Quasi una persona su dieci, in Italia, è in situazione di povertà assoluta. Lo dicono le cifre, ancora provvisorie ma già significative, diffuse dall’Istat a fine marzo. I poveri assoluti alla fine del 2023 erano 5 milioni 752mila. La percentuale del disagio è più alta al Sud, ma è proprio al Nord che si registra un aumento.

Nel 2022 i poveri assoluti erano “solo” 5 milioni 674 mila. L’Istat definisce questa situazione come “stabile”, però è la stabilità del malato grave che forse non peggiora molto, ma non dà nemmeno segni di miglioramento.
Chi sono i poveri assoluti? Spiega l’Istat: le persone che hanno “una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta”. In altre parole: non arrivano a fine mese, non hanno quanto basta per vivere con dignità. Sono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà” che viene calcolata, zona per zona, in base ad alcuni parametri: luogo di residenza e costo della vita, età, ampiezza e composizione della famiglia. Per fare alcuni esempi (in questo caso le tabelle si riferiscono al 2022): nel centro di Milano una persona sola (di età tra 30 e 59 anni) non può vivere con meno di 1.175 euro mensili (in periferia ne bastano 991), a Roma la soglia è di 1.050 euro, a Napoli sono sufficienti 713 euro. A Bolzano? 994 euro. Il dato ovviamente diminuisce quando si sommano i redditi di più persone conviventi.
I dati più preoccupanti sono quelli che riguardano i minori e agli stranieri. Le famiglie con figli sono quelle che maggiormente rischiano situazioni di disagio economico. E un settimo di tutti i minori è povero, in tutto ben un milione e trecentomila bambini e ragazzi.
La più alta percentuale di povertà si riscontra tra le famiglie composte di soli stranieri: il 35,6 per cento. Quelle di soli italiani sono povere al 6,4 per cento. Il divario è abissale e la disuguaglianza deve far riflettere.
Peggiora infine la condizione delle persone che, pur avendo un lavoro, non superano la soglia di povertà. La povertà assoluta tra le famiglie con “persona di riferimento” occupata (soprattutto se si tratta di un lavoro dipendente) è ora all’8,2 per cento (nel 2022 era il 7,7). Per il 2021 l’Astat, per la provincia di Bolzano, aveva definito “working poor” le persone il cui reddito lordo era inferiore di 11.850 euro annui, calcolando che in Alto Adige questa situazione avrebbe potuto interessare (al netto di diverse variabili) quasi un terzo del personale dipendente (se questo “dovesse vivere unicamente del proprio salario”). Ovvio, chi non ha nemmeno il lavoro è messo ancora peggio: qui la percentuale di poveri, a livello nazionale, sale al 20,6 per cento.
La povertà non si misura solo con i numeri. E al di là degli aspetti economici ci sono forme di povertà non materiale, come le solitudini. Date le dimensioni va detto che la povertà in Italia è un fenomeno strutturale e multidimensionale e va affrontata in modo organico, guardando alla totalità della persona e delle persone.