo già accennato ad alcune cause dello spostamento di popolazioni o, più semplicemente, di famiglie e di aziende, dal Trentino all’Alto Adige, tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800: le campagne napoleoniche, gli spostamenti di confine, le malattie, le nuove vie di comunicazione.
Nella seconda metà del XIX secolo nuovi motivi si aggiungono a questi, fino a determinare un periodo di enormi migrazioni dal Tirolo meridionale verso le vicine province, l’Europa ed il resto del mondo.
Innanzitutto va ricordato che, in seguito alle guerre tra Austria e Piemonte prima e Italia poi, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60, l’Impero perde importanti regioni di lingua italiana come la Lombardia e il Veneto. Il Trentino si trova all’improvviso ai margini dell’Impero, sia dal punto di vista economico che da quello culturale.
Il peso politico dei suoi rappresentanti è irrisorio, in un Impero dove la nazionalità italiana è ormai ridotta ad una piccola percentuale.
Mentre prima erano possibili rapporti commerciali con le regioni più meridionali ora, con i nuovi confini, vengono imposte anche nuove barriere doganali. La conseguenza più grave sta nelle difficoltà che emergono nell’importazione di grano.

Un mondo che cambia, anche per l’apertura di nuove vie di comunicazione (come la ferrovia del Brennero nel 1867) mette in crisi l’economia agricola tradizionale trentina, frutto di un rapporto secolare tra l’uomo e un territorio dalle risorse limitate. Si tratta di un’agricoltura di sussistenza, con scarsa possibilità di usare attrezzi o macchine, per la conformazione del terreno. Il 70% delle aree agricole si trova al di sopra dei 1.000 metri di quota. Un tale tipo di economia agricola non favorisce nemmeno lo sviluppo dell’allevamento o di altre attività. tantomeno dell’industria che conosce infatti negli ultimi decenni dell’800 una grave crisi.
In questi anni si registra dunque un sistematico impoverimento della popolazione che provoca, di conseguenza, anche l’aumento di malattie e di epidemie.
Altri fattori che provocano povertà sono la riorganizzazione del sistema tributario che lascia ai comuni, oltre che numerosi oneri, la facoltà di reperire fondi mediante le tasse, e la crescente militarizzazione dell’Impero, in seguito alle guerre, che spesso porta via di casa per vari anni le uniche persone in grado di mantenere, col lavoro, le famiglie.
La situazione economica è peggiorata poi da eventi naturali come alluvioni e carestie.
Quest’insieme complesso di cause spinge evidentemente la popolazione del Tirolo italiano a ricercare risorse nuove. La prima valvola di sfogo viene trovata nell’emigrazione. Si tratta di emigrazione di diversi tipi: stagionale, temporanea, ma anche definitiva. Sono molti in quegli anni che partono per attraversare l’Oceano e trovare una nuova patria. All’inizio del secolo sono ormai decine di migliaia ogni anno coloro che lasciano il Trentino per motivi di lavoro.
Una parte di questi emigrati, si sposta verso il vicino Alto Adige che risulta, tra l’altro, meno popolato se è vero che nel 1910, cioè dopo decenni di emigrazione, la densità di abitanti in Trentino è di 60 per chilometro quadrato, in Alto Adige di meno della metà.
Le zone interessate sono soprattutto quelle che da sempre erano state in comunicazione con il Tirolo italiano o dove da sempre esistono nuclei più o meno piccoli di popolazione di lingua italiana: la Bassa Atesina, Bolzano, la valle dell’Adige tra Bolzano e Merano e Merano stessa.
I trentini che si spostano per lavoro in Alto Adige esercitano diversi mestieri: cestai, arrotini, stagnari, muratori, manovali, scalpellini, falegnami, segantini, lavoratori nel campo dei mattoni, del marmo, del porfido, del vetro, ma anche braccianti agricoli, persone di servizio, dipendenti delle ferrovie, delle ditte che costruiscono strade o regolano il corso delle acque, costruttori di funivie ecc. Molti sono i bambini e molte anche le donne.
Il boom delle costruzioni a Merano
Prima della metà del secolo scorso, come abbiamo visto, la società aristocratica e ricca dell’Impero scopre le possibilità turistiche e termali di Merano. Così comincia una stagione di rinnovamento e grandi costruzioni per creare una accoglienza degna degli ospiti più esigenti. Sorgono i grandi alberghi, il teatro, si aprono le passeggiate lungo il Passirio o sulle colline, nascono le strutture di cura.
Per questi lavori arrivano muratori e manovali dalla valle di Non, pittori dalla val di Fiemme, operai dalla Bassa Atesina.
Oltre alla manodopera operano in città anche imprese di proprietà di “Tirolesi italiani”. Uno di loro è Pietro Delugan, della val di Fiemme. Sua opera sono i maggiori edifici costruiti a cavallo del secolo a Merano.

Un altro costruttore di origine trentina (val di Non) è Celestino Recla: tra l’altro fa costruire la canonica evangelica e la chiesa del Sacro Cuore.
Alcuni di questi nuovi meranesi trovano un buon ambientamento, sposano donne del luogo, e formano famiglie che un po’ alla volta entrano a far parte della comunità tedesca.
Altri continuano a mantenere relazioni con i paesi di origine, conservano le loro tradizioni e la loro lingua e si inseriscono nella comunità di lingua italiana.
La costruzione della ferrovia
Un altro aspetto che nella seconda metà dell’800 favorisce lo spostamento di persone e di manodopera, è la creazione della rete ferroviaria. Prima la linea del Brennero, nel 1867, poi la Bolzano-Merano, inaugurata nel 1881, infine la Merano-Malles, del 1906.
E’ evidente che una ferrovia non avrebbe potuto che giovare all’industria turistica della città. Così nel 1870 si comincia a parlarne anche a Merano. Il primo ostacolo alla realizzazione della linea sta nel fatto che il fondovalle in molti punti è paludoso e quindi non adatto alla posa dei binari. A dire la verità si parlava da sempre della bonifica della val d’Adige e ancora nel 1802 tutto era stato predisposto per metterla in atto. Ma ogni progetto era fallito a causa delle guerre napoleoniche.
Nel 1875 il Governo di Vienna fa uno primo stanziamento di 1.650.000 fiorini per procedere alla regolazione del fiume. I lavori non partono fino a che il Governo, nel 1878, non stanzia un milione di fiorini anche per la costruzione della ferrovia.
Nel 1879 i primi binari vengono posti a partire da Bolzano.
Il 21 agosto del 1881 transita, per prova, una prima locomotiva: l’intero percorso dura un’ora e mezza. L’inaugurazione ufficiale ha luogo il 4 ottobre 1881.
La ferrovia Bolzano-Merano, nelle intenzioni iniziali, doveva essere il primo tratto di una linea che conducesse, attraverso Resia, fino a Landeck. A partire dal 1885 viene rispolverato il progetto e nel 1890 avviate le procedure.
L’inaugurazione della linea fino a Malles avviene il 1° luglio 1906. Per quanto riguarda la continuazione della linea fino a Landeck, essa in un primo tempo subisce le solite lentezze burocratiche, poi vede un forte impulso per ragioni militari durante la guerra. L’esito di quest’ultima blocca ancora tutto. Anche se il trattato di pace tra Italia e Austria prevede l’impegno da parte di entrambi gli stati di realizzare la linea, essa non viene mai costruita.
I lavori della ferrovia e anche il lavoro come ferroviere, sono tra quelli che, in quegli anni, richiamano operai e lavoratori di lingua italiana (i cosiddetti “aisenboneri”) in Alto Adige e a Merano.
Italotirolesi a Merano
La comunità che si forma pian piano assume dimensioni sempre meno trascurabili. Dato il tipo di struttura sociale dei meranesi di lingua italiana, risulta difficile dire con precisione quanti essi siano stati, anche a causa dei frequenti spostamenti o della presenza di lavoratori stagionali. Presentiamo dunque i dati ricavati da diverse fonti, nell’intento di dare una panoramica sulla situazione, più di tipo qualitativo che quantitativo.
I censimenti della popolazione
Secondo i censimenti austriaci[4], che rilevano la lingua d’uso, nel 1880 sono residenti a Merano 60 persone (su 4.703 residenti) la cui lingua d’uso è l’italiano (il censimento austriaco non fa distinzione tra italiano e ladino, ma è probabile che i ladini siano stati presenti in numero non apprezzabile). A Maia Bassa gli italiani sono 129 su 2.131. A Maia Alta 36 su 1.373. A Quarazze 10 su 153. Notevole è anche la presenza di non residenti, tra questi sono da annoverare anche cittadini italiani del Regno d’Italia.
Dieci anni più tardi, nel 1890, i dati sono i seguenti: a Merano su 6.361 residenti, 144 sono di lingua italiana. A Maia Bassa sono 332 (il 10,6%) su 3.100: ben 73 abitano nella frazione di Montefranco che conta in tutto 253 anime. A Maia Bassa esistono 499 persone non residenti: tra questi – secondo Rohmeder – molti italiani, lavoratori nelle cave di pietra ecc. In questo modo la percentuale sale a circa un quinto della popolazione.
A Maia Alta gli “italiani” sono 96 su 1.895. A Quarazze 2 su 172. Tra tutti i quattro comuni si contano più di mille non residenti.
Nel 1900 a Merano sono presenti 396 italiani (4,9% della popolazione residente), a Maia Bassa 398 (9,5%), A Maia Alta 124 (4,5%), a Quarazze nessuno.
Nel circondario della città, persone di lingua italiana sono presenti a Tirolo, Scena, Marlengo, Cermes, Lana, Lagundo, Parcines e in val Passiria.
Nel 1910 la situazione, secondo il censimento, è questa: a Merano 442 persone di lingua italiana (4,49%), a Maia Bassa 380 (6,4), a Maia Alta 21 (0,6%), a Quarazze 5 (1,2%). E’ questo l’ultimo censimento austriaco.
Il successivo rilevamento viene svolto nel 1921 dal Ministero dell’economia nazionale del Regno d’Italia. Questa volta i dati distinguono tra italiani, tedeschi, ladini e stranieri. Questi ultimi comprendono anche ex cittadini austriaci non ancora in possesso della cittadinanza italiana, perciò non è indicativo il dato del totale. A Merano risultano presenti 1.558 persone di lingua italiana, a Maia Bassa 1089, a Maia Alta 245, a Quarazze 5.
Allora come oggi i dati dei censimenti relativi a questioni etnico-linguistiche sono contestati e ritenuti poco veritieri, poiché spesso basati su considerazioni “utilitaristiche” da parte di chi si dichiara e poiché l’identificazione etnica è un fatto complesso che non sempre la statistica pura riesce a descrivere.
I registri parrocchiali
Un’altra fonte che può dare un quadro della situazione, sia pure non traducibile in dati assoluti, sono le nascite registrate presso il libro dei battesimi che c’è in ogni parrocchia.
Parrochia di S. Nicolò a Merano[5]. Consultando tali registri presso la parrocchia del Duomo di Merano, si è cercato di individuare i battezzati di lingua italiana, basandosi sul cognome dei genitori, sul cognome dei padrini, sul loro luogo di nascita. In alcuni casi l’individuazione è risultata più facile in quanto la registrazione è fatta direttamente in lingua italiana.
Veniamo ai dati. Nel 1868 su 81 battezzati, 5 risultano di lingua italiana (6,17%). I padri sono quasi tutti muratori originari della val di Fiemme.
Nel 1878 i bambini italiani sono 12 su 126 (9,5%). I padri sono soprattutto muratori o aiuto falegnami, cosa che caratterizza tutte le annate prese in considerazione. Ci sono però anche un barbiere e un fotografo. L’origine dei padri è soprattutto nonesa.
Nel 1888 i battezzati italiani sono 29 su 201 (14,4%). I padri sono per lo più muratori o aiuto falegnami, ma anche ferrovieri o artigiani di vario tipo. Due bambini sono figli di ragazze trentine impiegate come donne di servizio e non hanno il padre. I tre quarti dei padri provengono dal Trentino. Alcuni dalla Bassa Atesina, altri dal Veneto. Più della metà delle famiglie risiede in via Portici.
Veniamo al 1898, anno in cui viene fondata la Società Operaia cattolica (v. oltre). I battezzati italiani sono 34 su 204 (16,6%). I lavori più diffusi continuano ad essere quello del muratore e del falegname. C’è anche un carrettiere, il direttore di un circo di passaggio, che si è stabilito lungo la Reichsstraße, una guida alpina, due ferrovieri e vari artigiani. Più della metà sono di origine trentina, soprattutto nonesa. In quest’anno quasi un terzo risulta proveniente dal Regno d’Italia, soprattutto dal Veneto. I più abitano sotto i Portici.
L’ultima annata è quella del 1908. I bambini italiani sono 29 su 213 (13,6%). Per il mestiere del padre vale quanto già detto per gli anni precedenti. Sono ben quattro i bambini, figli di donne di servizio, senza padre. Oltre il 90% dei padri viene dal Trentino. I più abitano sotto i Portici ed una discreta quota anche a monte San Zeno, nella Villa Fürstenstein.
Parrocchia di S. Vigilio a Maia Bassa[6]. Si sono consultati gli stessi anni visti alla parrocchia del Duomo.
Se nel 1868 non si riscontra alcun battezzato di lingua italiana (su 49 bambini), nel 1878 essi sono 8 su 100 (8%). Il mestiere dei padri è quello di falegname, muratore, giardiniere o semplicemente di lavoratore a giornata. La loro provenienza conferma i dati visti finora: soprattutto Valsugana, val di Fiemme e val di Non.
Nel 1888 si riscontrano già 35 bambini “italiani” su 134 (26,1%), più di un quarto. La grande maggioranza dei padri sono muratori (un terzo), falegnami, operai, anche a giornata. Ci sono anche un oste e due impresari.
Riguardo la provenienza, la maggioranza continua ad essere delle tre valli (Non, Fiemme, Valsugana) già note. Però va sottolineato il fatto che ormai un quarto dei padri non sono trentini ma provengono dal regno d’Italia, quasi tutti dal Veneto.
Nel 1898 i bambini di lingua italiana sono 50 su 184 (27,1%). I padri svolgono i lavori già detti in precedenza; altissima è la percentuale di muratori: più della metà. Ci sono anche due contadini e un impresario.
La provenienza dei padri: più della metà dalle valli di Fiemme, di Non e Valsugana. Alcune famiglie provengono dal Veneto, le altre dal resto del Trentino (in totale l’85% viene dal Trentino).
Passiamo al 1908. I battezzati di lingua italiana sono 49 su 238 (20,5%). Anche in questo caso, nella professione, prevalgono i muratori, i giornalieri, gli operai o aiuto-artigiani. Ci sono anche alcuni braccianti e alcuni mezzadri. Per la loro provenienza vale quanto detto finora. I padri nati nel regno d’Italia sono un quarto del totale.
Abbiamo già detto che non è possibile trasferire automaticamente le percentuali sulla popolazione totale, poiché molte variabili influiscono sul numero dei figli. Ad esempio, è da presumere che la popolazione di lingua italiana, per lo più immigrata, sia relativamente giovane e quindi più prolifica. D’altra parte il migrante non sempre porta con sé la famiglia e questo lo rende meno prolifico…
“Mezza Maia Bassa è italiana…”
Che operai e famiglie “tirolesi italiane” siano state presenti a Merano e dintorni ben prima del 1890 è testimoniato anche da Anton Edlinger che in quell’anno, esprimendo le preoccupazioni tipiche dell’area di pensiero nazional-liberale, scrive[7]:
“Oggi presso il rio Sinigo c’è una cava di pietra e dall’altra parte della strada si è stabilito un pittoresco accampamento degli operai che vi lavorano. Verso sera davanti a quelle baracche c’è un’attività colorita; qui si prepara la polenta per il pasto. (…)Dalla cantina illuminata risuonano musica e canti, e tutto ciò che si vede e si sente ha un colore ed un suono: Italia. Ci troviamo ancora su suolo tedesco, che deve rimanere e rimarrà nostro, ma sarebbe da consigliare ai nostri compatrioti dell’alta val d’Adige, di prestare attenzione a questi suoni che si sentono sempre più vivi in mezzo a loro, perché già da tempo non si limitano alle baracche. Mezza Maia Bassa è italiana (welsch), Postal e Gargazzone non lo sono di meno…”

Gargazzone, nel 1880, è abitata per metà da persone di lingua italiana. La presenza italiana, spiega Atz, risale al 1824.
“Il primo pretesto lo diede un certo signor Wohlgemuth di Merano, che assunse in un maso operai e mezzadri italiani, perché erano più facili da trovare dei tedeschi. Questi poi portarono sempre più compaesani con loro e li aiutarono a sistemarsi”.
Una minoranza italiana a Gargazzone e Postal è comunque segnalata da altre fonti[8] già nel ‘700.
“Maia – scrive la Meraner Zeitung nel 1885 – ha sofferto negli ultimi due decenni grandi cambiamenti. Mentre prima di quel periodo tutti gli abitanti si occupavano di agricoltura, ora una metà vive di turismo e di commercio, l’altra metà in parte dell’agricoltura, in parte dello svolgimento di varie attività. La popolazione locale è in continua diminuzione, la maggioranza degli abitanti è composta da immigrati da ogni Paese”.
Operai italiani: una descrizione del 1881
Chi sono gli operai che formano con le loro famiglie la base su cui si fonda la comunità che fa riferimento alla chiesa di Santo Spirito? Il dottor Johann Angerer, segretario della Camera di Commercio e Artigianato di Bolzano, nel 1881 scrive un opuscolo dal titolo “Deutsche und Italiener in Südtirol”[9]. I nazionalismi hanno già fatto capolino e lo scritto di Angerer è tutto teso a confutare i numeri della presenza di lingua italiana in Alto Adige. A parte questo aspetto, egli dà la sua descrizione della situazione nel 1881 e perciò vale la pena citare alcuni brani.
Riguardo ai proprietari terrieri e ai lavoratori in proprio, secondo Angerer,
“il numero è così basso, che non si può ormai più parlare di una colonia italiana; essa ammonta infatti ad un 4 per cento scarso di imprenditori, a fronte di un 8 per cento di dieci anni fa, una prova del fatto che gli italiani nella loro ‘Merano’ fanno affari piuttosto cattivi. Inoltre dagli italiani vengono svolte solo quelle attività, nelle quali essi si distinguono dai colleghi tedeschi per la loro particolare abilità, come le attività dei barbieri, arrotini, scalpellini, muratori e simili…
La proprietà terriera a Merano e dintorni è completamente priva dell’elemento italiano”.
Ma per quanto concerne gli operai?
“Qui assistiamo ad una vera e propria invasione”, sostiene Angerer, riferendosi all’Alto Adige in generale.
“Questo movimento di operai segue solo leggi economiche, senza lasciare dietro di sé tracce direttamente percepibili riguardo alla nazionalità. Da una parte (in Trentino nda.) il sovrappopolamento, la disoccupazione e la miseria… dall’altra (in Alto Adige nda.) la mancanza di forza lavoro in genere o almeno di manodopera adatta e produttiva.
Un riequilibrio tra questi opposti economici è stato facilitato molto e favorito attraverso la ferrovia, che ha permesso ai Tirolesi italiani bisognosi di raggiungere velocemente e a buon prezzo quei luoghi, dove essi trovano pane e lavoro.
L’esubero di lavoratori nel Tirolo italiano (per non parlare dell’Italia) rimane un fattore costante, fintantoché le condizioni sociali ed economiche non cambieranno in quei luoghi, cosa che non accadrà molto presto, poiché il tramonto della coltura della seta e altre disgrazie hanno colpito così forte la classe dei proprietari, che una ripresa che potrebbe migliorare di molto anche la situazione della popolazione operaia, non la si può attendere in tempi vicini.
Se ora ricerchiamo i motivi della domanda di lavoro in riferimento all’Alto Adige, dobbiamo premettere una classificazione dei lavoratori immigranti. Abbiamo:
1. operai ausiliari industriali con le molte classificazioni: dal commerciante o artigiano diplomato fino al lavoratore in fabbrica, ai manovali e garzoni del muratore.
2. Lavoratori agricoli:
a. in proprio conto: fittavoli, imprenditori edili
b. persone di servizio e braccianti.
3. Domestici.
(…)
Che l’artigianato si affidi così tanto a lavoratori ausiliari italiani dipende dalla mancanza di immigrazione dal Nord e dal fatto che in certi rami di attività i lavoratori italiani sono superiori a quelli locali, a motivo della carenza di scuole industriali…
Il numero di fittavoli e edili italiani negli ultimi tempi è molto diminuito, poiché il proprietario terriero tedesco è arrivato alla conclusione che la quota pagata dall’italiano per l’affitto non ripaga lo sfruttamento indiscriminato della terra.
Al contrario è aumentata molto negli ultimi tempi l’immigrazione di servi agricoli e braccianti, per ovvi motivi.
Le pretese dei braccianti tedeschi oggi sono così alte che il proprietario non è più in grado di soddisfarle”.
Essi, spiega Angerer, pretendono troppo da bere e mangiare. In più ci sono troppi giorni considerati festivi (nella zona di Lana, ad esempio, sono 112 all’anno). Infine, alle aumentate pretese non rispondono adeguate prestazioni.
“In questa situazione i servi agricoli e i braccianti italiani non devono essere considerati veri salvatori in un momento di bisogno?
Il bracciante italiano è moderato rispetto al cibo; ha poche pretese rispetto al salario, lavora, almeno quantitativamente, molto di più, non conosce giorni liberi tranne le domeniche e i giorni festivi, è timido e di regola non porta i frutti del suo lavoro all’osteria, come succede troppo spesso ai lavoratori tedeschi di sesso maschile…
Relativamente ancora più che in campagna troviamo domestici italiani nella città, poiché lì vale il discorso già fatto per i lavoratori tedeschi e a una famiglia con un reddito normale non è possibile soddisfarne le richieste…
Dal punto di vista socio-economico, questa immigrazione di lavoratori è un processo necessario e benefico, perché non fa concorrenza al lavoratore tedesco, ma copre solo i buchi, che questo lascia scoperti”.
Socialisti a Merano. I primi scioperi
La presenza di numerosi operai a Merano favorisce la diffusione dell’idea socialista e ciò avviene anche tra i lavoratori di lingua italiana. Si ha infatti notizia[10] di manifestazioni operaie nel 1891 tenutesi anche a Merano durante una delle quali il muratore Antonio Caliari si occupa di tradurre le parole del calzolaio Johann Sams per i partecipanti di lingua italiana.
Merano diviene in quegli anni, dopo Innsbruck, il centro più sindacalizzato del Tirolo. Infatti, in occasione del 1. maggio 1893, ad Innsbruck la maggior parte dei lavoratori si reca regolarmente al lavoro; a Merano invece in trecento, dei quali un terzo italiani, festeggiano il 1. maggio, in sfida ai padroni. Alla loro assemblea interviene Josef Holzhammer. Le sue parole, per le maestranze di lingua italiana, sono tradotte dal vicentino Antonio Caliari. Negli stessi anni anche Trento, per organizzare il movimento, guarda con interesse alla situazione di Merano, che così diventa, insieme a Bolzano, centro di comunicazione tra il Nord e il Sud del Tirolo.
Dapprima, intorno al 1870, nascono comunque le società di mutua formazione professionale. Nel 1873 a Merano se ne contano già 140.
Nel 1886 si costituisce a Merano l’associazione di categoria dei calzolai, nel 1887 quella dei sarti, nel 1891 quella dei pittori, tappezzieri, sellai, nel 1893 quella dei muratori. Nel 1897 c’è una sezione meranese del “Bauarbeiterverein für Tirol und Vorarlberg”, presieduta da Enrico Vanzo.
In quegli anni abbiamo anche i primi scioperi: nel 1885 a Merano scioperano aiuti calzolai, fabbri e falegnami. Nel 1889 può nascere a Merano un’associazione di categoria per sarti e calzolai. Nel 1899 troviamo una società operaia dei lavoratori di fabbrica.
Tra il 1870 e il 1918 a Merano si tengono 26 scioperi, pari al 12,5% di tutti gli scioperi avvenuti nel Tirolo. Più che a Bolzano (22 scioperi) e a Trento (23). Merano è seconda soltanto ad Innsbruck che conta 50 scioperi.
La Società Operaia Cattolica di Merano e circondario
Quella che abbiamo tracciato a grandi linee è il contesto in cui a Merano viene fondata, nel 1898, la prima associazione di ispirazione cattolica rivolta agli operai di lingua italiana della città: la Soeietà Operaia Cattolica di Merano e circondario[11].
Verso la fine dell’800 anche la Chiesa comincia infatti ad occuparsi della “questione operaia”, soprattutto in seguito all’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII. Datata 15 maggio 1891, l’enciclica rappresenta la prima pietra del cosiddetto “pensiero sociale” della Chiesa. Il papa prende atto dei cambiamenti provocati dalla rivoluzione industriale, in primo luogo delle grandi masse operaie che affollano le città ed i centri produttivi, per i quali è necessario inventare norme e consuetudini che si allontanano dal mondo rurale e tradizionale in cui il Paese era vissuto per secoli. Il papa rifiuta le soluzioni proposte dal socialismo, ma non si nasconde la situazione di estremo disagio in cui il proletariato è spesso costretto a vivere. Pur ammettendo una società che si divida in diverse classi sociali, l’una funzionale all’altra, quello di Leone XIII è un appello alla concordia per affrontare i nuovi problemi, con lo scopo di risolvere situazioni di miseria e di mancanza di diritti. Il “vero rimedio”, secondo il papa, è costituito dall’unione dei lavoratori in associazioni, per meglio difendere i propri diritti, in uno spirito di collaborazione con i titolari delle imprese.
“A dirimere la questione operaia – dice l’enciclica – possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e unire le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell’operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d’improvvisi infortuni, d’infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d’ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti”.

Gli scopi della Società
In quest’ottica nuova, trova impulso la nascita di cooperative e società operaie di matrice cattolica.
Anche a Merano un primo nucleo di operai italiani nel 1898 fonda una Società Operaia Cattolica. Si tratta di una società di mutuo soccorso che raccoglie artigiani e operai italiani con lo scopo di aiutarsi a vicenda. Lo Statuto della nuova Società rimane vago nella definizione degli scopi e si premura di sottolineare l’aspetto religioso della società:
“La Società Operaia – recita l’articolo 2 – ha lo scopo complessivo: a) di istruire i propri soci negli obblighi e nei diritti di operai cattolici; b) di promuovere la buona armonia tra padroni e operai: il benessere morale e materiale della classe operaia, coll’azione comune e concorde dei soci, secondo i principi e lo spirito della Chiesa, e in conformità alle leggi dello Stato, escludendo la politica; di promuovere nei suoi soci l’amore e l’esercizio delle virtù cristiane, e segnatamente quelle che servono più direttamente a conseguire lo scopo primario, come sarebbero: la santificazione delle feste, la temperanza, la moralità, l’economia, e le virtù domestiche”.
La politica
“Escludendo la politica”, afferma lo statuto della Società Operaia. Se andiamo a curiosare negli statuti di società analoghe, come il contemporaneo Sodalizio Cattolico Italiano, fondato a Bolzano nel 1893, anche lì troviamo frasi come:
“Non ha assolutamente alcun scopo politico, ma unicamente religioso”.
A Bolzano, sempre nel 1893, viene fondata anche la “Società italiana dei lavoratori e lavoratrici in Bolzano e contorni”. Il primo articolo dello statuto, dice:
“Lo scopo di questa società è di progredire nella cultura intellettuale dei suoi soci in tutti i mezzi permessi dalla legge. Politica e religione sono escluse”.
Tanta malcelata sensibilità verso l’aspetto politico può essere ricondotta alla circostanza che in quegli anni cominciano a farsi strada da una parte le idee socialiste e dall’altra spinte irredentiste e autonomiste da parte trentina nei confronti del resto del Tirolo. Per questo anche la costituzione di una società composta da persone di sola lingua italiana potrebbe destare sospetti. A Bolzano infatti le società italiane risultano costantemente sotto controllo. A Merano non c’è niente che documenti resistenze da parte delle autorità alla fondazione della Società Operaia. Nello statuto non si fa alcun cenno alla lingua degli aderenti, né a questioni riguardanti l’aspetto della promozione della cultura italiana. Nello statuto del Sodalizio Cattolico di Bolzano, fra i suoi scopi, il primo ad essere elencato è il seguente: “Promuovere l’istruzione religiosa cattolica in lingua italiana”. Per quanto riguarda la Società Operaia Cattolica solo nella versione dello statuto approvato nel 1912 si accenna all’appartenenza linguistica dei membri, quando all’articolo 40 si dice:
“In caso di scioglimento della Società la sostanza sociale sarà devoluta al m. r. Cappellano della Colonia italiana di Merano pro tempore, il quale se ne servirà per il mantenimento delle sacre funzioni italiane, e in mancanza di questo, passerà nelle mani del Comitato Diocesano di Trento il quale ne disporrà a beneficio della classe operaia italiana di Merano”.
Le strutture
Tornando alla Società Operaia di Merano, lo Statuto scende nel concreto quando si tratta di elencare i mezzi per conseguire gli scopi che si prefigge. L’articolo 3:
“Per conseguire tale scopo servono i seguenti mezzi: a) sovvenzioni per mancanza di lavoro, malattia o morte in caso che il fondo sociale lo permetta; b) conferenze regolari almeno mensili, tanto pubbliche che private, da tenersi in sede e fuori di essa; c) pubblicazioni opportune e speciali della Società Operaia; d) un locale sociale di ritrovo, sede della Società, a cui tutti i soci avranno diritto di convenire nelle ore stabilite dal Regolamento, e che offra utili letture, una biblioteca, ed onesti divertimenti; e) mediazione in eventuali divergenze fra padroni ed operai; f) fondazioni di istituzioni di previdenza, come p. e.: casse rurali; cooperative di consumo, di produzione; segretariato del popolo; casse di risparmio e prestiti; casse di sovvenzione, ecc. ecc., con propri regolamenti”.
Di tali istituti si possono ricordare la cooperativa di consumo, che fu costituita già a partire dalla fondazione, e la “cassa mortuaria”, ovvero un fondo cui versare un contributo periodico, al fine di garantirsi, in caso di morte, le spese per le esequie.
I soci
Lo Statuto descrive anche le caratteristiche del socio “attivo” (art. 7):
“Può essere ogni persona di sentimenti cattolici, addetta alle classi: giornalieri, industriali, commercianti e contadini, sia essa principale o subalterno, che abbia raggiunto l’età di almeno 14 anni, e non sia ascritto a società di spirito contrario alla nostra, o proibite dalla Chiesa”.
I soci attivi, oltre al diritto di usufruire dei servizi offerti dalla Società, hanno obblighi ben precisi (art. 10):
“a) Di condurre una vita cristiana, astenendosi da ogni atto contrario alla religione e morale cristiana; come sarebbero le bestemmie, le profanazioni dei giorni festivi, le letture cattive, le ubbriachezze ecc.; b) di pagare puntualmente le tasse; c) di non mancare alle conferenze senza un motivo giustificato; d) di accompagnare i soci defunti ai funerali”.
Oltre ai soci attivi, sono previsti anche i soci “benefattori”, ovvero tutti coloro che sostengono la Società con un contributo annuale di almeno 5 corone, oppure “50 corone una volta per sempre”.
L’assistente ecclesiastico
La Società è costituita naturalmente sotto il patrocinio di San Giuseppe, di cui i soci celebrano solennemente la festa la terza domenica dopo Pasqua.
Figura di rilevo all’interno della Società è l’assistente ecclesiastico. Esso viene nominato dal Vescovo e (art. 30)
“invigila che la Società proceda sempre conforme allo spirito ed ai principii della Chiesa cattolica, e può sospendere le deliberazioni della Società e della Direzione quando egli creda non sieno pienamente conformi allo spirito e agli insegnamenti della Chiesa”.
Già all’atto della fondazione della Società è presente un sacerdote. Si tratta del frate cappuccino Isidor Flür, predicatore per gli italiani. Subito dopo la fondazione, Luigi Eichta, uno dei primi soci e primo presidente della Società Operaia Cattolica fa richiesta all’Ordinariato vescovile di Trento per la nomina di un assistente.
“In Merano – scrive Eichta il 21 ottobre 1898 – si è costituita una società operaia cattolica fra gl’italiani i cui statuti furono già approvati dall’Autorità civili. In base però allo Statuto occorre la nomina di un Assistente Ecclesiastico di costì”. Eichta fa il nome di p. Isidor che infatti riceve il decreto di nomina. Quest’ultimo non si fa attendere e giunge in data 3 novembre, insieme alla lettera di risposta che contiene l’approvazione della diocesi della neocostituita società. P. Isidor è il primo di una lunga serie di assistenti che corrispondono più o meno con i cappellani italiani.A sostituire p. Isidor, arriva p. Caio Perathoner, sempre cappuccino, che poi diviene cappellano militare durante la guerra.
Nel febbraio del 1919, su precisa richiesta della Società Operaia Cattolica, l’arcivescovo Endrici di Trento invia come assistente della Società Operaia Cattolica un certo don Rosatti, professore a riposo.
Poi continuano la cura d’anime diversi cappellani militari, fino alla venuta di don Pietro Rensi da Trento.
La casa sociale
La Società Operaia Cattolica, come era stato previsto fin dall’inizio, ha bisogno di strutture per svolgere i propri compiti. Comunemente si ritrova presso le sale del caffè Paris, sotto i Portici fino a che, nel 1907, non si procede all’acquisto della Casa sociale, che si trova in via Speckbacher, più tardi via Lamarmora. L’acquisto avviene anche con l’aiuto del barone e della baronessa Hoffmann.
Due anni più tardi la casa viene ristrutturata. In essa si ricavano, oltre ai locali per la Società Operaia Cattolica – un grosso salone che può contenere cento persone usato anche come teatro -, anche 14 abitazioni che vengono affittate ai soci, un negozio con i suoi magazzini, un’officina meccanica a forza idraulica.
La nuova casa sociale è inaugurata nel gennaio del 1910.
Sacerdoti per la “colonia italiana”
La chiesa di riferimento della comunità di lingua italiana residente in riva al Passirio fino dagli anni ‘70 del secolo scorso è quella di S. Spirito. Costruita nel corso del ‘400, essa prese il posto di una precedente costruzione, fondata nel 1271 da Mainardo II. Era la chiesa dell’ospedale cittadino, posta fuori dalla cinta muraria, sul territorio della parrocchia di Maia e dunque in diocesi di Trento, mentre fino al 1818 la città appartenne alla diocesi di Coira.
Ma chi sono i primi sacerdoti[12] che si occupano della comunità meranese di lingua italiana?
Abbiamo già visto come già nel 1819 sia presente presso i cappuccini di Merano un sacerdote che si occupa di confessare in italiano: padre Giancarlo Bombarda (nato a Cares nel 1761, morto a Rovereto nel 1846).
Negli anni successivi dal catalogo del clero della diocesi di Trento non risulta nessun incaricato specifico, però, sempre nella zona di Merano, si trovano sacerdoti o frati di origine trentina o provenienti da zone mistilingui.
A Lana, presso Merano, sappiamo che esiste una Messa specifica per la popolazione italiana.
La prima Messa per i fedeli di lingua italiana viene celebrata precisamente il 29 gennaio 1860, per iniziativa di p. Peter Paul Rigler.
P. Rigler introduce, tra i suoi confratelli dell’Ordine Teutonico, anche la consuetudine di digiunare il sabato dalla frutta, per poter così pagare le candele per la Messa per la popolazione italiana.
Anche a Gargazzone risulta esserci nel 1880 (non sappiamo a partire da quando) una celebrazione domenicale in lingua italiana. La mattina in chiesa si predica in tedesco; il pomeriggio c’è la predica ed una breve funzione in lingua italiana.
Nel vicino paese di Postal, per quanto celebrazioni, insegnamento e catechismo siano tenuti in tedesco, anche l’italiano è usato per trasmettere i concetti essenziali.
Un sacerdote che si occupa stabilmente della cura d’anime della cosiddetta “colonia italiana” di Merano, lo troviamo sul catalogo del clero per la diocesi di Trento a partire dall’anno 1870. Si tratta del cappuccino padre Guido Ruatti (nato a Piazzola di Rabbi nel 1833, morto a Rovereto nel 1907), che porta il titolo di “predicatore per gli italiani” (Concionator italorum).
L’anno successivo, presso la parrocchia, troviamo don Giuseppe Gallizzi, originario di Castelucchio, nei pressi di Mantova.
Dal 1873 al 1883 diventa parroco dell’Ospitale don Alessandro de Angeli, nato a Cloz in val di Non nel 1817. Poiché per i dieci anni della sua presenza non troviamo presso i cappuccini nessun incaricato pastorale per gli italiani, è da presumere che sia don de Angeli a svolgere questa funzione ed inoltre, che la chiesa di Santo Spirito cominci a diventare punto di riferimento per la comunità data la sua posizione centrale rispetto ad una comunità sparpagliata tra Maia Bassa e Merano.
Nel 1886 ritorna, questa volta presso la parrocchia del Duomo, un “Cooperator pro Italis”: è don Cornelio Molignoni, nato a Castello nel 1848.
Nel 1887 troviamo nuovamente un “predicatore per gli italiani” cappuccino: è padre Leopoldo Decristoforo (nato a Livinallongo nel 1949) che rimane in quella funzione fino al 1895.
Per l’anno 1894 p. Leopoldo è temporaneamente sostituito da p. Aniceto Rufinatscha (nato a Tubre nel 1824)
Nel 1897 l’incarico di predicatore per gli italiani passa a padre Isidor Flür. Egli è anche, come abbiamo visto, il primo assistente della Società Operaia Cattolica, celebra la Messa per gli italiani nella chiesa di Santo Spirito, dove anzi si dà da fare per organizzare sempre di più la comunità anche sul piano associativo.
Nel 1904, ad esempio, per iniziativa di p. Isidoro, il vescovo dà il permesso affinché venga eretto
“canonicamente tra gli italiani costì residenti il Terz’Ordine di S. Francesco nella chiesa dello Spirito Santo a Merano”.
Il successore di p. Isidor, come assistente della comunità italiana, dal 1907 è padre Caio Perathoner (nato ad Ortisei nel 1868, morto a Merano nel 1922). Rimane predicatore per gli italiani fino al 1914[13].
All’inizio del secolo dunque la comunità appare strutturata nel modo seguente. I meranesi di lingua italiana nel loro complesso formano al cosiddetta “colonia italiana” di Merano. In essa sono presenti, da parte cattolica, alcune realtà associative: la Società Operaia Cattolica, le Unioni Professionali, la congregazione del Terz’Ordine francescano, il coro e l’orchestra.
Presso la sacrestia della chiesa, in un armadio, esiste anche una piccola biblioteca, curata dai confratelli del Terz’Ordine.
Lo scioglimento della Società – 1932
In conclusione vale la pena di fornire alcune notizie riguardo a come avvenne lo scioglimento della Società Operaia Cattolica.
Nel Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica dell’11 febbraio 1929 lo Stato, all’articolo 43, riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica, purché queste svolgano “la loro attività al di fuori di ogni partito politico”.
Nella primavera del ‘31 c’è una violenta campagna di stampa contro l’associazionismo cattolico.
Pio XI risponde che l’Azione cattolica, per adempiere alla sua missione deve agire anche nell’ambito “operaio, lavorativo, sociale”. Violenta è la reazione fascista.
Mussolini il 29 maggio ’31 ordina che vengano sciolte tutte le organizzazioni giovanili di “qualsiasi natura e grado di età” che non facciano riferimento al Partito fascista o all’Opera Balilla.
Dopo un mese di tensioni esce l’Enciclica “Non abbiamo bisogno”, datata 29 giugno 1931, in cui Pio XI respinge le motivazioni che hanno portato allo scioglimento delle associazioni giovanili, ribadisce che l’operato dell’Azione cattolica è “al di fuori e al di sopra di ogni politica di partito”, che lo stato non può monopolizzare l’educazione dei cittadini per i fini di regime e di un solo partito, sulla base di una ideologia che concede allo stato una autorità assoluta e illimitata, calpestando “i diritti naturali della famiglia e quelli soprannaturali della Chiesa.” Dichiara illecito il giuramento fascista, ma lo ammette con riserva “sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane, per la vita”. Alle scomposte reazioni fasciste che chiedono al Duce la “denuncia” del Concordato, Mussolini preferisce la via delle trattative, condotte segretamente con il gesuita Pietro Tacchi Venturi. I punti principali dell’accordo raggiunto il 2 settembre 1931 sono i seguenti: 1) L’Azione cattolica viene definita essenzialmente “diocesana” quindi alle dirette dipendenze dei singoli vescovi a cui spetta nominare i dirigenti dell’associazione. 2) Coloro che hanno militato nel Partito Popolare non possono avere funzioni direttive all’interno dell’associazione. 3) I Circoli giovanili possono svolgere attività educativa e ricreativa con finalità esclusivamente religiose, è da escludersi qualsiasi attività di carattere sportivo ed agonistico.
In questo contesto, essendo a forte rischio l’esistenza della Società ed il suo patrimonio, nel 1931 si decide di cedere la casa sociale alla Società anonima Medio Adige con sede in Trento (SMA, una società senza scopo di lucro della quale la maggior azionista è la diocesi di Trento) e, nel 1932, la Società viene sciolta. I membri della disciolta Società Operaia passano in blocco nel Gruppo Uomini di Azione Cattolica.
[1] C. Stampfer, Geschichte von Meran, der alten Hauptstadt des Landes Tirol, von der ältesten Zeit bis zur Gegenwart, 1889, ristampa ed. Sändig Reprint, Vaduz.
[2] B. Weber, Meran und seine Umgebung, Innsbruck 1845.
[3] Molti dati sono contenuti in J. Pircher, Meran. Statistischer Bericht über die wichtigsten demographischen Verhältnisse, ed. Carl Gerold’s Sohn, Vienna.
[4] Tutti i dati dei censimenti della popolazione sono forniti dall’Istituto provinciale di statistica di Bolzano.
[5] I registri parrocchiali sono conservati presso l’archivio della parrocchia di S. Nicolò di Merano.
[6] I registri parrocchiali sono conservati presso l’archivio della parrocchia di S. Vigilio di Merano – Maia Bassa.
[7] A. Edlinger, Aus deutschem Süden, Ellmenreich’s Verlag, 1890.
[8] H. J. Bidermann, Die Nationalitäten in Tirol und die wechselnden Schicksale ihrer Verbreitung, ed. J. Engelhorn, Stoccarda 1886.
[9] J. Angerer, Deutsche und Italiener in Südtirol, ed. Camera di Commercio e Artigianato, Bolzano 1881.
[10] Cfr. E. Baldini, Il movimento operaio nel Sudtirolo (1762-1925), Quaderno del Matteotti n. 8, Merano..
[11] I documenti relativi alla Società Operaia sono stati rinvenuti presso l’archivio della parrocchia di S. Spirito di Merano ed in case private. Per ogni approfondimento si rimanda a P. Valente – C. Möseneder, Pietra su pietra. Santo Spirito a Merano: 1271-1951. Notizie storiche sull’evoluzione di una comunità particolare in una terra plurilingue, ed. Pluristamp, Bolzano 1996.
[12] Tutti i documenti relativi alla nomina dei sacerdoti incaricati per la cura d’anime della comunità italiana di Merano, come anche le diverse annate del “Catalogus Cleri”, sono conservati presso l’Archivio Diocesano Tridentino.
[13] Sul ruolo dei cappuccini nella pastorale di lingua italiana vedi anche A. Hohenegger, Das Kapuzinerkloster zu Meran, ed. F. Rauch, Innsbruck 1898.