L’Alto Adige tra imperi, monarchie e repubbliche

Vita Trentina – 7.6.2026

In questi giorni, ottant’anni fa, si stavano contando i voti espressi per eleggere l’Assemblea Costituente e per decidere, attraverso referendum, se l’Italia dovesse diventare una repubblica o mantenere la monarchia.

La consultazione si svolse il 2 e 3 giugno 1946, ma non coinvolse l’intero territorio nazionale. Restarono infatti escluse le popolazioni della Provincia di Bolzano e della Venezia Giulia.

Alla data del voto, il confine orientale italiano non era ancora stabilizzato e gran parte della Venezia Giulia — in particolare le aree di Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara — si trovava sotto occupazione e amministrazione militare alleata o jugoslava. Il governo italiano ritenne quindi impossibile organizzare regolarmente le elezioni in quei territori fino alla definizione del loro assetto definitivo.

Il quotidiano Dolomiten, 11.6.1946

Una situazione analoga riguardava l’Alto Adige. Sebbene alla fine del 1945 l’amministrazione italiana fosse stata ristabilita, la sovranità non era ancora pienamente consolidata e la questione territoriale restava inserita nelle trattative internazionali del dopoguerra. L’Accordo di Parigi, che ne definì le modalità di gestione, fu firmato solo il 5 giugno 1946 da Alcide Degasperi e Karl Gruber, a Repubblica già proclamata e con i lavori della Costituente ormai avviati.

A queste incertezze politiche si aggiungevano problemi di natura giuridica e amministrativa. Nel 1939 circa l’85 per cento della popolazione di lingua tedesca e ladina aveva optato per la cittadinanza tedesca in seguito alle cosiddette “Opzioni”. Alla vigilia del referendum, la questione della cittadinanza non era ancora stata pienamente risolta e avrebbe costituito uno dei nodi sciolti con l’accordo Degasperi–Gruber (o Gruber-Degasperi, se si preferisce).

Il decreto luogotenenziale con cui Umberto di Savoia indisse il voto del 2 giugno 1946 specificava che «è per ora impossibile lo svolgimento delle elezioni … nella provincia di Bolzano, nella quale le liste elettorali non si sono potute ultimare non essendo tuttora regolate le questioni sulla cittadinanza degli optanti per la Germania che hanno perfezionato l’opzione». Per la provincia di Bolzano si prevedeva una successiva convocazione dei comizi elettorali, che tuttavia non ebbe mai luogo.

Un ulteriore elemento di complessità riguarda la stessa definizione amministrativa del territorio. La provincia di Bolzano, istituita nel 1927, non comprendeva ancora la Bassa Atesina e l’alta val di Non, che nel 1946 facevano parte della provincia di Trento. In questo contesto, alcuni comuni della zona poterono partecipare al voto proprio perché non appartenenti alla provincia di Bolzano: Anterivo, Bronzolo, Cortaccia, Egna, Lauregno, Magrè, Montagna, Ora, Proves, Salorno, Senale–San Felice e Trodena.

Si trattava però di una partecipazione segnata da forti limiti: da un lato la difficoltà per molti cittadini di lingua tedesca di ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana, dall’altro la mancata presentazione di liste della Südtiroler Volkspartei nei diversi comuni.

Il periodico Volkbote, 6.6.1946

Nei giorni immediatamente precedenti al voto, sui colli di Castelfeder tra Ora, Egna e Montagna, si era svolta una manifestazione che chiedeva proprio lo spostamento del confine provinciale verso sud, fino alla Chiusa di Salorno (“Zurück zu Bozen”). Ma le aspirazioni politiche di una parte della popolazione sudtirolese andavano ben oltre: l’obiettivo di riferimento era il ritorno all’Austria (“Los von Rom”) – magari proprio attraverso un referendum –, per il quale erano state raccolte oltre 150.000 firme, consegnate al cancelliere austriaco Leopold Figl nell’aprile 1946.

Ricostruire con precisione i risultati elettorali nei comuni altoatesini dell’allora provincia di Trento è oggi un’operazione complessa. Il portale “Eligendo” del Ministero dell’Interno dà questi territori per non esistenti.

Tuttavia, alcune elaborazioni – basate su fonti locali come il quotidiano del CLN di Trento Liberazione Nazionale, rese disponibili di recente da Maurizio Ferrandi – permettono di delineare un quadro indicativo. Tenendo conto della significativa assenza di elettori di lingua tedesca, il voto risulta sostanzialmente simile a quello del Trentino, dove la Repubblica prevalse di gran lunga sulla Monarchia.

Alcuni esempi: a Bronzolo si registrarono 484 voti per la Repubblica e 57 per la Monarchia; a Egna 542 contro 164; a Magrè 221 contro 77.

Anche il quadro politico appare coerente con quello trentino. La Democrazia Cristiana risulta generalmente il primo partito: a Egna ottiene 412 voti, seguita da socialisti (212), comunisti (22) e liste laiche (18). A Salorno la DC raccoglie 435 voti contro i 352 dei socialisti. Fa eccezione Bronzolo, dove prevalgono i socialisti con 328 voti rispetto ai 202 della Democrazia Cristiana.

Cose altoatesine. Una popolazione di lingua italiana immersa per vent’anni nella retorica monarchica (in chiave fascista) della Vittoria e del Re-Imperatore che vota Repubblica. Una popolazione di lingua tedesca, imbevuta per decenni di retorica asburgica imperial-regia, che si orienta alla “riannessione” a una Repubblica – ma quella austriaca – di cui non ha mai fatto parte; che però non può più votare, avendolo già fatto sette anni prima (le Opzioni del ’39, dette appunto “die Wahl”: il voto, la scelta), non per scegliere tra Monarchia e Repubblica, ma tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista. Dalla padella alla brace.

Il destino dell’Alto Adige si giocò dapprima fuori dalla Costituente (ma con lo stesso protagonista, Alcide Degasperi), sui tavoli della pace e con l’Accordo di Parigi. Fu poi l’Assemblea, quella eletta il 2-3 giugno, a dare sostanza a una Repubblica che “riconosce e promuove le autonomie locali” (art. 5) e “tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” (art. 6), e a tradurre questi e altri principi nel primo Statuto di Autonomia del 1948.

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