A Prizren. Il vescovo Mark Sopi

Vita Trentina – 5.5.2002

Passeggiando lungo la zona pedonale di Prizren, città nel sud del Paese, non si direbbe affatto che in quella regione, solo tre anni fa, infuriarono feroci battaglie. Richiamano alla realtà gli abbondanti rotoli di filo spinato che circondano la cattedrale ortodossa. L’autoblindo della Kfor staziona proprio davanti al portale. I soldati della Bundeswehr sporgono, con i loro elmetti mimetici, dalle casematte. Osservano divertiti, loro e i loro colleghi del check-point, il flusso imponente di giovani che la sera si riversano sulla strada e passeggiano, chiacchierando, avanti e indietro, facendo la spola tra la cattedrale cattolica e la moschea, ricavata da un’antica basilica cristiana di cui si osservano ancora i mozziconi delle colonne che, prima della conquista ottomana, certamente reggevano il pronao.

Tavolini di plastica azzurra sono schierati sul marciapiede, proprio a pochi centimetri dal filo spinato tedesco.

Mark Sopi

La sede del vescovo di Prizren, mons. Mark Sopi, è lì a due passi. La cattedrale ottocentesca ha la facciata lievemente incrinata da alcune crepe apertesi in parte in seguito alle detonazioni della guerra, in parte a causa del terremoto che, pochi giorni prima, ha colpito la zona di confine a nord-est.

Mons. Sopi ricorda le notti insonni trascorse in quei giorni del 1999: “Dovevo, a parole, fare coraggio ai miei fedeli. Ma avevo paura. Durante la messa dicevo alle suore di tenere sempre tutte le porte aperte, per far circolare l’aria. In realtà ho sempre temuto che un colpo di mortaio potesse colpirci durante le funzioni e provocare una strage. Almeno quelli che erano vicino alle porte avrebbero potuto salvarsi…” Trema ancora al ricordo dei due serbi che vennero ad ordinargli di fare in chiesa, la domenica, un appello perché la gente andasse in piazza a protestare contro i bombardamenti della Nato. “Ho risposto di no: queste cose spettano ai politici, non alla Chiesa. Temevo il peggio, ma è andata bene…”

La comunità cattolica è esigua. Eppure si guarda ad essa con rispetto. Potrebbe, forse, essere elemento propulsore di una riconciliazione ancora molto lontana. Ma per il vescovo cattolico del Kosovo l’imperativo è la prudenza. Ogni atto, ogni parola possono essere fraintesi. “I rapporti tra i gruppi religiosi in passato sono stati buoni. Oggi la situazione è più difficile. Durante la guerra, se facevamo qualcosa per i musulmani potevamo essere accusati di stare con i terroristi. Ora se ci pronunciamo a sostegno dei serbi possiamo essere accusati di collaborazionismo con coloro che sono considerati il nemico del popolo albanese… Per poter essere un ponte dobbiamo cercare soprattutto di essere attenti”.

Eppure non mancano, in diocesi, esperienze positive ed esemplari di collaborazione tra le etnie che altrove si combattono. Dice mons. Mark Sopi: “Possiamo vivere insieme. Nel passato abbiamo vissuto insieme per secoli. Ma questa ultima guerra è stata molto feroce. Purtroppo anche persone del Kosovo hanno compiuto atti molto brutti. Perciò ci vorrà molto tempo per riconciliarsi…”

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