Vita Trentina – 26.4.2026
A un anno dalla morte di papa Francesco, il bilancio del suo pontificato appare segnato da una duplice cifra: straordinaria originalità e profonda vicinanza umana. Walter Kasper, teologo e cardinale tedesco, lo ricorda in un articolo apparso su Communio.
Lo shock per la sua scomparsa, scrive Kasper, è stato immediato e accompagnato da una partecipazione popolare intensa, segno di un legame reale con i fedeli, che lo hanno percepito come difensore dei poveri e delle periferie.
Fin dall’elezione nel 2013, Francesco ha impresso uno stile nuovo al papato: semplice, diretto, lontano dai simboli di potere. Il suo primo saluto – un informale “buonasera” – e la richiesta al popolo di pregare per lui hanno mostrato una concezione del ministero petrino come relazione reciproca tra pastore e popolo. Primo papa gesuita e primo proveniente dall’America Latina, ha portato al centro della Chiesa il tema di una “Chiesa povera per i poveri”, traducendo in pratica pastorale le intuizioni maturate in America Latina.
Il cuore del suo pontificato, spiega il vescovo emerito di Rottenburg-Stoccarda, è stato l’annuncio del Vangelo come forza di rinnovamento. L’evangelizzazione, per Francesco, non è solo trasmissione dottrinale, ma un processo di conversione spirituale e riforma ecclesiale, orientato a una Chiesa “in uscita”, capace di raggiungere le periferie e di ascoltare il grido degli ultimi. In questo si colloca pienamente nella linea del Concilio Vaticano II, recuperandone lo spirito di apertura e speranza.
Una chiave interpretativa fondamentale del suo operato è l’idea di “iniziare processi” più che occupare spazi di potere. Francesco non mirava a soluzioni immediate o definitive, ma a mettere in moto dinamiche di cambiamento durature. Questo approccio emerge chiaramente anche in documenti come Amoris laetitia, dove il Papa privilegia l’accompagnamento delle persone e il ruolo della coscienza, evitando risposte rigide a situazioni complesse.

L’asse portante della sua teologia pastorale è stato il primato della misericordia e dell’amore, che ha portato a un ripensamento del rapporto tra morale e vita concreta. Allo stesso tempo, Francesco ha affrontato temi globali come la cura del creato (Laudato si’), il dialogo interreligioso – con il documento di Abu Dhabi definito un “punto di svolta” – e la fraternità universale (Fratelli tutti).
Tra le eredità più rilevanti spicca il processo verso una Chiesa sinodale, cioè più partecipativa e corresponsabile. Non si tratta di democratizzare la Chiesa, ma di realizzare concretamente la comunione tra tutti i battezzati, valorizzando la diversità dei carismi. Questo percorso, ancora aperto, rappresenta forse il contributo più duraturo del suo pontificato.
Naturalmente non sono mancate critiche: alcuni lo hanno ritenuto poco sistematico o troppo spontaneo, altri hanno giudicato insufficienti le riforme. Tuttavia, osserva Kasper, tali tensioni sono inevitabili in un’epoca di trasformazioni profonde. Francesco ha vissuto la fede non come sistema chiuso, ma come cammino, spesso faticoso, della Chiesa nella storia.
In definitiva, il suo lascito appare ricco e ancora in evoluzione. Non tutte le aspettative sono state soddisfatte, ma resta l’immagine di un papa capace di parlare al cuore delle persone e di aprire nuovi orizzonti. Per questo, conclude il teologo tedesco, la sua memoria rimane viva non solo nella Chiesa, ma anche oltre i suoi confini. E soprattutto: “Con papa Leone XIV, l’eredità di papa Francesco è in buone mani. Egli la porta avanti, e lo fa a modo suo e, com’è naturale, con i propri accenti”.