Grazie, Fiorello

Vita Trentina – 6.2.2022

Era nato nel 2020 a Vipiteno. Ha attraversato il Secolo breve e ha osservato con intima partecipazione, già vecchio, le contraddizioni dei primi decenni del terzo millennio. Sempre fedele a se stesso, mai mettendosi in mostra, col sorriso sulle labbra e una parola forte. Fiorello Zorzi si è spento a Bolzano negli ultimi giorni di questo gennaio. Ognuno, di Zorzi, ha il suo ricordo: il preside del’ITI, il presidente dell’Azione cattolica, il volontario, il consigliere comunale, l’amico. Io lo ricordo come la presenza discreta che aveva accompagnato don Giorgio Cristofolini nei suoi ultimi tempi alla direzione del settimanale diocesano Il Segno e poi me, suo indegno successore, per quasi nove anni. Sempre disponibile per un consiglio, per la correzione di una bozza o la redazione di un testo. Sempre attento e in ascolto.

Raccontava volentieri la storia di suo padre, che all’inizio del secolo (il Novecento) aveva lavorato alla costruzione dell’hotel Emma di Merano. O dello zio prete, che tra la possibilità di diventare cappellano del duca di Pistoia a Gries o di fare il parroco della chiesa dell’ospedale di Merano, aveva scelto Merano.

E ci raccontava della guerra e della prigionia. E di come aveva conosciuto Giuseppe Lazzati nello Stalag VI C/Z Oberlangen, in Bassa Sassonia.

Ecco le sue parole.

“Ho conosciuto Lazzati poco prima dello sbarco in Normandia. Mi hanno trasferito nel campo di Oberlangen dove sono finito proprio nella baracca dove c’era Lazzati. In quell’occasione ho appreso che c’erano stati degli interessamenti per la sua liberazione, ma lui si era rifiutato di andare, per rimanere ‘prigioniero fra i prigionieri’.

I soldati erano considerati liberi lavoratori, ma gli ufficiali non erano obbligati ad andare al lavorare. Potevano farlo, firmando la richiesta. Molti hanno firmato perché nelle baracche si pativano il freddo e la fame. Lazzati era molto severo su questo punto: considerava la firma un atto di collaborazione con i nazisti. Era assolutamente contrario ad ogni forma di adesione al regime anche indiretta.

Aveva la fiducia soprattutto dei giovani. Ricordo un episodio. Tre giovani avevano organizzato la fuga dal Lager. Solo lui lo sapeva. Sono riusciti a fuggire. Il giorno dopo Lazzati ci ha avvisato che i tre non c’erano e, siccome le guardie contavano i prigionieri, ci ha detto di spostarci in modo tale che i conti tornassero. Ma qualcosa è andato storto. Ci siamo spostati in troppi e così sono risultate presenti più persone del dovuto. Allora hanno fatto l’appello con i nomi e hanno scoperto la fuga. In un primo tempo non si erano accorti di niente, perché i tre avevano rimesso a posto i reticolati e avevano sparso dell’ammoniaca per ingannare il fiuto dei cani.

Lazzati, di fronte a queste forme di ribellione e di tensione alla libertà, si entusiasmava. Soprattutto dai credenti pretendeva coerenza: ‘Se uno proprio non è alla fine delle sue forze – diceva – non può rinunciare ai suoi principi’.

Aveva anche un grande rispetto della persona, sotto tutti gli aspetti. Era l’unico che si faceva sempre la barba. C’era solo acqua fredda e per radersi con qualcosa di caldo, l’unico modo era quello di utilizzare il tè di tiglio che davano la mattina. Inoltre ci teneva a pulirsi anche le scarpe. Cosa che nessuno di noi faceva”.

Lazzati era stato arrestato a Merano e da lì deportato dopo l’8 settembre 1943, essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Nel dopoguerra avrebbe partecipato all’Assemblea Costituente, avrebbe diretto il quotidiano L’Italia, avrebbe insegnato all’Università Cattolica di cui fu a lungo rettore.

Grazie Fiorello, per le tue storie e per la tua storia.

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