Durante il ventennio fascista e l’occupazione nazista, la Chiesa cattolica altoatesina, sia nel suo clero che tra i laici, ebbe un ruolo di rilievo non solo come guida spirituale, ma anche come punto di riferimento per forme di resistenza culturale e civile. Il Concordato del 1929 garantiva alla Chiesa un certo margine di autonomia, che permise ad esempio di mantenere attiva l’Azione cattolica. Quest’ultima, pur privata della possibilità di svolgere attività politiche, fu, come nel resto del Paese, l’ambito in cui si svilupparono idee e figure contrarie ai totalitarismi, sia fascista che nazista.
La resistenza al fascismo in Alto Adige si manifestò in particolare attraverso l’opposizione alla politica di italianizzazione forzata e alla repressione culturale. In questo contesto sono noti alcuni interventi della diocesi tridentina (centrali le personalità del vescovo Celestino Endrici e del provicario Josef Kögl), che consentirono, tra l’altro, il mantenimento della lingua d’insegnamento tedesca nel seminario minore di Tirolo. Significativa anche la presenza, sebbene per pochi anni, del vescovo coadiutore Enrico Montalbetti, attento alle esigenze delle comunità locali e contrario ai metodi del regime.
Una delle figure centrali della resistenza cattolica a fascismo e nazionalsocialismo fu il canonico Michael Gamper. Attraverso l’attività editoriale – in particolare attorno alla casa editrice Athesia – e la promozione di scuole clandestine, contribuì alla difesa della lingua e della cultura tedesca, divenendo un punto di riferimento per chi si opponeva alla politica di italianizzazione. Gamper assunse un atteggiamento critico anche verso il nazismo, contrastando in modo particolare le Opzioni del 1939, quando alla popolazione fu imposto di scegliere tra l’italianizzazione e l’emigrazione verso la Germania.
In occasione delle Opzioni l’arcidiocesi di Trento, che comprendeva parte del territorio altoatesino, rappresentò un elemento di chiara opposizione agli accordi Hitler-Mussolini. Diverso fu la postura del vescovo di Bressanone Johannes Geisler, che mantenne un atteggiamento più vicino al regime nazista. La maggioranza del clero di lingua tedesca, in entrambe le diocesi, si espresse contro l’opzione per la Germania.
Tra le personalità più note dell’opposizione ai totalitarismi si distingue Josef Mayr-Nusser, nato a Bolzano nel 1910 e attivo nell’Azione cattolica diocesana. Nel 1944, chiamato a prestare servizio nelle SS, rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. Ciò gli costò l’arresto e la morte, avvenuta durante il trasferimento verso il campo di concentramento di Dachau nel febbraio 1945. Rilevante, per la sua scelta, la consapevolezza maturata nei gruppi di Azione cattolica e l’appoggio della moglie Hildegard Straub,
Mayr-Nusser fu membro dell’Andreas-Hofer-Bund, l’organizzazione clandestina che raggruppò uomini come Friedl Volgger, Hans Egarter, don Michael Gamper, don Josef Ferrari, don Rudolf Posch, Erich Amonn. L’azione della Lega Andreas Hofer, in opposizione a quella filonazista del Völkischer Kampfring Südtirols, si concentrò sulla difesa della cultura, della lingua e dei valori cristiani, rifiutando l’equazione tra cultura tedesca e nazionalsocialismo.
Tra i protagonisti della resistenza civile sudtirolese, in provincia o in Austria, si ricordano, tra gli altri, Richard Reitsamer, impegnato nell’organizzazione di aiuti e nella diffusione di informazioni (fucilato a Bolzano), don Heinrich Dalla Rosa, attivo nella tutela dei diritti culturali (decapitato a Vienna), Franz Thaler, deportato nei lager di Dachau e Hersbruck per essersi rifiutato di arruolarsi nelle truppe naziste, Merch Dapunt e Vijo Alfreider, uccisi perché non vollero servire nell’esercito del Reich, il padre gesuita Johann Steinmair, che contestò apertamente le idee di Hitler (decapitato a Brandenburg-Görden), Walter Caldonazzi, che si unì alla Resistenza viennese (decapitato a Vienna).
In parte motivazioni religiose, nel febbraio 1945, furono alla base del rifiuto delle reclute del reggimento di polizia Brixen di pronunciare il giuramento. I militari furono mandati a combattere in zone di guerra dalle quali molti non fecero ritorno.
Tra il clero di lingua italiana don Primo Michelotti, prete trentino in servizio pastorale a Merano, si impegnò nell’organizzazione dell’assistenza agli internati del lager di Bolzano e dei sottocampi di Merano e della Val Venosta. Don Michelotti fu anche membro del Comitato di Liberazione Nazionale clandestino della città del Passirio. In quegli anni si distinsero a Bolzano don Giovanni Nicolli, coraggioso cappellano delle carceri del capoluogo altoatesino, don Narciso Sordo, di Pieve Tesino, attivo a Bolzano durante la guerra (morto di stenti a Mauthausen/Gusen), don Daniele Longhi (internato a Bolzano) e don Guido Pedrotti (internato a Bolzano, Mauthausen e Dachau), spesso coadiuvati da ragazzi e ragazze dell’Azione cattolica. A Merano nel Natale del 1944 due giovani donne – Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, entrambe detenute per motivi politici – riuscirono a fuggire dal campo satellite di Merano con l’aiuto della popolazione e di don Michelotti. Sempre a Merano il rettore di S. Spirito don Guido Cadonna rischiò la vita per aver benedetto le salme di alcune delle vittime della strage del 30 aprile 1945.

Il fatto che siano noti prevalentemente nomi maschili non significa che le donne non abbiano avuto un ruolo significativo nella resistenza. Al contrario, furono spesso protagoniste di azioni fondamentali, anche se meno visibili. Franca Turra, ad esempio, fu una figura di riferimento nel comitato clandestino che prestava aiuto ai prigionieri del lager di Bolzano. Come lei, di vario orientamento politico, Mariuccia Caretti Gilardi, Elena Bonvicini all’esterno, e Ada Buffulini all’interno del campo di transito bolzanino. Dunque proprio nel sostegno agli internati, nell’accoglienza dei fuggitivi e in una miriade di attività silenziose ma determinanti, furono molte donne a intrecciare una fitta rete di resistenza “dietro le quinte”.
Nel complesso si può dire che la resistenza altoatesina a fascismo e nazionalsocialismo fu multiforme, spesso legata a eventi specifici, come le opzioni, o a personalità che avevano maturato una conoscenza critica della situazione storica. In questo l’appartenenza ecclesiale ha avuto un ruolo fondamentale non solo come spinta etica alla resistenza, ma anche per il fatto che la Chiesa cattolica disponeva di un patrimonio importante di informazioni non inquinate dalla propaganda di regime e seppe offrire motivazioni forti a chi scelse la via scomoda della testimonianza e del martirio.