Vita Trentina – 8.9.2002
Se ne sente parlare da tempo e le cronache si faranno più fitte nel corso del mese di settembre, fino ai primi di ottobre. A Bolzano i cittadini sono chiamati ad esprimersi sulla ridenominazione di una piazza, quella della “Vittoria”, ribattezzata recentemente “Piazza della Pace”. Un provvedimento amministrativo che in qualsiasi luogo potrebbe passare inosservato, ma non in Alto Adige. Dietro quel nome, Vittoria, c’è una storia travagliata, e nel concetto di Pace forse c’è un progetto per il futuro.
Ma di che cosa si tratta? Tentiamo una rapida spiegazione. La piazza prese il suo nome dal Monumento alla Vittoria, inaugurato nella parte nuova di Bolzano nel giugno del 1928. Una celebrazione dei fasti del regime fascista da un lato, un’offesa di marmo per buona parte della popolazione dall’altro. Eccone una descrizione tratta dalla “Rivista della Venezia Tridentina” (1928): “Quattordici enormi fasci littori, che sollevano verso l’azzurrità dei cieli atesini, quasi grande ara, il fastigio recante il simbolo della vittoria italiana, costituiscono il monumento. (…) Bisognava creare questi superbi fasci, ai quali nulla dovevasi togliere della loro linea e delle loro peculiari caratteristiche, pur mantenendo la loro funzione architettonica di colonne, di elementi, cioè, strutturali ed eterni. (…) Ad Arturo Dazzi fu assegnato il lavoro della grande Vittoria sul fastigio principale. Ne uscì una figura possente, oltremodo violenta, di terribile tregenda: è in atteggiamento di scoccar l’arco verso chi ardisse di avanzar di qua del confine sacro. Sotto la scritta : ‘Hic patria fines. Siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus’. In origine, al posto della parola ‘ceteros’ era quest’altra ‘barbaros’: forse era più appropriata, ma l’Italia è generosa… E in quest’opera parla, e parlerà, ai cuori d’Italia il vasto poema epico della Guerra vittoriosa, e quello religioso del martirio, benedetto da Iddio Cristo, e della redenzione della Patria”.

Ad oltre settant’anni di distanza la blasfema retorica di quel regime è ormai un lontano ricordo. Rimangono invece, in centro a Bolzano, i “quattordici enormi fasci littori” e quella scritta che, per chi non conoscesse il latino, significa più o meno: siamo giunti fin qui per educare gli altri (i “barbari”) nella lingua, nelle leggi e nelle arti. Chiunque può comprendere che, pur nel suo elegante classicismo, si tratta di un’affermazione offensiva per qualunque cittadino europeo.
Inoltre: nel 1928 l’Alto Adige si trovava nel pieno della politica fascista di snazionalizzazione delle minoranze, in particolare con l’imposizione anche a scuola della lingua italiana. Il monumento, sulla scia di quanto avvenuto nei decenni precedenti anche a Trento (con Dante) e ancora a Bolzano (con Walther von der Vogelweide), doveva essere un’affermazione perentoria dell’italianità della “città di Druso”. Non inventando in verità nulla di nuovo rispetto a quanto già avevano praticato altri nazionalismi. All’inaugurazione, nel 1889, del monumento a Walther, scrivevano infatti i giornali: “Il monumento non è solamente un omaggio a Walther medesimo; esso deve essere una testimonianza che Bolzano è sempre stata una città tedesca e tedesca deve rimanere…”
Infine. Monumento alla Vittoria, piazza della Vittoria. È evidente che il riferimento è all’epilogo della Grande Guerra. Ma di quella tragica e “inutile strage” chi furono i vincitori e chi i vinti? Guardandola dal lato umano bisogna dire che i nonni di coloro che oggi abitano in Alto Adige e nel Trentino furono chi dalla parte dei vincitori, chi dalla parte dei vinti. I più combatterono nell’esercito austriaco, altri in quello italiano. Vittoria è un nome che, anche dopo la deposizione delle armi, continua a dividere, tanto più in una città dove convivono diversi gruppi linguistici e, tra loro, i discendenti di chi ha vinto e di chi ha perso.
Tutto ciò ha spinto, nei mesi passati (ma se ne parlava da decenni) la Giunta comunale di Bolzano a porre un segno di riconciliazione cambiando il nome alla piazza: non più piazza della Vittoria che divide, ma piazza della Pace che unisce. La decisione non è piaciuta però alle forze politiche della destra italiana che considerano il Monumento e il nome della piazza come elementi costitutivi dell’identità del gruppo italiano in Alto Adige (in realtà del proprio bagaglio ideale). Si è formato un comitato che ha raccolto le firme per indire un referendum allo scopo ripristinare il vecchio nome della piazza. La consultazione è fissata per il prossimo 6 ottobre.
La campagna elettorale rischia ora di riaprire vecchie ferite e di riacutizzare lo scontro tra i gruppi, sebbene per il nome della Pace si sia schierata anche una parte consistente dei partiti italiani. Anche il vescovo mons. Egger è sceso in campo con un appello al buon senso e facendo presente che nel linguaggio del dialogo vanno evitati i termini che possono essere offensivi per una delle parti.
L’esito della consultazione è incerto, ma paradossalmente si può dire che in caso prevalesse il consenso per la Vittoria, in realtà ciò si tradurrebbe in una sconfitta, non solo, come è evidente, per il gruppo tedesco, ma soprattutto per quello italiano, appiattito su simboli vuoti, appartenenti ad un passato che tutti si auguravano ormai relegato nei libri di storia.