Sabiona: non un luogo, ma un tempo da cogliere

Vita Trentina – 31.3.2024

Sabiona rinasce dalle sue ceneri? Diocesi e Provincia hanno comunicato l’intenzione di attuarvi progetti di riqualificazione. Se ne parla da anni, da quando le ultime suore benedettine hanno ridisceso la rupe. Il presidente altoatesino Arno Kompatscher dichiara ora che “il monastero di Sabiona, centro spirituale della nostra provincia e del Tirolo storico, è alla vigilia di un significativo rinnovamento”. Obiettivo degli interventi: “Rendere più accessibile questa montagna sacra del Tirolo”. La “dichiarazione d’intenti congiunta”, fa sapere la diocesi, “è soprattutto un primo passo concreto della comune volontà di esaminare assieme ciò che è fattibile e finanziariamente sostenibile”. Un accordo teso dunque a finanziare, da parte della Provincia, futuri progetti da definire (restauro o rinnovamento?), premesso che “il monastero deve essere preservato come luogo spirituale di pace e contemplazione”.

Sabiona non è un sito qualsiasi ed è ben più di un convento. È l’antico punto di irradiazione della Buona Notizia – giunta anche sull’onda dell’azione evangelizzatrice vigiliana – nelle valli della Terra tra i Monti e all’Adige. Prima sede vescovile della diocesi che sarebbe poi diventata “di Bressanone” e infine “di Bolzano-Bressanone”. Il fatto che si tratti di una rocca allude a un periodo nel quale – Età tardoantica e primi secoli del Medioevo – fu necessario difendersi ritirandosi in luoghi impervi. Ma molto di più richiama l’idea della montagna sacra, così cara a tutte le tradizioni religiose. Anche nel territorio dell’attuale Tirolo già in epoca preistorica le sommità dei monti e delle colline erano luoghi di culto, nella forma dei fuochi votivi, successivamente dei templi pagani.

Alexander Kanoldt, Sabiona

Dopo il trasferimento dei vescovi con la loro corte a Bressanone, Sabiona divenne un castello. Fu lasciato cadere in rovina, fino a che nel Seicento il parroco di Chiusa, Matthias Jenner, ebbe l’idea di rimettere in piedi gli antichi muri per dare spazio a un convento. Ad animarlo giunsero le suore benedettine di Nonnberg (nei pressi di Salisburgo).

Va ricordato che siamo negli anni in cui il Tirolo è considerato “terra di missione”. Vi si insediano nuovi ordini, come i padri cappuccini, che (ri)evangelizzano la regione nella prospettiva della Controriforma. Altri, come i gesuiti, svolgono nel Heiliges Land la vera e propria “missione”, durata decenni.

Nel Seicento, scrisse Josef Kögl, vicario generale di Trento, “da sudditi di costumi religiosi e morali assai corrotti e contadini ribelli del 1525, simpatizzanti con i protestanti, [gli abitanti] nel Tirolo e nel Trentino erano diventati ferventi cattolici. Era l’inizio di una rifioritura religiosa sviluppatasi poi specialmente nel Settecento per mezzo delle missioni popolari organizzate dai padri della Compagnia di Gesù. Nel Tirolo ciò contribuiva a creare quel tipo religioso-tirolese diventato famoso nelle guerre napoleoniche e che si manteneva anche nel secolo XIX”.

Torniamo al terzo millennio. Con un occhio agli sviluppi della realtà di Sabiona, pur senza citarla in modo esplicito, il Sinodo diocesano aveva dato questa indicazione: “In un luogo adatto della nostra diocesi nasce un centro di spiritualità che accoglie soprattutto persone in ricerca di tutte le età e provenienze linguistiche”. Quindi: “La diocesi, in collaborazione con gli ordini religiosi, le aggregazioni e i movimenti laicali, istituisce un centro di spiritualità per persone in ricerca”.

Le aggregazioni e i movimenti laicali avevano formulato proposte per la creazione a Sabiona di un luogo di silenzio, con una presenza di laici impegnati, ma questa formula non ha avuto fortuna. I vertici diocesani si erano subito mossi con l’idea di individuare una comunità religiosa che si potesse accasare stabilmente sulla rupe.

Ora la curia ha annunciato che i cistercensi di Heiligenkreuz hanno accolto l’invito a “insediarsi nel monastero di Sabiona e ad assumere la cura pastorale dei pellegrini che giungono sulla rocca sopra Chiusa”, con l’obiettivo “di sviluppare il sito religioso come centro spirituale per la popolazione e il territorio”. La forma di questa presenza non è ancora del tutto chiara e “gli ulteriori passi per concretizzare la cura pastorale sul sacro monte di Sabiona saranno discussi e decisi con i responsabili nelle prossime settimane”.

Una “soluzione locale” non si è trovata, dovendo attingere nuova linfa altrove, come ai tempi in cui il Tirolo fu terra di missione o di conquista. Similmente il Seminario maggiore è oggi tenuto in vita dalla presenza di giovani provenienti da altri Paesi dell’Asia e dell’Africa.

Sabiona non è un luogo qualsiasi. È radice, è memoria, è genius loci. Ha molto a che vedere con l’anima ineffabile di una comunità, con la sua vocazione, col suo futuro. La questione di fondo non è dunque tanto che cosa ne sarà di Sabiona, ma piuttosto che cosa ne è della frazione di popolo di Dio che è nata e si è sviluppata abbeverandosi a quella fonte. La difficoltà a darsi una prospettiva storica impedisce di interpretare correttamente il passato e di guardare al futuro con profezia.

Può non essere difficile attrarre un ordine religioso a prendersi cura di un luogo meraviglioso come Sabiona né trovare istituzioni provinciali disposte a finanziare lo sviluppo del sito. La vera sfida è cogliere, interpretare e abbracciare l’anima di un territorio, che è fatto di storie e sogni, tristezze e angosce, gioie e speranze di più e più generazioni. “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 9,36).

Sabiona non è un monte qualsiasi. Più che luogo, è tempo. È occasione propizia di discernimento, per dare priorità al tempo, nell’ottica di “iniziare processi più che di possedere spazi” (EG 223).

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