Politica e Bene comune

Il Segno – 6.6.2018

Ci sono voluti quasi tre mesi perché i risultati delle elezioni parlamentari del 4 marzo si concretizzassero nella formazione di un nuovo Governo per il Paese. Non si vuole qui entrare nel merito delle scelte politiche che hanno portato a questo risultato, ma del significato della politica e del senso delle istituzioni.

Innanzitutto la politica non è un gioco. Non è nemmeno uno sport in cui si vince o si perde. Ne va invece del presente e del futuro delle persone. La politica è l’attività che promuove il bene comune. Non l’interesse di un singolo o di un gruppo, non il profitto di una parte, non le passioni irrazionali di uomini, movimenti e aggregazioni. La politica è l’arte di costruire la “città dell’uomo”, mettendo al centro la persona e la sua dignità. In particolare coloro la cui dignità è più a rischio, le persone in difficoltà, quelle che non sono capaci di difendersi da sole. Questa è la politica.

Vediamo tutti come tale visione nobile dell’impegno politico sia lontana dalla pratica comune, che ci mostra invece lotte senza scrupoli per il potere, tattiche irrispettose delle idee più alte, delle persone e delle istituzioni, l’uso sistematico della menzogna, la “cultura dello scarto” e dell’esclusione. La politica del bene comune non è “di moda”. Forse perché non è di moda la responsabilità.

L’assenza della cultura del bene comune si è manifestata, anche in queste settimane, nella strumentalizzazione delle istituzioni democratiche e della loro espressione, prima tra tutte la Costituzione repubblicana. Sentiamo citare spesso il comma dell’articolo 1 che afferma: “La sovranità appartiene al popolo”. Ma se non pronunciamo la frase tutta intera – “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – diciamo una mezza verità e cioè una bugia. Abusiamo di quella parola – “popolo” – e facciamo in definitiva del “populismo”. Populismo non significa essere dalla parte del popolo, ma piuttosto parlare alla pancia della gente, servirsi il “popolo” approfittando delle sue debolezze, dell’ignoranza nella quale è stato relegato.

Abbiamo visto, nei giorni passati, come il massimo garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica, sia stato attaccato per le sue decisioni. Certamente anche il Capo dello Stato è passibile di critica, ma facciamolo dopo aver letto e compreso la Carta costituzionale. A proposito della nomina di un nuovo governo, ad esempio, l’articolo 92 prescrive che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Il premier designato propone i nomi dei ministri, il Presidente della Repubblica li nomina (o, appunto, non li nomina). “Proporre” non significa “scegliere” o “decidere”.

In base a che cosa il Presidente decide di non nominare? Non a seconda dei suoi gusti personali, ma nel rispetto e a garanzia della Costituzione. Posso immaginare che Sergio Mattarella avesse in mente, nei giorni passati, l’articolo 97 della Carta: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”.

Ora il nuovo Governo è stato formato. La sua azione andrà misurata in modo particolare sul rispetto della dignità umana e sulla capacità di fare scelte che non compromettano la vita delle future generazioni. Di questo saranno garanti la Costituzione stessa, il Presidente della Repubblica e l’Unione Europea.

In vista delle prossime elezioni provinciali, previste per ottobre, c’è da augurarsi che i cittadini riscoprano la necessità di una politica responsabile e della partecipazione di tutti alla costruzione del bene comune. Alla Repubblica spetta la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo”, a ciascuno “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 della Costituzione).

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