Sogno impantanato

Vita Trentina – 13.10.2002

Da Bolzano sarebbe potuto arrivare un messaggio di pace. Invece prevalgono la paura, la difficoltà a comunicare, la diffidenza reciproca. Non resta che prenderne atto. E’ giusto e doveroso farlo.

Negli ultimi giorni prima del referendum nel capoluogo altoatesino la questione “piazza della Pace” non a caso aveva cominciato ad attrarre su di sé l’attenzione della stampa nazionale e di quella di oltre Brennero. Da Bolzano ci si aspettava un segnale. Salvo rare eccezioni, si attendeva un segnale di pace, il quale però è rimasto nei sogni di un sindaco e di poche migliaia di cittadini.

I bolzanini avranno avuto tutte le loro ragioni per votare come hanno fatto. Ma guardando il risultato dall’esterno, e col dovuto distacco, esso brucia come una sconfitta anche per chi non è cittadino di Bolzano.

Si tratta anche, tra le altre cose, di un nuovo richiamo a non sottovalutare quella incomunicabilità tra gruppi diversi che, nell’ultimo mezzo secolo, ha ostacolato, svuotato e paralizzato ogni tentativo di individuare un cammino comune per la comunità regionale. Mancanza di un linguaggio comune (al di là delle lingue) fra Trento e Bolzano, assenza di un progetto condiviso tra italiani, tedeschi e ladini in Alto Adige.

Quel sogno di convivenza pacifica impantanato in una piazza rimane oggi l’icona di un fallimento di tanti buoni propositi e bei progetti. Piace pensare che sia solo una battuta d’arresto. Guai se non fosse così. La storia e l’attualità insegnano che demolire è molto più facile che costruire. I demolitori, nelle zone dove convivono gruppi diversi, sono sempre in agguato e per di più hanno vita facile. È per questo che i costruttori non possono mai abbassare la guardia. Non dovrebbe passare giorno senza la posa di un nuovo mattone. La convivenza pacifica non è mai raggiunta una volta per tutte, nemmeno se suggellata dal più avanzato degli apparati istituzionali. Essa va costruita (spesso ri-costruita) giorno per giorno. In essa va investito anche e soprattutto quando sembra che tutto vada bene.

Tutti vediamo le difficoltà che sorgono in ogni angolo del pianeta. Israeliani e palestinesi hanno perso la capacità di parlarsi se non a colpi d’arma da fuoco. L’Afghanistan “liberato” è dilaniato dai conflitti etnici. L’Africa è spaccata dai rigurgiti tribali indotti dal postcolonialismo. In Irlanda le provocazioni nazionalistiche sono all’ordine del giorno. In Bosnia ad in Kosovo le etnie radicalizzano, col passare del tempo, le loro posizioni. Bolzano ha perso l’occasione per dire che la pace conta più di ogni vittoria, che l’incontro è possibile, che la via è quella di rileggere insieme il passato senza rendersene schiavi.

I nazionalismi sono una delle eredità più esecrabili che l’800 ha consegnato al ‘900 e che il ‘900 ha trasformato negli orrori più terribili della storia recente. La bugia nazionalista è la malattia grave di una civiltà che ha perso il senso delle proprie radici e smarrito la bussola per il futuro. Non c’è posto per la pace dove manca il rispetto sincero delle minoranze e dove il pensiero è dominato dagli etnocentrismi di segno opposto che si rafforzano gli uni con gli altri.

Forse da Bolzano però parte anche uno stimolo positivo. In fondo si è votato solo per il nome di una piazza. Ciò consente di interrogarsi con maggiore serenità sui propri errori e sul proprio ruolo.

Se è vero che non si può abbassare la guardia allora c’è da lavorare per tutti: per la società civile, per la cultura, per la Chiesa.

Soprattutto per la politica, chiamata a riappropriarsi al più presto del suo ruolo più nobile che è quello, in Alto Adige come altrove, di impegnarsi per il raggiungimento del bene comune, cioè del bene di tutti e di ciascuno. E non, come avviene in troppi luoghi della terra, solo o innanzitutto del presunto bene del proprio gruppo linguistico o sociale.

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