Vita Trentina – 28.4.2002
Se il terrorismo, sullo scenario mondiale, fosse un lontano ricordo, sarebbe più semplice affrontare con serenità anche il tema della concessione della grazia a coloro che, tra gli anni ’50 e gli anni ’80 del secolo scorso, si sono resi protagonisti di attentati in Alto Adige. Ma oggi il terrorismo è più che mai attuale: colpisce il cuore di New York, insanguina Israele, ritorna, con sigle credute morte, anche nelle notti italiane. È difficile immaginare di “voltare pagina”. Tanto più che il terrorismo altoatesino non viene giudicato da tutte le parti allo stesso modo. Non esiste una lettura condivisa di quegli eventi. A cominciare dal modo con cui definire i loro protagonisti che se da un lato sono detti “terroristi” tout court, dall’altro godono di appellativi più smorzati, “attivisti”, o addirittura nobili, come “combattenti per la libertà” (Freiheitskämpfer). Anche in questo caso l’analogia con quanto avviene in Medio Oriente fa una certa impressione. D’altra parte nessun terrorista ama definirsi tale.
Oggi l’Union für Südtirol di Eva Klotz, su posizioni da sempre politicamente omogenee a quelle degli “attivisti”, chiede la grazia per una quindicina di loro, condannati per gli attentati negli anni ‘60. Una richiesta che fa discutere e che sarà sottoposta all’attenzione dei tre Consigli provinciali di Trentino, Alto Adige e Tirolo che si riuniranno congiuntamente il prossimo 29 maggio.

Ma che cosa fu il terrorismo altoatesino, in particolare quello degli anni ’60? “A partire dalla metà degli anni ’50 – spiega lo storico Giorgio Delle Donne – e fino alla metà degli anni ‘60 complessivamente vennero realizzati oltre 350 episodi terroristici contro i simboli dello Stato italiano, in una escalation di violenza che giunse a colpire anche le vite umane”.
Ogni atto ha i suoi motivi e non si tratta necessariamente di giustificazioni. È comunque nella storia del ‘900 che vanno ricercate le ragioni che portarono alla stagione delle bombe. Dice ancora Delle Donne: “Il terrorismo sudtirolese degli anni ’50 e ’60 è stata una delle forme di resistenza attuate dalla minoranza sudtirolese nei confronti dello Stato italiano. La minoranza sudtirolese, annessa contro la sua volontà allo Stato italiano nel 1919, ha conosciuto, dall’annessione agli anni ’60, la contraddittoria politica attuata dai deboli governi liberali del primo dopoguerra, la persecutoria politica svolta dal forte governo della dittatura fascista e, dopo la parentesi dell’Alpenvorland, la contraddittoria politica praticata dai governi centristi del secondo dopoguerra. Tutti i tentativi attuati, manifestamente o subdolamente, dai vari governi per cercare di italianizzare il territorio e/o la popolazione sono fortunatamente miseramente falliti, e l’unica conseguenza concreta si è manifestata e si manifesta nel disprezzo, comprensibile, nei confronti dello Stato italiano, anche di quello democratico ed a prescindere dalle politiche attuate, e nel conseguente disprezzo, non sempre giustificato, nei confronti della popolazione di lingua italiana, a prescindere dalle articolazioni di classe, politiche e culturali in essa presenti”.
Come è noto, dopo la lunga parentesi fascista e la guerra, nel 1946 fu formato a Parigi tra il ministro austriaco Gruber e Alcide Degasperi l’accordo che ancora oggi sta alla base dell’autonomia regionale, allo scopo di dare alle minoranze di questa terra quella tutela che era loro stata negata negli anni del totalitarismo. Ne nasceva, nel 1948, il primo statuto di autonomia che però, a partire dalla metà degli anni ’50, fu contestato dai rappresentanti del gruppo tedesco, in quanto la sua gestione non sembrava dare appropriata attuazione all’accordo di Parigi. Nel 1957, a Castelfirmiano, veniva proclamato il Los von Trient, ovvero il rigetto di un’autonomia che faceva perno sulla regione. Negli anni successivi la Svp si ritirò dalla giunta regionale, la questione altoatesina fu discussa dalle Nazioni Unite, il governo italiano (1961) insediò la commissione dei Diciannove, con l’incarico di predisporre un nuovo progetto di autonomia che trovò l’accordo delle parti solo nel 1969 ed entrò in vigore nel 1972.
Il fenomeno terroristico si inserisce in questo cammino. In un primo tempo esso fu indirizzato a colpire i “simboli” della presenza dello Stato in Alto Adige: già nel gennaio 1957 la ferrovia del Brennero presso Varna e Cardano; nel novembre di quell’anno la tomba di Ettore Tolomei, l’uomo che più di ogni altro si dette da fare per l’italianizzazione della regione. Le risposte “italiane” furono manifestazioni al Monumento alla Vittoria di Bolzano, la deposizione di corone sulla tomba di Tolomei a Gleno. Sepp Kerschbaumer, uno dei protagonisti del terrorismo “non sanguinario” nel febbraio del 1957 fu condannato a dieci giorni di galera per aver issato la bandiera tirolese… Gli attentati proseguirono negli anni successivi: sulla ferrovia, contro una statua equestre di Mussolini, contro la casa di Tolomei, contro alcune case popolari in costruzione a Bolzano… Lo Stato rispose vietando le manifestazioni pubbliche, negando agli Schützen la possibilità di indossare l’uniforme. Intanto all’Onu si discuteva della questione. Arrivò il 1961. Nel corso della notte tra l’11 e il 12 giugno, festa del Sacro Cuore, un’ondata di attentati senza precedenti, soprattutto ai tralicci dell’alta tensione, profanava la notte allo scopo, non raggiunto, di paralizzare l’attività della zona industriale di Bolzano. Ci fu la prima vittima: uno stradino che cercava di disinnescare una bomba inesplosa.
Fu in seguito a questo spettacolare evento che il governo decise, poche settimane dopo, di insediare la commissione dei Diciannove? Secondo Silvius Magnago sì: “È stata insediata poco dopo la notte dei fuochi. È triste che con questo Stato si potesse ottenere qualcosa solo in seguito ad atti di forza. Così non si educano i cittadini, cedendo solo quando si usano le maniere forti. Questo è gravissimo…” Comunque sia, la “notte dei fuochi” non doveva essere l’ultimo atto della stagione delle bombe. Ci furono anche attentati “di altro segno”, ad esempio quello al monumento di Andreas Hofer presso Innsbruck. In quegli anni si verificò inoltre il decesso di persone incarcerate con l’accusa di terrorismo e sottoposte, pare, a tortura. Ciò provocò anche l’intervento indignato del vescovo Gargitter che, peraltro, non aveva perso occasione per condannare con vigore l’uso della violenza bombarola (sostenuto, dopo la sua nomina, anche il vescovo Gottardi). Gli attentati proseguirono anche a sud di Salorno: nell’ottobre 1962 a Verona e Trento (un morto e venti feriti), nell’aprile 1963 alle stazioni di Milano, Cesano Maderno e Genova, poi contro una jeep di alpini (1964). Nel 1964 fu ucciso il carabinere Vittorio Tiralongo, il primo tra tanti esponenti delle forze dell’ordine caduti in quegli anni, fino a giungere alla sanguinosa strage di cima Vallona nel 1967 (quattro morti). In tutto, come ricorda il procuratore Mario Martin che seguì i vari processi di quegli anni, “361 attentati, 17 morti, 57 feriti”. Negli anni ’80, infine, si riaprì un periodo di attentati messi ad opera soprattutto da personaggi facenti capo alla sigla “Ein Tirol”.
È questo, in esrema sintesi, il contesto storico da cui nasce la controversa richiesta di grazia ad alcune delle persone coinvolte. Già il presidente Scalfaro, tra il 1996 e il 1998, aveva graziato 24 di loro.
La mozione che sarà discussa nel prossimo mese di maggio chiede agli organi “austriaci, italiani e sudtirolesi di sollecitare, per ragioni di carattere umanitario, la concessione della grazia alle persone condannate in seguito agli attentati fatti negli anni ‘60 in Alto Adige, sostenendo e promuovendo gli sforzi avviati in questi anni”.
Eva Klotz insiste sui “motivi umanitari” e dice: “Sottolineo che non si tratta di terroristi. Io nella mozione li ho definiti attivisti sudtirolesi. Sono convinta che a quarant’anni di distanza da quei fatti si debba chiudere quel capitolo. Queste persone hanno vissuto praticamente in esilio per tutto questo tempo e penso sia arrivato il momento di prendere una decisione”. Su posizioni contrapposte Alleanza Nazionale e Unitalia: “Queste persone – ha dichiarato Giorgio Holzmann di An – non si sono mai pentite e non hanno mai scontato la pena. Io sono dell’opinione che dovrebbero essere loro i primi a fare qualche passo per dimostrarsi pentiti e magari dissociarsi da quel periodo”. Duro anche l’ex procuratore Mario Martin: “Io mi domando – ha dichiarato al quotidiano Il Mattino – se le persone delle istituzioni che hanno fatto questa scelta abbiano valutato bene i possibili problemi di ordine pubblico che ne possono derivare. Quelle persone verranno in Alto Adige a vantarsi di quello che hanno fatto. E pensare che poi ce la prendiamo con i ragazzini pelati…”
Su posizioni intermedie le altre forze politiche. Il presidente della provincia Luis Durnwalder: “Per certi casi sarei d’accordo con la grazia, perché si potrebbe chiudere con un periodo della nostra storia. Un’altra cosa è se si parla di terroristi che hanno commesso gravissimi crimini come Kienesberger (braccio destro dell’ideologo neonazista Norbert Burger, condannato all’ergastolo per la strage di cima Vallona, ndr.). In quel caso non sarò mai d’accordo”. Maurizio Perego, attuale commissario di Forza Italia in Alto Adige: “Ritengo che a quarant’anni di distanza da quegli anni una democrazia matura come quella italiana debba porsi questo problema. la questione della grazia va posta, non c’è dubbio”. E precisa che da parte sua “non c’è assolutamente un giudizio assolutorio sul terrorismo in Alto Adige, nessuna volontà di dimenticare quanto è accaduto”.
Christian Tommasini, segretario provinciale dei Ds: “La via maestra è quella che porta, senza troppi clamori, a confidare nel Presidente della Repubblica attraverso l’eventuale richiesta della grazia da parte dei singoli interessati. La grazia è infatti un provvedimento individuale e non una generica e indiscriminata amnistia di tutto e di tutti”. Alessandra Zendron dei verdi, presidente del Consiglio provinciale: “Anche se sono profondamente convinta che sia importante cercare di arrivare al perdono come sistema per risolvere i conflitti che hanno avuto un carattere ideologico-politico, mi sembra difficile che si possa concedere il perdono a chi ha commesso delitti atroci e non si è mai pentito”. Infine Michele Di Puppo, Margherita, vicepresidente della Giunta provinciale di Bolzano: “Bisogna dire che un gesto di clemenza produce frutti nel tempo. Diverso è il caso, se si parla di persone che si sono macchiate del delitto orrendo di terrorismo, senza rispetto per la persona”.
In Alto Adige, la terra dalle mille riserve mentali, non è facile voltare pagina.