Dall’adunata al centenario

L’Adige – 14.5.2012

Tutto è andato liscio e si è parlato di “miracolo”. Il “miracolo degli alpini”. Innanzitutto è curioso voler definire in tal modo qualcosa che, in altre circostanze, sarebbe visto come espressione della più assoluta normalità. Ma è pur vero che quella di Bolzano è una provincia “anomala” di un Paese che siamo soliti ritenere “anormale”. Dunque “miracolo”.

Trecentomila persone in città e provincia, eppure nessun disagio oltre il previsto, niente problemi particolari, organizzazione assolutamente all’altezza. Piena soddisfazione espressa da tutti per l’impegno di Comune, Provincia, Protezione civile, esercito, forze dell’ordine e volontari. Accoglienza cordiale e calorosa da parte dei bolzanini, buoni affari per tutti, bel tempo, nemmeno troppo caldo. La scommessa dell’Ana, che consisteva nel dire “l’adunata a Bolzano è possibile”, è stata vinta al cento per cento. Dall’Ana, sezione di Bolzano, naturalmente, da quella di Trento che ha dato manforte, dall’associazione a livello nazionale, assieme a tutti quelli che hanno voluto fare la loro parte, spesso in modo per nulla scontato.

C’è un altro miracolo, quello della scomparsa quasi totale della febbre etnica. Qualcuno ci aveva provato a trasformare la festa nell’ennesimo, ottuso ammorbamento del clima tra i gruppi. Ha fatto flop. I segnali in senso contrario a questi tentativi sono stati forti e chiari. Il presidente Durnwalder, che pochi anni fa riteneva ancora incompatibile l’adunata degli alpini con le celebrazioni hoferiane, oggi forse la pensa diversamente. L’Alto Adige, ha detto, è una terra “profondamente cambiata. È cambiata grazie ai semi dell’autonomia speciale, che hanno avuto bisogno di tempo per dare buoni frutti perché non ci sono soluzioni semplici a problemi intricati”. In questi anni “la diversità di storia, tradizioni e lingua è diventata la ricchezza di una terra particolare e bellissima, crocevia di culture e di persone. Una terra che ha saputo conquistare il benessere e la pacificazione perché ha saputo camminare in avanti con passo sicuro e prudente. Il passo del montanaro, il passo dell’alpino”. Durnwalder si è sbilanciato al punto da lasciare intendere che l’Alto Adige sarebbe pronto ad una nuova adunata in tempi non eccessivamente lontani. Persino Eva Klotz, dopo la prima giornata altoatesina degli alpini, ha compreso “lo spirito di fratellanza degli alpini, venuti a Bolzano per festeggiare”, e ha rinunciato (“su invito della questura”) al volantinaggio col quale il suo partito aveva pensato di dare accoglienza alle penne nere e alle loro famiglie. Chi si è esposto in modo sorprendente ed efficace è stato il direttore del quotidiano Dolomiten, Toni Ebner, con la sua “lettera aperta agli alpini”. “Al più tardi venerdì – ha scritto – i più hanno visto che siete una bella truppa e che siete tutt’altro rispetto all’esercito che nel 1918 ha occupato la nostra terra. E chi si è informato su di voi ha dovuto constatare che anche per voi questo capitolo appartiene ai libri di storia”. L’unica nota che avrebbe potuto suonare diversamente, secondo Ebner, riguarda la visibilità della dimensione europea. L’esposizione della bandiera azzurra dell’Unione, accanto al diffusissimo tricolore e ai colori della città e della provincia, avrebbe avuto la capacità di sottolineare l’assenza di nazionalismi dalla festa dello scorso fine settimana. È certamente così. E questo appello ci permette di guardare avanti.

Una prima osservazione. Chi pensa di crogiolarsi nell’idea del “miracolo degli alpini”, che starebbe a dimostrare che ormai gli altoatesini hanno raggiunto quel grado di maturità che li rende immuni da ogni tentazione etnocentrica, è meglio che ritorni coi piedi per terra. Non c’è dubbio che l’adunata e il suo svolgimento sono un segnale importante. Ma la convivenza pacifica ed il rispetto autentico degli uni per gli altri si costruiscono giorno per giorno. Abbassare la guardia sarebbe un errore piuttosto banale.

Il secondo rilievo. Si lavora già alle commemorazioni dello scoppio (1914-2014) e della conclusione (1918-2018) della prima guerra mondiale. Come per i 150 anni dell’Unità d’Italia è chiaro che non si tratta di una semplice rievocazione storica. La Grande Guerra e i suoi effetti hanno segnato in modo determinante le sorti di questa regione. Inutile ribadire la presenza di diverse sensibilità a sud e a nord del Brennero, a sud e a nord di Salorno. La stessa adunata nazionale degli alpini, che Trento vorrebbe per sé nel 2018, sarebbe inevitabilmente legata a questo centenario e alle sue contraddizioni. Già ora, nel progettare gli eventi commemorativi, si potrà vedere se davvero sussiste a tutti i livelli quel grado di maturità e di condivisione che ci è parso intravvedere nella Bolzano alpina di questi giorni. Una sfida da raccogliere? Lo spirito europeo, così necessario in questi tempi di diffuso scetticismo, consiste oggi anche nel superamento di fatto dei confini tracciati a partire dal 1918/19.

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