Alto Adige – 10.10.2002
Per alcuni è un passo indietro, per altri una necessaria e salutare levata di scudi. L’esito del referendum di domenica ha un pregio: è chiaro ed univoco almeno nel risultato numerico. Non è un pareggio, non una situazione in cui ognuno possa dichiararsi vincitore. Almeno all’apparenza. I sì hanno prevalso. Ma più di dare una risposta ad un banale quesito, quel 62 per cento di sì impegna gli altoatesini ed i loro rappresentanti nella politica e nella cultura con una serie di interrogativi. Comunque la si voglia pensare sull’esito referendario, la situazione che si è creata non consente a nessuno di far finta di niente, men che meno di strumentalizzare un risultato che è un’arma a doppio taglio, e molto affilata.

La campagna elettorale ha consentito di delinearsi concretamente alle possibili posizioni di chi voglia porsi come cittadino consapevole nei confronti della nostra realtà multietnica. Da un lato chi, pur riconoscendo la necessità di fare i conti col proprio passato, prova a guardare oltre. Dall’altro chi non riesce ad immaginare un futuro che possa significhi anche il taglio del legame emotivo con determinati simboli del passato. Da un lato chi ritiene che l’impegno politico debba avere come obiettivo il raggiungimento del bene comune di tutti e di ciascuno, dall’altro (sia da parte italiana che da parte tedesca) chi pensa di doversi interessare, in definitiva, solo del presunto bene del proprio gruppo linguistico.
Ad urne chiuse non può essere il momento dei rimpianti, ma delle riflessioni sì. Mantenendo, possibilmente, il sangue freddo.
Qualche spunto. I primi a guadagnare, pur senza poterlo dire, da questo voto, sono da ricercarsi in casa (e fuori) del partito di raccolta. Non solo: l’evidente presenza di due anime nella Svp ha condizionato pesantemente l’esito del voto. Se da un lato un Brugger dichiara di credere nella convivenza, nel reciproco rispetto e nella collaborazione, dall’altro un Ellecosta ventila la possibilità di procedere in futuro al cambiamento di altri nomi. Se da una parte il vicesindaco Pichler Rolle chiede di voltare pagina con la storia, dall’altra l’assessore Hosp tesse le lodi del “combattente per la libertà” Klotz. Poiché non è bello pensare che persone che ricoprono incarichi importanti in Provincia e in Comune manchino di intelligenza politica, bisogna concludere che essi, quelle dichiarazioni, le abbiano fatte ben consci delle loro conseguenze. In altri termini: ad una parte della Svp il risultato di domenica va più che bene perché ne legittima le posizioni chiusura etnica (i reciproci nazionalismi si nutrono l’un l’altro).
Naturalmente può poi “cantar Vittoria” il centro-destra italiano. Ma fino a che punto? Il risultato del voto in sé è lusinghiero, forse superiore alle aspettative. Il nome della piazza forse tornerà quello di un tempo. L’unico risultato concreto a breve termine lo coglierà però forse solo An che si vede rafforzata nel suo ruolo, speculare alla destra Svp, di paladino della tutela etnica e di una ritrovata “italianità”. Proprio per questo però il centro-destra nel suo complesso vede invece allontanarsi la prospettiva di diventare forza di governo in questa provincia. Ma il gruppo italiano, che il centro-destra vuole “difendere”, all’alba del 7 ottobre è davvero più forte, ha davvero riacquisito un elemento di identità, oppure, legando ad un nome la propria consistenza culturale, sale su un vagone fermo in un binario morto?
Mentre il fronte del sì, come è giusto, festeggia, sarebbe bene che i cosiddetti sconfitti ne approfittassero per esaminare alcune questioni.
Innanzitutto non sfugge il fatto che domenica la città si è spaccata in base ai gruppi linguistici. Il gruppo tedesco ha votato no, la gran parte di quello italiano (non tutto) si è espresso per il sì. Chi riteneva che la convivenza pacifica e condivisa fosse un dato acquisito ha di che ragionare. È stato un trionfo della diffidenza. È evidente che l’incontro tra i gruppi deve essere costruito giorno per giorno e non è mai dato una volta per tutte. Un messaggio per chi, nella politica, nella cultura, nella scuola, nella chiesa, ha creduto di poter abbassare la guardia. La conta etnica è sempre in agguato e questa volta, per fortuna, si è trattato solo del nome di una piazza.
Si è anche detto che il famoso “disagio degli italiani” non esiste. Oppure che non se ne deve parlare perché altrimenti esso non fa che aumentare. In realtà il disagio esiste e l’unico sistema per arrivare a non parlarne più è di affrontarne le cause.
Il disagio deriva dalla sensazione di non contare nulla nelle decisioni che valgono. La vittoria del sì non è da leggersi anche come una piccola grande ripicca in tal senso?
Il disagio, inoltre, più che ragioni economiche o sociali, si nutre della persistente povertà culturale del gruppo italiano. La vittoria del sì è perciò da considerare anche un’amara sconfitta della politica culturale in Alto Adige. Il fatto che i bolzanini debbano affidarsi in modo totalitario a chi dice loro che monumento e piazza della Vittoria sono elementi insostituibili della loro identità è l’indice di un vuoto che la cultura italiana, quella tedesca e quella ladina non sono ancora riuscite a colmare. Una cosa è essere convinti che quella piazza sia un pezzo della nostra storia, altra cosa dire che lì sono le nostre radici. E se è vero che “la storia non si cancella”, forse varrebbe la pena conoscerla un po’ meglio.
Il disagio, ed il risultato del referendum ne è un aspetto, è come la febbre. È un sintomo che non ha senso curare di per sé. Va individuata la malattia ed attuata la terapia. Qual è il male e quale la cura?
E, soprattutto, non ha senso prendersela con il malato se ha la febbre. D’altra parte è saggio che il febbricitante vada dal medico e prenda le medicine giuste…
Un referendum che spacca la città a seconda dei gruppi etnici probabilmente non andava fatto, per motivi che non negano ma vanno oltre quella democrazia che si limita a contare le maggioranze. Lo Statuto comunale di Bolzano, nell’introdurre la possibilità di indire un referendum consultivo, esclude esplicitamente che esso possa riguardare “atti inerenti alla tutela delle minoranze” (art. 50). Il perché, oggi, è sotto gli occhi di tutti.
Ma chi ora si straccia le vesti per il responso delle urne prendendosela con l’immaturità dei cittadini di Bolzano, farebbe bene a valutare il proprio operato nel corso degli ultimi anni. E poiché un partito con la maggioranza assoluta è certamente più responsabile di altri, non si può fare a meno di guardare ancora alla Svp. Si rendono conto i rappresentanti della varie anime del partito che anni e anni di discussione sulla “necessità” di cancellare parte dei nomi italiani sono approdati dritti dritti nel risultato di domenica? E il presidente Durnwalder è ancora convinto della sua idea di affidare ai comuni la revisione della cosiddetta microtoponomastica?
È stato saggio ed europeo chiedere la grazia per gli attentatori degli anni ’60 senza pretendere un atto di pentimento, senza sconfessare apertamente la violenza, ma addirittura, in certi casi, dicendo che non ci sarebbe stata l’autonomia senza le bombe?
Chi ha lavorato e parlato in tal senso, e chi ha taciuto, non può ora piangere sulla sconfitta.
Tanto più che il gruppo tedesco a Bolzano si è mostrato meno interessato ai nomi delle piazze di quanto si potesse immaginare e molti sono andati a votare solo sull’onda dei ripetuti appelli degli ultimi giorni.
Inutile dire che il centro-sinistra ha subito una batosta. Con scenari paradossali. Se da un lato An si è autoesclusa dal governo con la Svp per i prossimi anni, ciò significa che invece proprio l’Ulivo si trova ancora una volta “costretto” a governare con la Svp. Una necessità che rischia di renderlo piccolo piccolo, frantumato nelle sue correnti, nei suoi raggruppamenti, nei suoi personalismi, nell’incapacità di mostrare di perseguire con convinzione una causa comune. A meno che non impari a far valere questa sua posizione.
È l’Ulivo che si è allontanato dai cittadini o i cittadini che hanno voltato le spalle all’Ulivo? Certamente si tratta di un rapporto da reimpostare.
Tutta questa opportunità di riflettere non ci sarebbe stata, è doveroso dirlo, senza la scelta del sindaco Salghetti. Il risultato del referendum, se ce n’era bisogno, ha reso ancora più evidente quanto coraggio essa è costata. Le scelte si dicono coraggiose proprio perché sono impopolari.
Prima di porre di nuovo mano ai cartelli, sarebbe utile cominciare a dare qualche risposta a questi e a molti altri dubbi, ognuno partendo dalle proprie povertà.
E il nome della piazza? Di per sé è secondario. Forse, sull’esempio del teatro che si chiama “Teatro”, si potrebbe semplicemente limitarsi a chiamarla “Piazza”. In attesa che la pace diventi qualcosa di più di un nome, bello ma sfortunato.