Alto Adige – 8.5.2002
Dieci anni fa risuonavano i primi colpi di una guerra assurda come tutte le guerre e troppo presto dimenticata. Sui viali di Sarajevo cadevano molte delle nostre speranze, dei nostri sogni, delle nostre convinzioni. Sarajevo la città multietnica, icona di una multiculturalità praticata e possibile, si aggrovigliava su se stessa strattonata dai nazionalismi.
A pensarci bene è stato l’epilogo coerente di un secolo, a sua volta figlio del precedente, inquinato fin dai primi suoi giorni da quelle ideologie del nulla che esaltano le diversità di lingua, razza e religione, a tutto discapito del comune essere uomini. Dopo il Libano (molto dopo) con Sarajevo crollava un punto fermo e si aprivano crepe più o meno visibili nel cemento della convivenza tra gli uomini nelle varie parti del mondo.
“La Gerusalemme d’Europa”, è stata definita la capitale bosniaca. Ed in questi giorni capiamo bene quanto tragicamente azzeccato possa essere questo paragone.

Oggi con il conflitto israelo-palestinese, dieci anni fa (e nei lunghi anni successivi) negli scontri tra etnie ex iugoslave, ci si chiede fino a che punto tutto ciò possa essere evitabile. Forse non lo è o forse lo è solo in parte. Ma è certo che tutta la responsabilità per lo scoppio di un conflitto è e rimane delle persone. E non certo di quelle che muoiono innocenti in un mercato o in una chiesa.
Nel settembre del 1994 ebbi l’avventura di trovarmi con altri colleghi in quella piccola Sarajevo che è Mostar, la “città del ponte” (come Gerusalemme è “città della pace”…). Il vecchio ponte non c’era più, abbattuto (con fredda coerenza) dalla violenza miope. La Narenta scorreva placida, e quasi in secca, tra le due parti della città, quella musulmana e quella (con meno danni) croata. In un palazzo riadattato allo scopo ci ricevette il sindaco nominato dall’Unione Europea, il tedesco Hans Koschnig, già borgomastro di Brema. Ci spiegò come andavano le cose dopo le furiose battaglie dei mesi precedenti. Come era difficile far sì che a Mostar si ricominciasse a parlare di convivenza. Poi, ben sapendo che eravamo giornalisti, ci guardò e ci disse: “Se gli organi di stampa da una parte e dall’altra non ci fossero sarebbe tutto molto più facile”. Non intendeva dire che la stampa deve tacere (erano già caduti, proprio a Mostar, i primi giornalisti). Intendeva dire che la stampa (e in senso lato la cultura) asservita ai nazionalisti fa tutto tranne che il suo dovere. Intendeva in definitiva rispondere alla nostra domanda: tutto questo era evitabile? Voleva dirci, lui che la settimana dopo sarebbe stato sfiorato da una granata sparata contro il municipio, quanto pesano le parole e quanto pesano l’ignoranza e il silenzio.
È questo che succede, oggi, anche in Medio Oriente ed ovunque esistano focolai di guerra? Sarajevo e la Bosnia sono destinate a ripetersi in modo inevitabile?