Il papa a Pietralba

Alto Adige – 3.4.2005

“Sono felice di essere oggi con voi pellegrino a questo Santuario di Pietralba, circondato da una splendida corona di montagne, che ci fanno sentire la bontà di Dio. Da quattro secoli ormai i vostri padri salgono quassù e ancora oggi voi accorrete numerosi per invocare la Madre del Signore, perché sia mediatrice di grazie e di favori. Ci mettiamo all’ascolto della parola: il Signore ci dia anche la grazia di metterla in pratica. Celebrando i santi misteri, il Signore ci faccia crescere nella carità. Ora invochiamo la misericordia di Dio perché ci renda degni di celebrare questi misteri”.

Si rivolgeva così ai fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone, Giovanni Paolo II, giunto pellegrino a Pietralba il 17 luglio 1988. Ad accoglierlo 40.000, forse 50.000 persone. Tra loro, a rappresentare il passato ed il presente della Chiesa altoatesina e trentina, i vescovi Egger e Sartori, i presuli emeriti Gargitter e Gottardi, ma anche il cardinale patriarca di Venezia Cè e mons. Stecher di Innsbruck.

Una giornata dal cielo terso ed azzurro fa da sfondo ai colori delle bande musicali, dei gruppi giovanili, della folla multilingue accampata nei prati. Durante la solenne concelebrazione, l’attenzione è tutta rivolta alle parole del papa. Le prime sono pronunciate in tedesco: “Gli uomini, anche in questa bella terra, si trovano davanti a sfide e problemi che per certi aspetti sono incomparabilmente più urgenti e pressanti che in passato. È nostro compito cercare le soluzioni, in unità di intenti con quanti collaborano a superare tali problemi. Molti si presentano come maestri. Ma a quale maestro vogliamo dare ascolto?” Il messaggio è chiaro. Il papa si rivolge in particolare ai giovani ed indica loro “i grandi ideali”: “la pace, la nonviolenza, l’impegno a favore dei poveri, l’importanza della condivisione”. Sottolinea con intensità l’attenzione che il vangelo pone nei confronti dei più deboli e punta un indice benevolo contro l’indifferenza che può nascere in una regione dove la povertà è, in parte, un ricordo del passato: “Quando un paese vive nel benessere esso è assai più obbligato a tener conto anche delle necessità di tutto il mondo e a prestare ogni doveroso e conveniente aiuto”.

Il cuore del discorso del pontefice affronta nuovamente lo specifico di una terra plurilingue: “Gesù – dice il papa – ci richiama sempre e di nuovo alla giustizia e alla pace, presupposto e fondamento per un felice avvenire dei popoli e dei gruppi etnici, Gesù attribuisce e garantisce a ogni uomo la sua dignità. L’insegnamento evangelico esige e promuove il rispetto reciproco degli uomini, educandoli alla vicendevole comprensione e tolleranza. E’ missione particolare dei cristiani di questa terra – come ha detto il vostro vescovo – di agire nello spirito di Cristo, nel rispetto dell’identità e della particolarità dell’altro e nell’impegno a collaborare per la giustizia e per la pace. Gesù è un Maestro che rende possibile la riconciliazione e la pace con Dio e fra gli uomini”. Questo passo, significativamente, è ripetuto tale e quale nella seconda metà dell’omelia, pronunciata in italiano.

E ce n’è anche per i ladini. Il papa poliglotta conclude il suo discorso (come anche la preghiera dell’Angelus) usando la lingua più antica delle Dolomiti che diventa, nel suo saluto di commiato, sintesi di unità fra i gruppi. Il pontefice parla or______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________a a ______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________braccio e dice con un pizzico di ironia: ro____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________“Dobbiamo anche ringraziare Dio, nostro Padre, per tanti popoli della terra, anche in questa terra e per tante lingue parlate da questi popoli. Però, ringraziando per tutte queste lingue parlate dai diversi popoli della terra, dobbiamo pure ringraziare Dio, nostro Padre, il Signore Gesù Cristo e lo Spirito Santo perché nella Chiesa esiste. anche la lingua latina. Ringraziando per la lingua latina, voglio anche ringraziare per il ladino”. Come dire: a nulla servono le diverse identità se manca la capacità di incontrarsi su un terreno comune.

Alla fine della giornata Giovanni Paolo II si reca a piedi verso l’elicottero. Sulla via del ritorno farà una breve tappa a Stava, soffermandosi in silenzio sulle tombe delle vittime.

Il commento del cardinale Cè, dopo la messa: “È stata una festa cordiale, familiare, che io non avevo ancora sperimentato in una visita del papa in Italia”.

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