L’anno del papa

Alto Adige – 29.12.2005

L’arcivescovo di Colonia, cardinale Joachim Meisner, dice che papa Ratzinger si comporterà come “un buon parroco tedesco”, cioè per i primi dodici mesi non farà alcun cambiamento. Questa affermazione, se presa per buona, rende inutile ogni tentativo di tracciare un primo bilancio del nuovo pontificato alla fine di questo 2005, l’anno “dei due papi”. Del resto lo stesso Benedetto XVI ha più volte chiarito di intendere la sua azione in uno stile di continuità rispetto al suo predecessore Giovanni Paolo II. “Io considero una mia missione essenziale e personale – ha detto – di non emanare tanti nuovi documenti, ma di fare in modo che i tanti documenti lasciatici dal papa (14 encicliche, tante lettere pastorali e molti altri) siano assimilati, perché sono un tesoro ricchissimo, sono l’autentica interpretazione del Vaticano II”. In realtà lo stile “di continuità” impegna il nuovo pontefice su più fronti. In primo luogo, appunto, c’è la necessità di dare attuazione al concilio Vaticano II, di cui alcune settimane fa si sono celebrati i quarant’anni dalla chiusura. Quattro decenni non sono stati sufficienti per realizzare tutte le novità che esso portò nella chiesa e nel mondo. Al tempo stesso in questi anni sono emerse altre esigenze ed altri interrogativi, tanto che da più parti si sente la necessità di un nuovo concilio.

In secondo luogo, si è detto, c’è la continuità con l’opera di Karol Wojtyla. Il che non significa “fare come lui”, quanto piuttosto proseguirne il cammino. Due le sfide fondamentali (anch’esse, peraltro, ben presenti ai padri conciliari): il rapporto della chiesa col mondo contemporaneo ed il dialogo del cattolicesimo con le altre religioni, prima fra tutte (ma non unica) l’islam. Ratzinger in questi mesi si è espresso più volte su questi temi, tendendo da un lato la mano ai rappresentanti delle altre religioni, manifestando dall’altro una sorta di timore verso alcuni atteggiamenti del pensiero contemporaneo che egli ha riassunto nel concetto (controverso) di “relativismo”. In questo forse è individuabile un terzo aspetto di “continuità”, ovvero quello di Ratzinger con se stesso. Papa Ratzinger prosegue, sia pure in altro ruolo, l’opera del “cardinale Ratzinger”, cioè del tutore della dottrina e della fede cattolica. Fino ad ora, in tal senso, non sono emersi particolari segnali di “discontinuità”.

Un aspetto certamente secondario del futuro pontificato di Banedetto XVI riguarda i suoi rapporti con l’Alto Adige. Il nuovo papa, infatti, tra le nostre montagne è di casa per più di un motivo. Le sue stesse radici familiari affondano in parte a Rio Pusteria dove nel 1884 nacque la madre del pontefice Maria Peintner. Subito dopo la nascita la famiglia si trasferì in Baviera, dove Maria crebbe e si sposò dando alla luce, nel 1927, il piccolo Josef.

Numerosi sono stati i soggiorni del cardinale Ratzinger in Alto Adige, in modo particolare a Bressanone. Fu lì che lo scrittore Vittorio Messori, nell’agosto 1984 raccolse il suo “Rapporto sulla fede” mentre, ricorda, “a tavola, le buone, corpulente suore tirolesi ci servivano qualche loro rustico piatto”. Tra i villeggianti ospiti del seminario c’era quel “sacerdote dal volto intenso e dai modi aristocratici, malgrado le origini piccolo borghesi, i capelli già candidi, un corpo minuto, un modesto clergyman senza alcuna insegna. Il Cardinal Prefetto da anni passava così le sue due settimane di vacanza annuale”.

Proprio a Bressanone Ratzinger conobbe personalmente colui che, un anno dopo, sarebbe diventato papa per poco più di un mese col nome di Giovanni Paolo I. Racconta lui stesso: “Durante le vacanze estive del ’77, ad agosto, mi trovavo nel seminario diocesano di Bressanone e Albino Luciani venne a farmi visita. L’Alto Adige fa parte della regione ecclesiastica del Triveneto e lui, che era un uomo di una squisita gentilezza, come patriarca di Venezia si sentì quasi in obbligo di recarsi a trovare questo suo giovane confratello. Mi sentivo indegno di una tale visita. In quella occasione ho avuto modo di ammirare la sua grande semplicità, e anche la sua grande cultura. Mi raccontò che conosceva bene quei luoghi, dove da bambino era venuto con la mamma in pellegrinaggio al santuario di Pietralba, un monastero di Serviti di lingua italiana a mille metri di quota, molto visitato dai fedeli del Veneto. Luciani aveva tanti bei ricordi di quei luoghi e anche per questo era contento di tornare a Bressanone”. Certi luoghi sembrano predestinati ad incontri speciali. Quando nel luglio del 1988 papa Wojtyla volle presentarsi alla diocesi di Bolzano-Bressanone, lo fece appunto alle alte quote del santuario di Pietralba.

Benedetto XVI è legato a questa terra anche per altri aspetti che affondano le radici in un remoto passato. Uno degli elementi raffigurati sullo stemma del papa è l’orso di Corbiniano, patrono di Monaco-Frisinga, diocesi di cui Ratzinger è stato arcivescovo. Secondo la leggenda, durante un viaggio per Roma, varcando le Alpi, la cavalcatura di san Corbiniano fu sbranata dall’orso. Il santo allora ammansì il plantigrado e lo caricò del proprio bagaglio facendosi accompagnare fino alla città di Pietro. Ebbene Corbiniano, predecessore dell’arcivescovo Ratzinger, visse a lungo nella zona di Merano e vi tornò per esservi sepolto dopo la morte. Più tardi la sua salma fu ricondotta a Frisinga. Il cardinale Ratzinger si trovava a poche centinaia di metri da quella tomba vuota, nell’agosto del 2004, quando si recò in visita a castel Tirolo. Pensava certamente, in quei giorni, alla sua prossima pensione e non certo ad un futuro da papa.

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