Alto Adige – 6.4.2002
La violenza ha un solo pregio e per di più apparente: quello di far parlare di sé. Ma come? Ogni volta, ad esempio, che riesplode il conflitto ai confini dello stato d’Israele si ricomincia a discuterne, a fare dibattito. Parlarne è un bene, ma non si risolve nulla se si cade nel tranello, sempre presente, delle semplificazioni. Quanti di coloro che in questi giorni pontificano a favore degli uni o degli altri conoscono esattamente la situazione in quella terra così vicina, ma così lontana? Io personalmente no. O meglio: ne so abbastanza per sapere che i giudizi non si possono dare mettendo da una parte tutto il bene e dall’altra tutto il male e basandoci su singoli fatti più o meno eclatanti. Nemmeno se siamo inorriditi dalle immagini trasmesse, dalle testimonianze dirette, scossi dagli appelli e dalle urla che chiedono aiuto. Sono solo frammenti di una realtà che ci sfugge.
Il conflitto in Israele e Palestina non nasce oggi. Non è nemmeno dell’anno scorso. Ha radici remote sulle quali vale la pena di riflettere ogni volta che ci si pone l’interrogativo sui perché di quella assurda violenza. Perché la violenza, quella sì, è sempre assurda ed è condanna a se stessa.

È innegabile che laggiù c’è un popolo che soffre e che impazzisce. I cui figli si lasciano esplodere con l’obiettivo di dare la morte ad altri esseri umani. Un popolo che nasce e che muore nell’inferno di un campo profughi, abbandonato e usato anche da chi si dichiara suo paladino. Non da ieri. Non da pochi anni.
E c’è un altro popolo che da quando, dopo la Seconda guerra mondiale, ha voluto e potuto fondare un proprio stato, vive in permanete situazione di assedio. Ha subito aggressioni, è stato coinvolto in diverse guerre, si è dovuto militarizzare. Lotta per la propria esistenza. Nasce e muore perennemente minacciato. Non solo in Medio Oriente, ma ovunque. Il rabbino di Merano, Beniamino Goldstein, opera in una sinagoga centenaria che è costantemente sorvegliata dalle forze dell’ordine. Alcuni mesi fa, interrogato sulla situazione in Israele, non disse una parola contro i vicini arabi, ma chiese, nel giudicare, di evitare le semplificazioni: “La realtà è molto complessa come è complesso riuscire a far convivere in uno stesso territorio popolazioni di cultura e religione diversa o, addirittura, far coesistere due stati i un territorio piccolissimo”.
L’antisemitismo purtroppo non è un fenomeno del passato. Lo dimostrano i vari attentati alle sinagoghe che si ripetono in tutta Europa. Quando si riflette sull’attuale situazione di Israele è bene ricordarsi che la legittimazione della nascita di quello stato è da ricercare nelle vicende inenarrabili dello sterminio perpetrato nei confronti degli ebrei nel corso dell’ultima guerra mondiale (e chi oggi usa il termine “sterminio” per descrivere quanto sta avvenendo in Medio Oriente compie un atto di dubbio gusto). Il popolo ebraico, sia esso cittadino israeliano o meno, ha un passato molto pesante o, se si vuole, così leggero come la cenere che esce dai camini di Auschwitz. Ma in definitiva il pensiero antisemita è un prodotto della nostra cultura occidentale che i nazisti hanno solo portato alle estreme conseguenze. Questo per dire che la violenza e la follia che oggi vediamo dilagare è in realtà il punto di arrivo di una lunga serie di violenze e follie che riguardano direttamente anche noi, che dunque non abbiamo diritto di rimanere spettatori né di ergerci a giudici.
Il cardinale Carlo Maria Martini ha annunciato di volersi ritirare, concluso il suo mandato di arcivescovo di Milano, proprio a Gerusalemme, la città in cui si fronteggiano due popoli oggi apparentemente impazziti. “Una città – ha dichiarato Martini a Gianfranco Ravasi su Famiglia Cristiana – in cui le emozioni sono sempre forti, le persuasioni vivaci e intense, le contrapposizioni, anche solo verbali, molto esplicite”. E ha aggiunto: “Quando ci sarà pace a Gerusalemme ci sarà pace in tutto il mondo, perché quando si riesce a far pace a Gerusalemme – e bisogna riuscirci, perché il suo nome contiene il vocabolo ‘pace’ (shalom, ndr.) – sarà un esempio di raggiunta riconciliazione nelle diversità”.
È davvero difficile capire, con onestà, da dove venga la violenza omicida, che oggi accomuna i due popoli, e da dove potrà venire la riconciliazione. Il card. Martini cita la sapienza rabbinica: “Dio su dieci porzioni di bellezza che ha sparso sulle città del mondo, ne ha date nove a Gerusalemme, e su dieci porzioni di dolore e di amarezza che ha sparso sulle città del mondo, ne ha date nove a Gerusalemme…”