Perché la toponomastica altoatesina deve essere bi-trilingue

Vita Trentina – 10.9.2006

Di tanto intanto ritorna in Alto Adige la polemica sui nomi di luogo. Ma di che cosa si tratta esattamente? Va premesso che la nostra regione, ed in particolare il territorio a ridosso del Brennero, fu da sempre una zona di incontro tra lingue e culture diverse. Solo per brevi periodi essa fu, per così dire, “monoculturale” e mai completamente. Ne consegue che i toponimi (i nomi di luogo) derivano da tradizioni linguistiche diverse (retica, latina, tedesca, italiana). Già prima della Grande Guerra per molti dei luoghi principali dell’Alto Adige esisteva il nome nella versione tedesca, italiana e ladina.

Il primo problema è la nascita dei nazionalismi, nel corso dell’800. Con essi la lingua diventa elemento assoluto di identità, di affermazione e di scontro. Così anche i toponimi. I più anziani forse ricordano (se non altro per sentito dire) dei tentativi di certo nazionalismo austro-tedesco, durante la prima guerra mondiale, di imporre al Trentino una toponomastica “tedesca” (peraltro basandosi spesso su elementi storici fondati). Speculare è l’atteggiamento dell’Italia fascista ispirata dal nazionalista Ettore Tolomei. E’ qui che nasce l’attuale questione. Se per i principali centri esistevano nomi bilingui, non così per la maggior parte delle località. Tolomei, già da prima della guerra, aveva predisposto un prontuario con la traduzione (ricostruita – o “inventata” – con criteri anche “scientifici”) di tutti i nomi. Questi nuovi toponimi furono dapprima introdotti per legge accanto a quelli tedeschi. Ma poi i nomi tedeschi furono vietati del tutto e solo quelli italiani mantennero valore legale. Lo scopo (ideologico) era quello di mostrare l’Alto Adige come una terra da sempre “italiana”. Ecco perché ancora oggi una parte della popolazione di lingua tedesca identifica quei nomi con la politica fascista di oppressione culturale e ne chiede l’abolizione. Un atteggiamento che potrebbe sembrare giustificato, almeno in teoria, se non fosse che in Alto Adige convivono diversi gruppi linguistici. Proprio per questo fondamentale motivo sia l’accordo Degasperi-Gruber che lo statuto di autonomia prevedono che la toponomastica debba rimanere bilingue.

Oggi infatti, dopo che sono passati molti anni, i nomi italiani (anche se sono nati in quel modo) sono entrati a far parte del patrimonio linguistico, culturale e familiare del gruppo di lingua italiana. L’equazione “nome italiano-nome fascista” è ormai del tutto anacronistica. In realtà buona parte del gruppo tedesco non è affatto interessata alla soppressione dei nomi italiani. Tuttavia la classe dirigente è a tutt’oggi erede di un’impostazione contrassegnata da quei tratti nazionalistici ed etnocentrici che non lontano da qui, e non molto tempo fa, hanno condotto ad operazioni di “pulizia etnica” che non si sono limitate alla cancellazione dei nomi. Specularmente a quanto accadde sotto il fascismo, alcuni vorrebbero il monolinguismo dei nomi allo scopo (ideologico) di mostrare l’Alto Adige come una terra da sempre “tedesca”. La bilinguità (rivendicata per altri versi, e giustamente, a pieni polmoni) è sentita più come un peso che non come un’opportunità.

Il presidente Durnwalder ha presentato una proposta che vorrebbe mantenere la bilinguità di alcune centinaia di nomi principali, mentre assegnerebbe ai comuni l’onere di decidere in tutti gli altri casi. La cosa è sensata solo all’apparenza. In realtà è facile prevedere che a livello comunale questa “soluzione” diverrebbe causa di innumerevoli conflitti e ricorsi e la questione toponomastica, lungi dall’essere risolta, si protrarrebbe per altri lunghi decenni.

Oggi l’unica soluzione realistica sembra essere una legge che sancisca una volta per tutte il bilinguismo dei nomi (il trilinguismo, quando esistano anche i nomi ladini), a tutti i livelli. La scelta è tra la logica della convivenza o quella della sopraffazione nazionalistica. Come insegnano pensatori autorevoli, la logica della pace si fonda sull’“et-et”, quella della guerra sull’“aut-aut”. Aggiungere non toglie niente a nessuno. Cancellare è sempre un atto di offesa, soprattutto se lo si fa nei confronti di un gruppo minoritario (come di fatto è quello italiano in Sudtirolo).

L’Alto Adige (quello non nazionalista) si attende che – a nord e a sud di Salorno – possa prendere piede la convinzione che penalizzando un singolo gruppo si mette a repentaglio il bene comune e che la varietà culturale è oggi più che mai una ricchezza da difendere, magari insieme.

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