Alto Adige – 2.2.2002
Fino a pochi anni fa si diceva che gli stranieri ci rubano il lavoro, le case e le donne. Oggi, invece, gli albergatori minacciano addirittura di “marciare su Roma” se il Governo non provvederà tempestivamente ad autorizzare l’ingresso di un congruo numero di lavoratori extracomunitari, ritenuti ormai una colonna portante dell’economia locale. C’è naturalmente sempre chi associa lo straniero sempre e comunque alla malavita e chi teme per una perdita di identità culturale e religiosa cui starebbe soccombendo il nostro mondo occidentale. Eppure l’economia, che è oggi quanto mai soggetto politico di primo piano, farebbe ponti d’oro alla forza lavoro, senza distinzioni di colore, lingua o credo religioso. Il ripensamento nell’atteggiamento nei confronti delle braccia straniere riguarda in modo particolare la nostra regione. Nel 2000 infatti, su quasi 60.000 autorizzazioni rilasciate all’ingresso di lavoratori dall’estero, oltre 21.000 sono spettate al Trentino Alto Adige. Un terzo del totale. I dati sono stati forniti ieri (1° febbraio) a Bolzano dai responsabili della Caritas di Roma che ogni anno curano la pubblicazione di un dettagliato “dossier immigrazione”. Per quanto ci riguarda il 95% di queste autorizzazioni sono a tempo determinato. Si tratta dunque soprattutto di lavoro stagionale che per la maggior parte viene assorbito dall’agricoltura (77,4%) e dal terziario (20%). Nel settore agricolo in regione oltre la metà delle nuove assunzioni riguarda persone straniere (oltre un quarto nel settore turistico a Bolzano).

Un collegamento, quello tra permesso di soggiorno dello straniero ed il contratto di lavoro, che viene rimarcato anche dal discusso disegno di legge del Governo, attualmente in discussione in Parlamento. E la Caritas, che in tema di accoglienza è da sempre in prima linea, lamenta il fatto che questo provvedimento “finisca per proiettare un’immagine strumentale dello straniero, ridotto a soggetto utile solo se e fino a quando produce ricchezza”. In altre parole: siccome l’immigrato è indispensabile al nostro benessere, gli diamo il benvenuto, anzi ci facciamo in quattro perché possa varcare le nostre frontiere. “Dimmi, marocchino – scriveva l’indimenticato vescovo di Molfetta don Tonino Bello – ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Scrivi anche tu lettere d’amore…?” Alla nostra economia non interessa certo l’anima del “marocchino” (che comunque deve essere preferibilmente slovacco, ceco, polacco, ungherese o tutt’al più macedone, croato o rumeno), ma le sue braccia, il suo tempo, la sua produttività. Non importa molto da dove egli venga e questo è certo un segno del fatto che ci si abitua sempre più a pensare in termini di mondo globalizzato. Quella globalizzazione che, ancora una volta, in questi giorni è sotto osservazione a Porto Alegre, in quel Brasile che è patria di tutte le contraddizioni. Sotto accusa è quell’impostazione liberista che nello sbandierare la libertà si dimentica spesso di precisare che la libertà è patrimonio solo di una parte minoritaria (la nostra) della popolazione mondiale. In realtà alle persone dei paesi poveri sono di fatto negate almeno due libertà (per restare in tema): quella di emigrare e, soprattutto, quella di non emigrare (vorrebbero emigrare, ma non possono; vorrebbero starsene a casa, ma devono emigrare…). Per questo, con buona pace di chi programma (giustamente, per carità) o pretende flussi migratori, l’immigrazione avviene spesso al di fuori di ogni regola e controllo. Le persone costrette dalla vita a lasciare il proprio paese, sono solo un sintomo del male che affligge l’intero pianeta e che si chiama squilibrio (ingiustizia?) nello sviluppo e nella distribuzione delle risorse. L’immigrazione è un problema che andrebbe affrontato da un lato avendo in mente il mondo intero, dall’altro guardando di ogni singola persona. Le ragioni del nostro portafoglio vengono dopo, molto dopo.