Storia, ricerca storica, storiografia. Non sono termini equivalenti. Così come non lo sono letteratura, poesia e narrazione.
Quanto ai rapporti tra storiografia e narrazione letteraria, diciamo subito che entrambe abitano (possono abitare) uno stesso territorio: la storia. La storiografia per statuto, la narrazione per scelta. E chi scrive dell’una e dell’altra (o di entrambe) abita quello stesso territorio. Ne è figlio. Ignaro o consapevole, fedele o ribelle, ma pur sempre figlio.
Storiografia e letteratura
Se dicessimo semplicemente che la storiografia è una forma di narrazione? Lo è senz’altro. Però non è vero il contrario. Storiografia e narrazione letteraria possono avere uno stesso contenuto: la storia appunto. Tuttavia, quando ciò accade, con prospettive differenti e con diversi punti d’approdo.
La storiografia si fonda sulla ricerca storica e ha il compito (o l’ambizione) di descrivere e spiegare la realtà. Per farlo individua fenomeni e tendenze, propone chiavi di lettura alla luce dell’economia, della cultura, del diritto, dei rapporti di forza tra poteri e istituzioni. Corre il rischio di dare ulteriore visibilità a ciò che è già visibile (la cosiddetta “grande storia”), tende a sacrificare le “piccole storie” alla narrazione della “grande storia” (e della storia dei grandi), quando esse risultassero d’intralcio alla continuità e alla coerenza narrativa. Micro-storia e oral history nascono proprio per superare questi limiti della storiografia tradizionale.
La letteratura non è tenuta a narrare la storia nel rispetto di criteri di completezza e (tendenza alla) obiettività. Può essere onestamente di parte. Può prendere di mira un dettaglio, farne una caricatura, estrapolarlo dal contesto. Può usare l’arma dell’ironia. La storiografia dice delle cose, la letteratura ne evoca. Mette il lettore in condizione di aggiungerci del suo. Di calarsi nella storia. Di prendere posizione sul piano del pensiero o delle emozioni.
La letteratura può anche guardare alla storiografia con sufficienza, ma per farlo deve conoscere la storia. Non può imbrogliare.
La narrazione – considerata alla luce del nostro tema – può anche scadere in aneddotica (che non è micro-storia) oppure approfittare della propria posizione per mistificare la realtà storica, degenerando in forme di asservimento a qualcuno o qualcosa. Oppure alimentando il pregiudizio e la non conoscenza.
La storiografia generalizza, crea stereotipi e categorie. La letteratura è in grado di mostrare come le categorie della storiografia possano essere fasulle e generare stereotipi. La letteratura può dare tutto lo spazio necessario a evidenziare la complessità delle singole vicende, delle piccole storie.
Parliamo di categorie più o meno fasulle? L’Alto Adige ne possiede e ne coltiva una vasta gamma. Ma un momento: Alto Adige o Sudtirolo (perché la storia…)? O forse Südtirol (si vende meglio…)? Oppure Alto Adige – Südtirol (politicamente s/corretto…)? Già solo il nome (e l’estensione) del territorio (the frame, questione primordiale) è un terreno idoneo, la perfetta prateria per la quale sguinzagliare i cani da caccia della storiografia e della letteratura. Per non parlare di quelli della saggistica e della cronaca. La categoria “Alto Adige” – che la storia ha prodotto e la storiografia deve spiegare – è oggetto storico-letterario ad uso della politica, dell’economia, del marketing, del diritto pubblico.
Dove la storiografia ha bisogno di strutturare, la letteratura che affonda radici nella storia può permettersi di destrutturare. Forse deve farlo.
Ricerca (storica)
Nella mia personale visione (e esperienza) la ricerca storica e la narrazione sono i due tempi di una stessa partita. La ricerca storica prende le mosse da una realtà che interroga. Dal lasciarsi interrogare dalla realtà, senza aver accettato in modo acritico quelli che sembrano essere dati di fatto.
Esempio: in provincia di Bolzano si parlano lingue diverse. Perché? Ecco una bella domanda per lo storico. Ma è la domanda del cittadino, del giornalista, della persona capitata qui per caso che vuole sapere come mai le cose stanno così e non altrimenti.
Per quanto mi riguarda la ricerca parte da una domanda e la narrazione ha l’ambizione di trovare e poi suggerire ad altri delle risposte (ma al tempo stesso di suscitare nuovi interrogativi). Di passare parola.
Il genere umano, da che mondo è mondo, si pone domande. Perché quel monte? Perché quel fiume? Perché quel castello, quella cascata, quel nome? La gente semplice per molti secoli non ha cercato storici e storiografi per avere le sue risposte. Si è riunita nelle stalle o attorno a un fuoco. Miti e leggende hanno assolto magnificamente il loro ruolo. A volte, quelle narrazioni, sono state espressione di autentica letteratura.
Nel contesto comunicativo post-fattuale il cittadino non è più in grado di distinguere tra leggenda e realtà, tra fatto e bugia? Ha quanto mai bisogno (ma lo sa?) di una prospettiva storica. La comprensione del presente richiede il supporto discreto ma costante dello storiografo. La cronaca non è davvero comprensibile senza il riferimento allo scorrere della storia. Il presente è punto di contatto tra un passato e un futuro. È la lama che, oggi, separa ieri e domani.
La storiografia, in un territorio come il Sudtirolo, ha trovato il modo di spazzar via dal proprio armamentario storiografico miti e leggende?
Le narrazioni ci sono già
Miti e leggende. Mi riferisco a nani e giganti? Sì, anche. Uno sguardo ai monumenti attorno ai quali si sono agitati passioni e sentimenti, a cominciare dall’epoca buia dei nazionalismi, ci suggerisce che – in barba a storici e scrittori – le narrazioni nella/della nostra realtà ci sono già. I monumenti di Walther e Dante, di Laurino e Teodorico, di capitani e soldati, di Vittorie e Caduti, raccontano tutti delle storie (con la pretesa che si tratti della “Storia”).
I nomi – Alto Adige, Sudtirolo – raccontano storie. Lo Statuto di autonomia e le sue norme di attuazione danno per narrata una storia, fatta di torti e ragioni. Le lingue presenti (o assenti) sui cartelli raccontano (rivendicano) storie. Le narrazioni, tra di noi, ci sono già. Non aspettano, per circolare e produrre effetti, l’intervento di storici e letterati. Sono, quelle che compongono l’immaginario collettivo, narrazioni più simili ai miti e alle leggende (non quelli del filò, ma quelli prodotti dall’ideologia) che non alla storiografia.
Di fronte a ciò lo storico e il narratore, in Alto Adige, hanno un compito specifico? Forse quello – ambizioso quanto basta – di indagare più a fondo e di fornire (a chi vuole) strumenti più autentici di interpretazione della realtà?
Lo storiografo – come lo scienziato – generalizza e fa uso di categorie. Tutto bene. Ma prendiamo la principale categorizzazione che si applica alla popolazione altoatesina: italiani, tedeschi, ladini. O forse meglio altoatesini, sudtirolesi? Tirolesi e italiani? L’esperienza quotidiana insegna che queste categorie, tutte, sono inadatte e inappropriate a descrivere la situazione reale. Forse che non ci sono (da che esiste il Tirolo) tirolesi di lingua italiana? (Alto)atesini di lingua tedesca o romancia? Ladini di una valle ma non dell’altra. Ex tedeschi, ex italiani. Italiani più tedeschi dei tedeschi e tedeschi più italiani degli italiani. Parlanti krautwalsch e/o slambròt. Italiani pentiti e italiani me ne vanto. Tedeschi d’Italia, italiani d’Austria. Il Trentino non esiste, il Sudtirolo non è Italia. E chi più ne ha, più ne metta.
Italiani, tedeschi, ladini: categorie inadatte, per certi versi bugiarde, pretestuose, eppure necessarie.
Le categorie non vanno smantellate, ma relativizzate alla luce della complessità delle cose. Compito della storiografia e della letteratura (forse anche della politica, certamente della cultura).
I nazionalismi, i razzismi, sono forme (distorte) di narrazione quanto mai presenti su questo territorio. Non certo solo da oggi. Oggi per molti versi meno che un tempo. Forse in modo più subdolo e confuso. È un tipo di narrazione che resta sospeso nell’aria come un virus. Vaga incontrollato, sospinto dal vento che tira. Non mi piace per nulla.
La questione – antica – è quanto la storiografia e la letteratura, in una terra come l’Alto Adige, possano permettersi il lusso di essere neutrali. Cioè possano sussistere nella loro autonomia scientifica e artistica come se non esistesse quella cosa che attraversa questa terra, nel tempo e nello spazio, che chiamiamo “confine”, senza sapere esattamente di che cosa si tratti. La storia entra dentro le stanze, le brucia.
Per quanto mi riguarda no, storiografia e letteratura non possono fare orecchi da mercante. Devono dare voce e, se riescono, risposta alle domande che nascono dal/sul confine. Rendere conto della complessità della storia stessa. Sono l’antivirus.
La difficoltà e la marcia in più degli storici e dei narratori altoatesini è che essi fanno parte (e la determinano) della storia che indagano e raccontano. Sono sdraiati, assieme al resto, su questo prato di aghi sotto al cielo. Hanno tutto da vincere e tutto da perdere. Non possono tirarsi fuori.
In: Alessandro Costazza, Carlo Romeo (a cura di), Storia e narrazione in Alto Adige / Südtirol, ed. Alpha Beta, Merano 2017