I volti della povertà. L’aiuto economico non basta più

di Raffaele RicciardiLa Repubblica, Affari&Finanza – 1.12.2025

I volti della povertà. L’aiuto economico non basta più

In Italia crescono le persone bisognose mentre si allargano le diseguaglianze. La rete di supporto della Chiesa: ormai un terzo dell’otto per mille va alla “carità”

«La povertà oggi, in Italia, è multidimensionale. Parte da un problema materiale: “Ho pochi soldi”. E poi dilaga in altri aspetti: “Risparmio sul riscaldamento”, quindi diventa povertà energetica e poi ci si ammala, e diventa povertà sanitaria». Paolo Valente, vicedirettore della Caritas Italiana, vede in questa pericolosa ramificazione il salto compiuto negli anni dalla povertà in Italia. Una incertezza che aggredisce quel 25,4% di italiani che Eurostat vede “a rischio”: «Un quarto della popolazione vive dignitosamente, finché non succede qualcosa: una separazione, una malattia, un evento come un’alluvione che scatena un vortice dal quale è difficile uscire».

Le dimensioni della povertà

Una dimensione a più facce e sfuggente, che rappresenta una sfida per chi la vuole affrontare. «Serve l’assegno a chi non ha niente, ma con questo non si risolve la situazione», dice Valente. Urgono piuttosto «interventi coordinati, dei servizi sociali, ma anche della comunità in quanto tale: determinati problemi esistono proprio perché manca una rete di relazioni, non c’è chi si accorga del bisogno del prossimo». E non a caso ciò succede in misura maggiore alle famiglie straniere, quelle che una rete ancora non l’hanno costruita.

La rete della Chiesa

È in questo contesto che si inserisce il network di solidarietà della Chiesa cattolica italiana, alimentata tra le altre cose dall’8 per mille. Una voce che, su 1,4 miliardi erogati quest’anno, ne gira 1 miliardo proprio alla Chiesa, oggetto delle “preferenze” di quasi il 70% dei dichiaranti. Se si allarga lo sguardo tra il 1996, anno del primo Rapporto Caritas sulla povertà, e il 2025 la Chiesa cattolica ha destinato 6,6 miliardi della raccolta 8 per mille alla “carità”, ovvero ai progetti sociali. È il “welfare” della Chiesa, che via via ha acquisito sempre più peso nella distribuzione delle risorse, al fianco di voci quali il sostentamento dei sacerdoti e la conservazione del patrimonio: ora come ora, ne assorbe circa un terzo. Decisiva, nel farle cadere sui territori delle oltre 200 diocesi, è la Caritas che in media negli ultimi anni segue circa 500 progetti all’anno, per 27-28 milioni di euro. Abitare, sostenere (cibo e aiuti materiali), liberare per educare (giustizia e carceri), promuovere (formazione professionale e inserimento lavorativo), curare (aspetti sanitari), accompagnare (servizi socio-educativi), ascoltare (gli sportelli), condividere (proposte di formazione e vita comunitaria) sono gli assi sui quali si dipana l’intervento.

DOSSIER WELFARE

Molti i casi concreti. Dal Progetto Ruth, che coinvolge 19 Caritas diocesane nell’ambito del programma ministeriale “Microcredito di libertà” per rispondere alla violenza economica di cui sono vittime le donne, incentivandone l’accesso al microcredito sociale e imprenditoriale; a “Vince chi smette”, che fornisce una cassetta degli attrezzi per educatori e animatori per lavorare sul tema azzardo con varie fasce d’età. Facce diverse della nuova povertà multidimensionale che si presenta agli sportelli d’ascolto: delle centinaia di migliaia di famiglie sostenute dalle Caritas diocesane nell’ultimo anno – con un aumento importante nell’ultimo decennio – più della metà ha manifestato almeno due forme di disagio.

Misurando la vulnerabilità dei nuclei, il Rapporto stima che il 67% di coloro che presentano tre o più ambiti di bisogno rientri in una fascia di rischio medio-alta. Fragilità che si concentrano su due fronti: quello materiale – povertà economica, mancanza di reddito stabile, insicurezza abitativa e sovraindebitamento – e quello relativo agli svantaggi sociali, che comprende disoccupazione, bassa scolarizzazione, irregolarità giuridica, isolamento e carichi familiari. Bisogni che s’inscrivono in numeri senza appello. «Nel 2007 le persone in povertà assoluta erano il 4,1% della popolazione, oggi il 9,8% per cento» ricorda Valente: «Crisi finanziaria, Covid, guerra in Ucraina hanno fatto aumentare la povertà ma anche la distanza tra la fascia di cittadini più ricchi e la massa».

Basta ricordare, come fa il Rapporto, che se da una parte ci sono i 50mila più ricchi del Paese che hanno visto più che raddoppiare il patrimonio rispetto agli anni Novanta, dall’altra i 25 milioni di italiani più poveri hanno assistito alla riduzione della propria ricchezza di più di tre volte e oggi detengono un patrimonio medio di circa 7mila euro pro-capite. «Ciò interpella anche lo Stato», dice Valente. «Alla sussidiarietà, per cui in prima battuta altri livelli della società intervengono, si deve aggiungere la solidarietà che impegna lo Stato a porre dei limiti al mercato in modo da garantire un divario meno drastico tra ricchi e poveri che non riescono a vivere dignitosamente».

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