Un prete nel lager

Alto Adige – 4.4.2002 – Intervista a don Guido Pedrotti

Era uno degli ultimi. Forse l’ultimo tra i sacerdoti che hanno conosciuto il Lager. È scomparso alcuni giorni fa, don Guido Pedrotti, il prete che, per le sue attività in favore degli avversari del nazifascismo durante il suo “periodo bolzanino”, fu internato a Mauthausen e poi a Dachau: “per avere aiutato i comunisti e gli ebrei”.

Questa intervista è stata raccolta nel corso di una delle ultime estati, nella canonica di Cazzano di Brentonico, dove don Pedrotti viveva da ormai venti anni.

Come è arrivato a Bolzano, don Guido?

Sono giunto a Bolzano nel 1942, nella parrocchia del Duomo, per la cura d’anime dei fedeli di lingua italiana. Operavo come catechista all’Istituto industriale: infatti dovevamo per mantenerci in cura d’anime avevamo bisogno dello stipendio di catechisti.

A quel tempo Bolzano dipendeva ancora dalla diocesi di Trento…

Sì, il superiore diretto allora era ancora Trento. A Bolzano c’era il Prevosto. C’era poi un ‘parroco degli italiani’, inquadrato come cappellano del Duomo: era don Mario Martinelli che poi è diventato rettore del seminario di Trento.

Era presente anche don Nicolli che era, si può dire, il fondatore della cura d’anime italiana nel Duomo.

Quali erano allora le strutture della pastorale italiana?

C’era la chiesa di Cristo Re gestita dai padri Domenicani. Poi stava sorgendo la parrocchia di Don Bosco. Poi c’era Oltrisarco, a Gries i Benedettini con padre Bertoldo. Il resto è venuto dopo…

Nel 1942 il Duomo non era ancora bombardato. Le messe si dicevano tutte lì e noi avevamo la cosiddetta “vecchia parrocchiale”, la chiesetta di S. Nicolò annessa al Duomo.

Si dice che in quegli anni andare a Bolzano significava andare allo sbaraglio…

Eh sì!

Come l’hanno convinta ad andare a Bolzano?

Il “guaio” è stato questo: don Mario Martinelli era mio padrino della cresima. Quando gli chiesero di andare a Bolzano disse che voleva come coadiutore il suo figlioccio. Così anche io sono andato in quel di Bolzano…

Dopo la guerra sono cambiate molte cose. Nel 1964 dalla sera alla mattina siamo passati alla diocesi di Bolzano-Bressanone…

Lo avete accettato senza problemi?

Sì, perché sentivamo nelle ossa il bisogno di una cura d’anime più presente. Non ho mai capito la posizione della diocesi di Trento in quel di Bolzano per quanto riguardava i fedeli di lingua italiana. Siamo stati sempre alla diaspora. E si sentiva il peso della divisione etnica…

Ci ha consolati alla sua visita il card. Roncalli, che poi fu papa Giovanni XXIII, il quale, quando abbiamo fatto l’osservazione della difficoltà di seguire un popolo bilingue ha detto: “Eh, coraggio, pensate a Mosè che doveva governare dodici tribù, voi ne avete due tribù da governare…”

Ci parli del suo internamento nel Lager…

Io ricevevo da Milano molti aiuti, nel periodo dopo l’8 settembre 1943. Ero in diretta comunicazione con mons. Bicchierai che era uomo di fiducia del card. Schuster. Avevamo molti aiuti per fare assistenza al campo di concentramento, io e don Daniele Longhi, cappellano nella zona industriale.

Una volta io una volta don Daniele, attraverso alcuni operai, facevamo entrare questi mezzi: denaro, viveri, vestiti…

La gente vi dava una mano?

Io non comprendo per quale motivo il rione Don Bosco non abbia avuto nessuna onorificenza anche civile. Noi celebravamo la messa nella chiesetta di via Milano e le donne, quando si accostavano all’eucarestia, deponevano sul piattello della comunione i buoni delle tessere, con i quali noi si acquistava del pane e lo si faceva entrare più nel Lager.

Torniamo al suo internamento…

Uno degli ultimi tentativi, per quanto riguarda me, di fare entrare aiuti nel campo di concentramento è fallito per questo motivo. Nel Lager di via Resia vi era un sacerdote prigioniero, don Andrea Gaggero, genovese, che faceva servizio negli uffici della SS. Io ho consegnato a don Daniele questo denaro. Don Daniele lo ha consegnato a questo don Andrea. Quel giorno però era giunta la notizia (siamo ai Santi, 1° novembre 1944) che nel campo di concentramento avevano scoperto due ragazzi che stavano lubrificando una P38. Io ho fatto avvertire don Andrea che ci sarebbe stata una perquisizione, ma lui credeva che fosse la perquisizione normale. Invece quel giorno passarono tutti alla spoliazione e fu trovato addosso a lui denaro, lettere ed il resto… Non ce l’ha fatta, poveraccio, e ha fatto il mio nome…

Come avvenne l’arresto?

Il giorno dopo eravamo nella chiesetta di S. Giovanni Bosco, stavamo recitando le tre messe del giorno dei morti. Durante la seconda messa mi vedo in fondo le SS. Termino la messa, tento la deviazione nel confessionale, ma uno della SS con due della Sod mi fanno uscire dal confessionale. Mi portano al Corpo d’Armata e lì mi mettono nei sotterranei. All’indomani gli interrogatori… E lì attraverso alcune conoscenze posso far arrivare a don Daniele la notizia che io mi sono preso tutta la responsabilità. Don Daniele viene interrogato e lasciato libero.

Lei non è però rimasto nei sotterranei del Corpo d’Armata…

No, sono stato portato nel campo di concentramento di via Resia durante gli interrogatori e poi alla zona industriale, caricato su un carro bestiame e trasferito a Mauthausen. Lì sono sempre rimasto in Revier, cioè in infermeria. Un giorno un ragazzo prigioniero, un triestino allievo dei salesiani, mi chiese l’elenco di tutti i sacerdoti che si trovavano in concentramento a Mauthausen. Così siamo saliti tutti, era il 30 di novembre, sul treno per Dachau.

È lì che ha incontrato don Rudolf Posch?

Lo considero il grande dimenticato. Ricordo che lavorava al Dolomiten… Quando sono giunto a Dachau ho avuto l’incontro con lui e siamo stati collocati nel Block 26, Stube 4, la baracca dei sacerdoti fino alla fine della guerra. Don Posch si è molto prodigato, appena finita la guerra, per fondare una specie di comitato per i prigionieri che dovevano rientrare…

E’ il gran dimenticato: io non riesco a capire… Forse perché, a differenza di altri, è rimasto sempre nell’umiltà e nel nascondimento.

Altri personaggi dimenticati?

Un’altra grande dimenticata è la maestra Gisella Moroder di Ortisei, che ha sempre lavorato nell’Azione cattolica. All’indomani della guerra, con le lettere di presentazione da parte mia, andava nei campi di concentramento italiani, Fossoli ecc., ad aiutare i soldati prigionieri sudtirolesi di cui nell’euforia della vittoria o nel desiderio di dimenticare il passato non si interessava nessuno…

Anche Lei è stato un po’ dimenticato. Da Trento ci si è mai interessati per la Sua liberazione?

Non c’è stato nessun passo, neanche dopo la liberazione. Mentre tutte le altre diocesi si sono mosse per raggiungere i loro sacerdoti, noi… A mio padre, che chiedeva di intervenire, hanno detto: “Oh, è un sacerdote zelante, bravo, ma troppo sprovveduto, troppo spinto”… una frase simile hanno detto.

Per don Guido nessuno si è mosso. Chi ha fatto tutto è stato il povero Rudolf Posch, il grande dimenticato, grazie al quale io sono potuto rientrare a casa 24 maggio 1945.

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