Alto Adige – 6.7.2002
Quando Alexander Langer cadde sotto il sole torrido di un non lontano inizio di luglio, molti si chiesero perché. Ma è una di quelle domande la risposta alla quale rimane sospesa nel vento. Forse perché, come scrisse egli stesso in occasione della morte dell’amica Petra Kelly, verde germanica, “è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppo le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Basta non chiudere gli occhi di fronte alla realtà per sentirne tutti il peso. Per esserne schiacciati. I nostri telegiornali, per quanto provinciali, sono infarciti di pessime notizie che provengono da tutto il mondo. Quel mondo che Langer ha girato in lungo e in largo nell’intento di raccogliere e portare speranza. Tutto inutile, potrebbe sembrare, se non fosse per il suo invito bisbigliato all’ultimo istante: “Continuate in ciò che era giusto…”

Gli appuntamenti annuali di Euromediterranea, oltre a dare ossigeno ad una regione dai dibattiti spesso asfittici, sono la risposta a questo appello. Arrivano a Bolzano da tutto il mondo persone che stanno cercando di “continuare in ciò che è giusto”, con la stessa fiducia che non fece fuggire il piccolo Davide di fronte al grande Golia.
Voci che gridano nel deserto come Wolfgang Sachs, che contesta quella sociologia dello sviluppo che ha sin qui pensato che la torta del benessere potesse crescere all’infinito e che potesse nel tempo essere distribuita fra tutti. “Oggi però – dice – la torta non cresce più, nel senso che i limiti eco-sistemici del pianeta impongono limiti allo sviluppo. L’espansione del modello attuale di produzione porterebbe all’esplosione degli equilibri planetari, e dunque la priorità oggi diventa la redistribuzione della ricchezza e non la sua moltiplicazione. La ricchezza che conosciamo è strutturalmente oligarchica, e non può essere democratizzata se non sacrificando la Terra”. Dunque secondo Sachs, il professore ospite in questi giorni delle giornate langeriane, non s’ha più da condurre una “lotta alla povertà”, bensì una “lotta alla ricchezza”, “perché la povertà non é più combattibile sul piano dell’emancipazione materiale degli esclusi (i limiti allo sviluppo non lo permettono) ma sulla revisione del modello di sviluppo stesso che crea una ricchezza élitaria”. Parole difficili e scomode. Del resto, ricorda Sachs, già Ghandi, anche lui finito male, diceva che il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutti, ma non lo è per soddisfare l’avidità di ciascuno.
A Bolzano risuonano altre voci, come quella del muftì di Marsiglia, l’algerino Soheib Bencheikh, che in questa particolare e folle congiuntura mondiale si batte per una sana distinzione (che non significa indifferenza) tra politica e religione, nella fattispecie l’Islam. “Ci sono dei musulmani – dice senza mezzi termini ai suoi correligionari – che rifiutano tale separazione, ma lo fanno per ingenuità. Infatti, pensano che l’Islam sia un progetto sociale e che quindi debba usare le istituzioni statali per realizzare questo progetto di società. Non è solo una costrizione contraria alla fede, ma un’ingenuità. Leggiamo la storia, guardiamoci intorno nel mondo musulmano: ogni volta che c’è stata interferenza fra sfera politica e religiosa, non è stata la religione a utilizzare la politica, ma piuttosto la politica a utilizzare la religione. La politica si serve dell’Islam come mezzo supplementare per ostentare la propria autorità, niente di più. E spesso senza alcuna convinzione religiosa…”. È facile vedere l’universalità (oltre alla necessità) di tali affermazioni che spingono ognuno a fare autocritica. E’ un continuare in ciò che è giusto. Eppure, nonostante tutto, può essere ancora “troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Sarà per questo che la Fondazione Alexander Langer ogni anno va a caccia di un nuovo “portatore di speranza” che abbia saputo coniugare l’idea con l’azione. Questa domenica il relativo premio sarà conferito a Esperanza Martínez, donna ecuadoriana, di professione biologa. La battaglia di Esperanza (di nome e di fatto) è, da lungo tempo, contro le multinazionali che hanno in concessione dal governo del suo Paese la ricerca e l’estrazione petrolifera nel bel mezzo della foresta amazzonica, e che nel loro operare mettono a repentaglio l’ecosistema, l’ambiente di vita dei piccoli popoli indios, in definitiva il futuro del pianeta. Una lotta contro i mulini a vento? Certo non è facile e il segreto sta comunque sempre nella capacità di trovare i giusti compagni di strada, in modo tale da essere davvero un segnale di speranza per tutti, pur nella costante sofferenza per l’irraggiungibilità dell’obiettivo.