Richard Reitsamer. Un martire e due vite salvate

Alto Adige – 10.7.2002

Ricorre l’11 luglio l’anniversario della tragica morte di Richard Reitsamer, nato in Germania, a Friburgo (nel 1901), da una famiglia salisburghese, ma meranese di adozione. In riva al Passirio infatti il padre aveva trovato lavoro come compositore in una tipografia. A differenza dei fratelli, Richard svolge le mansioni di servo agricolo, trasferendosi a servizio da un contadino all’altro.

L’ora decisiva per Reitsamer scatta al suo ritorno da un periodo di lavoro in Svizzera. Nel 1939, di fronte all’Opzione, decide di scegliere la cittadinanza italiana. Ciononostante nel 1944, dopo l’occupazione nazista, riceve la cartolina precetto per l’esercito del Reich. La sua mancata riposta a questa chiamata lo condurrà al patibolo, nel giro di pochi mesi. Don Giovanni Nicolli, il coraggioso cappellano delle carceri di Bolzano in quegli anni bui, ha per Richard questa definizione: “Nobile figura di vero cristiano, della forte tempra degli antichi martiri, ha saputo, in ossequi alle parole del Papa, fare sacrificio della propria vita nella pienezza delle sue forze a soli 43 anni. Uomo di grande fede, dei quali ancora molti si trovano nella nostra regione della Venezia Tridentina, degno figlio del martire san Vigilio”. È proprio don Nicolli che condivide e racconta le ultime ore di Richard. “Quale cappellano delle carceri di Bolzano – scrive nel suo diario – sapevo che Reitsamer era in carcere da qualche mese, quale renitente alla leva, ma non avevo mai giudicato il suo caso grave. Un giorno però al Tribunale Speciale vengo a sapere che se il Reitsamer non avesse cambiato idea, le cose sarebbero andate assai male per lui. Lo avvicinai per sapere chiara la sua situazione. Egli mi dice: ‘Ho ricevuto la cartolina precetto per presentarmi alla leva militare, ma io non ci sono andato, nemmeno al seconda volta e neppure la terza quando i gendarmi mi hanno portato di viva forza. Ho protestato e non mi sono lasciato visitare, dicendo come il Papa che con la pace c’è tutto da guadagnare e con la guerra tutto da perdere. Io non voglio quindi in nessun modo presentarmi alla guerra e neppure al servizio militare. Non che io tema di fare il soldato, ho già preso parte anche alla campagna d’Africa in Abissinia, ma ora il Papa ha parlato e tanto basta’”.

Reitsamer va dunque al processo, sostenendo fortemente la sua idea. Viene condannato ed egli rifiuta di chiedere la grazia. Al suo avvocato fa sapere: “So benissimo cosa sto rischiando, ma da cattolico credente io non combatterò per Hitler. Per me è una questione di coscienza”. Il quotidiano Bozner Tagblatt, dando la notizia della condanna, scrive che l’imputato ha addotto a sua discolpa ‘ridicoli pretesti’.

Pochi giorni dopo, siamo al 10 luglio, una telefonata del Tribunale Speciale avverte don Nicolli che la mattina seguente ci sarebbe stata l’esecuzione di tre condannati a morte e che verso le 21 il cappellano avrebbe dovuto trovarsi al “confortatorio” nei locali del vecchio Municipio per assistere i tre condannati durante la notte ed accompagnarli poi al luogo dell’esecuzione.

I tre sono Sigfried Dapunt e Paolo Mischi di Badia, pure renitenti alla leva, e Richard Reitsamer. Don Nicolli, come racconta egli stesso nel suo diario, si reca subito al Tribunale Speciale dal procuratore dott. Seiler ad implorare la grazia per i tre. “Chiedo se intendessero fare di Bolzano un macello: tre il giorno 7, altri tre domani il giorno 11… Faccio conoscere la penosa impressione che farebbero sulla popolazione queste frequenti esecuzioni, tanto più che non si tratta di delinquenti, ma di buoni e bravi figlioli, colpevoli di seguire solo il loro ideale”. Aggiunge poi che la condanna non è fondata su basi giuridiche solide, dato che si tratta di tre cittadini italiani, in quando “Dableiber”, condannati in base alla legge germanica applicata in un territorio formalmente non annesso al Reich. “Faccio presente lo strazio indicibile delle povere mamme alla ferale notizia. Il vuoto doloroso e incolmabile nelle famiglie. ‘Pensi se qualcosa di simile accadesse alla sua famiglia. Lei pure è padre, la conoscevo come uomo di gran cuore…’ Ho toccato il testo giusto. Egli si commuove e io continuo su questo tono. Alla fine egli mi risponde: ‘Ormai non si sa più che cosa fare. Tutto è pronto: plotone d’esecuzione, bare, fosse, tutto è in ordine. Ci vorrebbe un miracolo’. Ed io subito: ‘Ebbene venga un miracolo, ma si salvino’”.

Alle nove di sera don Nicolli è al vecchio Municipio. I tre condannati, con i piedi saldamente incatenati, stanno seduti ad un gran tavolo. Ricorda il cappellano: “Reitsamer è sereno e tranquillo, quasi si trattasse di cose che non lo riguardano. Gli altri sono invece con gli occhi rossi colmi di lacrime e con un nodo alla gola ed a stento articolano qualche parola. Io comincio la mia opera grave e delicata di prepararli al grande passo. Ripetiamo qualche preghiera ed un po’ alla volta cerco di staccarli da quanto al mondo hanno di più caro. Resto fino alla mezzanotte, poi li lascio soli mentre stanno scrivendo lettere ai loro cari”. Quando don Nicolli ritorna da loro il “miracolo” è già avvenuto. Dapunt e Mischi sono stati graziati nella notte e condotti in carcere con la condanna ridotta a sette anni di reclusione. Miracolo a metà. Per Richard Reitsamer infatti non è stato possibile ottenere alcuna grazia avendola egli stesso rifiutata fin dall’inizio. “Vedendosi solo – ricorda il cappellano – ora è rimasto profondamente avvilito, tanto che duro fatica a rialzarlo un po’. È però alquanto rassegnato e interamente abbandonato alla volontà di Dio”.

Così don Nicolli ripercorre gli ultimi istanti della vita di Richard. È l’11 luglio 1944. “Il triste momento è giunto. Salgo con lui nell’auto della morte e in continua preghiera lo accompagno sul luogo dell’esecuzione, mentre egli, come un bambino, appoggia il suo corpo sul mio. Arrivati al luogo fatale, mentre due soldati lo prendono sotto le braccia per portarlo e legarlo al palo, egli fatti due passi si divincola, ritorna presso di me, bacia le mani al sacerdote e poi con un sorriso va a compiere il suo sacrificio. Io resto al mio posto continuando la preghiera. Pochi istanti dopo una scarica… e un nuovo martire sale al cielo”.

Pensieroso, in disparte, c’è il procuratore Seiler. Si avvicina al sacerdote e dice: “Lei ha voluto il miracolo e il miracolo è avvenuto”. Solo la sera don Nicolli saprà come si erano svolti i fatti. “Verso le 22, come di consueto faceva quando c’era qualcosa di grande e importante, viene il dott. Seiler a casa mia ed io gli chiedo subito com’era arrivato ad ottenere la grazia. Mi risponde con le parole accorate e forti che gli avevo detto la sera prima. Gli erano penetrate profondamente nell’animo e non lo lasciavano più tranquillo. Andato a cena aveva trovato il giudice del Tribunale e gli aveva chiesto se mai si potesse ancora trovare una via per la salvezza dei condannati. Il giudice gli fa notare che quella sera Franz Hofer (commissario supremo della Zona di Operazione Prealpi, ndr.) è assente e sostituito dal dott. Stritzel. Avrebbe potuto a lui qualche domanda di grazia. Ritornando in ufficio cerca tra gli atti e trova le domande di grazia, che avevo presentate, si porta dal dott. Stritzel all’Hotel Grifone, gli parla e all’una di notte può avere la grazia firmata”.

Un nuovo martire e due vite salvate, questo il bilancio di don Nicolli. Dapunt e Mischi, dopo la guerra, ritornano dalla Germania e rientrano sani e salvi nelle loro famiglie. La prima visita è per il cappellano delle carceri: “Vennero subito anche da me ed io ricordai loro ancora una volta … il loro compagno che aveva dato la vita e che certo, con il suo sacrificio, aveva anche contribuito alla loro salvezza”.

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