Proposta educativa – 3/2012
Camminare insieme ai nostri ragazzi, osservarli, interrogarli e farci interrogare ci aiuta a capire che le molte cose che diamo per scontate, spesso non lo sono affatto. Usiamo comunemente un certo numero di parole, che però contengono delle ambiguità. Per Tizio vogliono dire una cosa, per Caio un’altra. Questo ci consente di “far finta” di essere d’accordo, senza però dire le stesse cose. Arriva il momento in cui non ci capiamo più. Alcune di queste parole sono talmente importanti che dal loro contenuto dipendono gli orientamenti che diamo alla nostra vita. Non esagero dunque nel dire che si tratta di una “questione di vita o di morte”. Esempio: la parola “scelta”. Oppure il sostantivo “amore” e il verbo “amare”. O ancora termini legati tra loro come “volere”, “volontà”, “voglia”. E infine due vocaboli chiave, quando si tratta di scelte (e di scelte “etiche”): “libertà” e “bene”.

Chiarirsi le idee su questioni di tale portata è necessario per ogni persona che voglia vivere una vita autentica e in modo particolare per chi si è sentito chiamato nel ruolo di educatore di altre persone.
Il dato di partenza di chi educa oggi è una società pluralista. In essa ci pare a volte difficile fare sintesi di ciò che è davvero importante, essenziale, e di cosa lo è meno. Il pluralismo in sé è un valore (ricordiamoci la storia di Babele, Genesi 11) perché ci impedisce di assolutizzare ciò che è relativo. Tuttavia, se restiamo in superficie, potremmo essere tentati di relativizzare ciò che è assoluto. È infatti ciò che accade di frequente. La fatica di vedere un senso ultimo in tutto ciò che capita e che ci capita: non è questo che sta alla base di tutti i nostri problemi e malintesi?
Parliamo di scelte e vogliamo essere liberi di fare le nostre scelte. Ma qual è il criterio per capire se una scelta è buona oppure no? Se è giusta oppure no? Potremmo dire, con un po’ di logica, che la scelta è buona e giusta quando si orienta al bene e alla giustizia. Ed ecco la questione di fondo: siamo convinti (voglio dire noi uomini e donne del XXI secolo) che c’è davvero questo Bene a cui orientarsi?
In molti oggi vivono non solo “come se Dio non esistesse”, ma (e le conseguenze in tal caso sono letali) “come se il Bene (la Verità) non esistesse”. Ovvero: ogni scelta è legittima, perché non essendoci “il Bene” (la Verità), ogni azione si equivale. La tendenza generale è questa (e conduce al cosiddetto “relativismo etico”). Ognuno può pensare a molti esempi attorno a sé.
Tuttavia la realtà delle cose è diversa. E l’affermazione secondo cui “ogni scelta si equivale”, diciamocelo chiaramente, non è vera. Non può essere vera. Certo, alcune decisioni anche importanti sono da considerarsi eticamente equivalenti ad altre. Esempio: se scelgo di studiare medicina piuttosto che diritto è difficile dire che una cosa sia meglio dell’altra. Dipende da fattori contingenti, come le mie qualità, le mie possibilità economiche ed altro ancora. Ma ci sono altre scelte in cui è evidente che esse non sono per nulla orientate al Bene. Tutti intuiscono che fare violenza a un bambino “non è bene”. Tutti capiscono che Auschwitz “non è bene”. In base a queste intuizioni l’essere umano arriva a comprendere che c’è un Bene che vale per tutti e può risalire ad un’“etica universale”. Anche senza dover passare attraverso una rivelazione divina diretta. Cioè anche senza essere credente o cristiano. Scopriamo così che in tutte le tradizioni di pensiero l’essenza del “fare bene” è stata sintetizzata nella cosiddetta “regola d’oro”: “non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te stesso” (in negativo), oppure (in positivo) “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Matteo 7,12). La “via cristiana” al Bene è detta “il comandamento nuovo”, perché appunto non è più un comandamento (un limite?), ma una via, una prospettiva (un limite superato?): “Amatevi gli uni gli altri”.
Lo spazio è poco, proviamo a riassumere. Parliamo di “scelta cristiana” e di “scelta di fede”. D’accordo. Ma chiediamoci prima: credo io (credono i miei ragazzi) nel Bene (nel Giusto, nel Vero)? Se abbiamo gli occhi aperti (una coscienza attenta) vedremo che il Bene c’è davvero, e questo indipendentemente dalla nostra fede in Dio. Infatti il Bene lo colgono (lo sentono) anche coloro che appartengono ad altre tradizioni o si dicono non credenti. E ciò è bellissimo. Questa comune fede nel Bene è un fantastico luogo di possibile incontro con tutti gli uomini di ogni tradizione. È l’unico campo in cui si può sviluppare un dialogo autentico.
Ecco, qui va detta una cosa importante. Credere nel Bene e nella Verità, non significa ancora conoscere appieno l’uno e l’altra. La vita è un cammino che ci conduce ad essi. Qui ed ora nessuno ne ha il monopolio.
Ancora un passo in avanti. Se credo nel Bene, allora lo voglio. “Voglio il bene”. Cioè scelgo, nella mia libertà, la via del Bene. Oriento la mia vita al Bene. Ma “volere il Bene” (voler bene) significa “amare”. Io amo una persona quando “voglio il bene” di quella persona. Certo, il nostro amore si nutre di desideri, di affetti, di sentimenti, di emozioni che, quanto più vanno in profondità, tanto più ci aiutano ad appropriarci della realtà. Ma se non ci fosse innanzitutto il Bene, allora il nostro “voler bene” diventerebbe “volere” e basta. Di conseguenza sarei portato a fare non ciò che è bene, ma ciò che voglio. In altri termini: ciò di cui ho voglia (ed è questo quanto ci chiede la società dei consumi: essere individui che si credono liberi di fare “ciò che gli pare”; se il Bene non esiste, tutto può essere ridotto a merce).
Se non credessimo fermamente nel Bene, che senso avrebbe una “scelta politica” (che è orientamento al bene comune) e che senso avrebbe il servizio (che è dedicarsi al bene degli altri)? E che senso avrebbe l’educazione, che presuppone l’esistenza di valori “buoni” verso i quali crescere insieme (come, appunto, la libertà)? Che senso avrebbe infine l’appello a lasciare il mondo “un po’ migliore”. Se nulla è “buono”, men che meno potrà essere “migliore”.
C’è, per chi vuole, un passo ulteriore. Riconoscere l’inscindibile relazione tra il Bene, l’Amore che ci orienta ad esso, e Dio, la sua azione nei confronti dell’uomo, il suo Regno (il Bene non è forse come quel tesoro nascosto in un campo…?). Ma questa è un’altra storia.