L’Adige – 9.9.2012
Che l’autonomia sia davvero “dinamica” lo dimostra l’evoluzione nel pensiero dei suoi protagonisti. Oggi, 2012, ad esempio, l’autonomia sembra essere finalmente riconosciuta come un valore indiscusso. Chi ha partecipato alle celebrazioni di Merano, con i presidenti Napolitano, Fischer (e Durnwalder) ne ha ricavato chiaramente quest’idea. L’autonomia è un valore in sé. Ma visto che siamo qui a celebrare la storia, e non a raccogliere dichiarazioni di circostanza, dobbiamo invece ricordare che l’autonomia nacque come un ripiego. Gruber e Degasperi, i firmatari dell’Accordo di Parigi, furono visti come traditori delle speranze dei sudtirolesi. Infatti (e con ottime ragioni), buona parte del Sudtirolo, in quel 1946, chiedeva una correzione dei confini in favore dell’Austria, non certo l’autonomia. Ecco come agisce la storia. Un’istanza che 66 anni fa appariva senz’altro giustificata, ora, se ribadita nel presente, suona a (quasi) tutti anacronistica (o strumentale).
Oggi, dice il presidente austriaco Heinz Fischer, “l’autonomia altoatesina è considerata a ragione un modello esemplare per la soluzione dei conflitti delle minoranze all’interno del territorio di uno Stato” e “la convivenza pacifica tra i gruppi etnici è un bene supremo”. Napolitano, da parte sua, sottolinea il valore costituzionale del “riconoscimento e la valorizzazione delle autonomie regionali e locali, così come la tutela delle minoranze etniche”.

Ma è soprattutto chi guida questa terra che necessita di un cambio di mentalità. Quindi, per noi, in una prospettiva a lungo termine, contano le parole di Durnwalder. L’autonomia la si accetta perché non è stato possibile niente di meglio? No, afferma chiaramente il presidente altoatesino: “L’autonomia non è un fatto scontato, non è il male minore o un debole compromesso, bensì una conquista che ha richiesto pazienza e sacrifici da parte di molti. Una conquista alta, della quale tutti possiamo essere orgogliosi”. L’autonomia, rimarca, “è una storia di successo”. “Questa storia comune di tre gruppi linguistici, questa esperienza di convivenza pacifica e di superamento della controversia internazionale sono un patrimonio prezioso. Per l’Italia, per l’Austria, per l’intera comunità locale che oggi si riconosce nel progetto autonomistico” che ha una capacità intrinseca di generare frutti positivi. Anche “a livello regionale” (udite udite): “Con la vicina Provincia di Trento siamo passati dal ‘Los von Trient’ di mezzo secolo fa ad una proficua e strategica collaborazione”.
Gli farà eco, subito dopo, Napolitano, sottolineando “i caratteri peculiari dell’autonomia e dello statuto speciale di cui gode la vostra regione, associando in un intreccio unitario le due province di Bolzano e di Trento, giunte insieme di recente a postulare, con il Land Tirol, la nascita di una Euroregione”. Napolitano fa piazza pulita della contrapposizione, spesso artificiosa, tra Stato e Province autonome: “Il patrimonio e la concezione dell’autonomia, nel suo sviluppo appartiene dunque a noi tutti”.
Una risposta chiara anche a chi, a volte per invidia, spesso per ignoranza, spara a zero contro l’autonomia, forse per difendere altri interessi di bottega. Senza capire, in sostanza, che se non ci fosse questa “storia di successo” saremmo tutti, in Italia e in Europa, più poveri.
C’è stato dunque un cammino verso l’Europa che ha avvicinato tutti e ha reso possibile quest’incontro tra i due Capi di Stato in terra altoatesina. Molti l’hanno definito un evento storico. “Questa è Europa vissuta”, titola Toni Ebner il suo commento sul quotidiano Dolomiten. Grazie al processo di unificazione europea, che “ha cancellato i confini nazionali”, scrive Ebner, “l’autonomia ha ricevuto una dimensione completamente diversa, perché non ci troviamo più in un contesto italiano, ma in un contesto europeo, che ci dà diritti che non abbiamo mai avuto in tutta la storia del Tirolo”. Il sindaco di Vipiteno, Fritz Karl Messner, ha opportunamente notato come dopo i discorsi dei due Presidenti ci sarebbe stata a pennello l’esecuzione dell’inno europeo.
L’autonomia, dice Durnwalder, “è uno strumento fortemente innovativo, non qualcosa di statico. Dobbiamo saperne cogliere le opportunità positive, facendo leva sul valore della comunità plurilingue, in cui tutti i tre gruppi devono continuare a sentirsi a casa propria in Alto Adige/Südtirol, vivere la propria lingua e la propria cultura, avere rispetto per le altre”. Ecco qui un altro valore: la comunità plurilingue. Non più un problema, ma una risorsa. Un fatto ormai scontato? Ma per nulla. Proprio mentre si proclama l’importanza del bilinguismo, la Svp si appresta a presentare l’ennesimo disegno di legge che vorrebbe avere, come effetto pratico, la cancellazione di una parte della toponomastica bilingue. Un’iniziativa che riaprirà nuovi conflitti. Una contraddizione che fa a pugni con quanto afferma il Presidente, ovvero che l’autonomia in sé genera convivenza: . “I gruppi linguistici – dice con toni langheriani – sono passati dall’originario ‘gegeneinander’, l’uno contro l’altro, al ‘nebeneinander’, l’uno accanto all’altro; poi, sempre grazie all’autonomia, è arrivato il ‘miteinander’, lo stare assieme uno con l’altro. E la speranza è di raggiungere presto il ‘füreinander’, l’uno per l’altro”. Resterà una vana speranza se non si rinuncerà, nello sforzo un po’ miope di riguadagnare al Partito di raccolta le frange nazionalistiche del gruppo tedesco, a fomentare nuovamente questi motivi di “gegeneinander”. C’è un’asimmetria che stride. Facciamo notare, per inciso, che nel parlare in italiano Durnwalder adopera la formula “Alto Adige-Südtirol”, mentre in tedesco non usa mai uno speculare “Südtirol-Alto Adige”. Come mai? Il bilinguismo è un valore a senso unico?
L’altra storica contraddizione (o contraddizione storica) riguarda la questione della grazia agli “attivisti”. Durnwalder ne fa cenno, come di rito, rivolgendosi a Napolitano. Gli risponde però Fischer: il problema è che gli stessi “attivisti” non fanno domanda di grazia. La questione vera è che essi, e con loro una parte della classe dirigente altoatesina, non hanno il coraggio di dichiarare che l’uso della violenza non è ammissibile in uno Stato democratico. Che chi ha messo le bombe, benché in buona fede, ha sbagliato metodo. Non si può parlare di democrazia e al tempo stesso lasciare intendere che, in fondo in fondo, non avremmo l’autonomia se non ci fossero stati gli attentati. È un messaggio eticamente fuorviante, che non può essere trasmesso, senza colpa, alle giovani generazioni. Proviamo solo ad immaginarci le conseguenze. Del resto Durnwalder, quando parla seriamente, non ringrazia certo chi ha fatto saltare i tralicci (e non solo), ma rende piuttosto omaggio agli “uomini saggi e lungimiranti, autentici democratici rappresentanti delle comunità locali e dei Governi italiano e austriaco, (che) sono riusciti a disegnare e a costruire un sistema di autonomia che oggi viene riconosciuto come ‘modello europeo di convivenza’ tra gruppi linguistici diversi”. Però guarda, anche qui c’è un’evoluzione. Il giorno dopo Merano, al Dolomiten, il presidente dichiara: “Purtroppo gli attivisti si rifiutano di fare la domanda di grazia e questo rende tutto più difficile. Ho l’impressione che qualcuno si senta meglio restando nel ruolo della vittima”.
I discorsi di mercoledì hanno messo in luce la statura politica e istituzionale dei vari personaggi coinvolti. Parole ben calibrate, parole pronunciate con chiarezza. Parole che ancora hanno bisogno di essere intese e usate in un significato condiviso. Si potrebbe disquisirne ancora a lungo.
Si è detto infine che l’incontro di Merano è stato organizzato abilmente, da Durnwalder (e Dellai) per dare forza ad una posizione che rischia di portare ad un conflitto aperto col Governo romano. Giusto. A qualcuno è potuto sembrare fuori luogo il corposo riferimento fatto da Durnwalder agli attuali problemi di relazione tra le Province autonome ed il Governo, impegnato nei tagli alla spesa. Ma lo stesso Napolitano ha dimostrato di saper dare il giusto peso alle cose e aveva già provveduto affinché le trattative potessero andare avanti “nel rispetto delle prerogative autonomistiche” (come avverrà infatti lunedì).
Del resto proprio questo aspetto, per certi versi inusuale e poco diplomatico, ha permesso di evitare che quella di Merano si trasformasse in una celebrazione fatta di parole altisonanti ma vuote. L’Europa, in fondo, non è solo un grande ideale, ma è anche un bel mucchio di problemi da risolvere.