Alto Adige – 1.3.2002
La lira se n’è andata. Per la maggior parte è stata cambiata in euro, ma una bella fetta dei nostri risparmi, a quanto pare, se n’è andata in una delle tante forme di gioco d’azzardo che ormai costellano la vita quotidiana di questo Paese. E’ stato calcolato che, in media, gli italiani spendono un milione di lire l’anno per inseguire la fortuna. Inutile dire che la maggior parte di questo “investimento” non rientra minimamente nelle casse familiari. Il miraggio del guadagno facile è in espansione. La fanno da padrone, ovviamente, i casinò, quelli nazionali e quelli nei paraggi. Oppure le sale Bingo. Ne esiste già una a Trento, da pochi giorni ha aperto i battenti quella di Merano e presto sarà possibile “giocare” anche a Bolzano e nelle altre 800 sale che si pensa di inaugurare in Italia nei prossimi tempi (oltre 400 hanno già il via libera).

La spesa nazionale per inseguire la fortuna di Stato (lotterie, lotto, superenalotto, totocalcio, tris, totogol, gratta e vinci ecc.) nel 1990 era di 10 mila miliardi, ora si sfiorano i 40 mila miliardi.
Il gioco d’azzardo può essere il sintomo di una malattia, sia a livello individuale che a livello sociale. Chi ha in casa un giocatore incallito sa che cosa vuol dire non riuscire a smettere di giocare, di puntare, di spendere. Come Gianna, che racconta: “Per vent’anni ho vissuto accanto a un uomo malato: mio marito. Un malato che non sapeva di esserlo e non chiedeva la guarigione, ma solo comprensione. E soldi. Ha cominciato a giocare… All’inizio fu ‘il pokerino del giovedì sera’, dopo un anno frequentava i casinò e case private, vere e proprie bische clandestine. L’ha fatto per riempire le giornate, ha sempre sostenuto… Per vent’anni la sua principale, anzi unica, attività è stata giocare, e perdere, i soldi che guadagnava e che guadagnavo io. Senza accorgersi di quanto io e i ragazzi soffrivamo per quella situazione, senza porsi mai il problema di quale schifo di esistenza ci obbligava a condurre…” Gianna quando ha saputo che il suo figlio più grande frequentava la casa di un suo compagno di scuola e ogni tanto “si faceva un pokerino fra amici”, non ci ha pensato un attimo e ha denunciato tutti ai carabinieri, suo figlio compreso. “Pare che la lezione sia servita, ma con quello che ho passato non sono più sicura di niente”.
Dalla schiavitù del gioco si può uscire. A Bolzano, ad esempio, c’è la Società italiana di intervento sulle patologie compulsive (SIIPaC, numero verde 800-368300); a Trento è attivo l’Auto mutuo aiuto (AMA, 0461/239640).
Ma il gioco d’azzardo non è solo problema dei singoli che scivola nel patologico. Non è forse sintomo anche di un malessere sociale? Il miraggio del guadagno facile presuppone il chiodo fisso del guadagno a tutti i costi. Ma i miraggi sono tipico fenomeno che si manifesta nel deserto. E non è dunque una sorta di deserto sociale e culturale che fa sì che le persone investano nella fortuna, ovvero in attività del tutto aleatorie, che essi prestino più fede ai maghi che non ai preti per tacere dei politici, che essi si ritrovino nelle accoglienti sale Bingo, piuttosto che nelle sale conferenze, nelle biblioteche, nelle loro stesse case per tacere delle chiese?
Interrogativi validi per tutti, anche per lo Stato, che da un lato si propone come garante di una cultura della legalità e di istituzioni “fondate sul lavoro”, dall’altra impone la cultura del gioco sia pure a fin di bene: ripianare il debito pubblico.
Il vescovo di Lecce, che ha passato gli ultimi anni a dare prima accoglienza ai disperati dei barconi adriatici, non ha dubbi: “Si chiami casinò, Bingo o in altro modo, costituisce una vera e propria piaga sociale. Dobbiamo aprire fabbriche, cantieri, luoghi di lavoro e non case da gioco. Questa è la strada del vero sviluppo economico e dell’atteso sviluppo sociale. Il gioco non dà speranze ma solo illusioni e disastro”. Meglio un Paese che gioca a tombola, piuttosto di quei gruppi di cittadini che riempiono rumorosamente le strade e le piazze con tutte le loro domande.