Il “pensiero breve” e la manipolazione delle emozioni

QioMedia – 3.9.2020

Si chiama “pensiero breve”. Ma l’accento va posto sul “breve” più che sul “pensiero”. Il pensiero breve infatti è quell’attitudine a proporre parole d’ordine che mancano di spessore – di pensiero – ma toccano le corde delle emozioni. Le emozioni, così stimolate, si traducono ahimè in scelte e in atti, a volte con gravi conseguenze.

Il pensiero breve è strettamente imparentato con le fake news e con la post-verità. Tutti fenomeni che esistono da che mondo è mondo, ma che ora hanno trovato nei nuovi media, che danno a ognuno la possibilità di esprimersi al di là delle proprie reali competenze espressive, uno strumento efficace di propagazione.

Il pensiero breve è molto economico: non serve fatica per formularlo e non richiede sforzi di comprensione da parte del destinatario. Si presenta con la forza di un’evidenza e verità apparenti che non richiedono, così sembra, un approccio critico. Esempi di questa forma di comunicazione si moltiplicano nelle campagne elettorali: “prima gli italiani” (o i bolzanini, i milanesi, i napoletani…); “chiudo i porti”; “portali a casa tua”; “siamo in Italia”; “farò tornare grande l’America”; “il potere ai cittadini”; “ora o mai più” e chi più ne ha, più ne metta.
Il pensiero breve non ha nulla a che fare con la sintesi, attraverso la quale si possono dire molte cose con poche parole ed eventualmente suscitare domande e riflessioni. Il pensiero breve non vuole far pensare. Mette al centro le emozioni delle persone e gioca con esse per tirare acqua al proprio mulino.

Il pensiero breve è una patologia di ogni società complessa. È una scorciatoia, una manipolazione. La medicina è l’uso della propria intelligenza. Se vogliamo anche dell’intelligenza collettiva. L’antidoto al pensiero breve non è un pensiero “lungo”, ma un pensiero capace di cogliere e di abitare la complessità.

L’educazione, la cultura, la scuola hanno grandi possibilità nel formare persone che sappiano dare il giusto peso alle proprie emozioni e soprattutto che siano in grado di distinguere le emozioni dalle idee e dalla realtà.

Un commento

  1. […] Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve. […]

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