100 anni di altoatesinosudtirolesità
Io sono altoatesino, io sono sudtirolese. Potrei fermarmi a questa dichiarazione, che dice già tutto, ma voglio invece spiegarne il senso e il legame col cammino (a volte del gambero) che questa terra dai tanti nomi ha compiuto negli ultimi cento anni.
Per molto tempo, nel secolo passato, si è scritto, parlato e agito come se la storia dell’Alto Adige fosse cominciata – o improvvisamente terminata – nel novembre del 1918. Senza un prima, solo un dopo (e viceversa). Meglio: con una preistoria intessuta di favole e miti e con un post impastato di nostalgia e rivendicazioni. Un transito, il novembre 1918, tra i bei tempi andati e il dramma esistenziale del presente (anch’esso puzzle di amnesie).
1918: l’ora zero dell’Alto Adige. Alto Adige o Sudtirolo? Attenzione però: a giudicare col metro di Eric Hobsbawm il “secolo breve” inizia nell’estate 1914, non nell’autunno 1918. Questo complica la narrazione in uso, anche solo per il fatto che nel 1914 Alto Adige e Sudtirolo erano altro da adesso. E anticipare di quattro anni l’ora zero può voler dire che i nazionalismi non furono solo la conseguenza della Grande Guerra, ma ne furono pure e soprattutto la causa. Significa che la guerra ebbe un periodo di incubazione discretamente lungo che si sviluppò a partire almeno dalla metà dell’Ottocento, man mano che si faceva strada nei cuori e nelle menti l’ideologia della nazione.
I nomi che ci diamo e che diamo alla nostra terra c’entrano con questo processo che ha gettato (e cucinato) nello stesso calderone ideologia e memoria, geografia e storia, monti, fiumi e frontiere. Da quell’unica pentola incrostata di fumo escono man mano, più o meno al dente, l’Alto Adige, il Sudtirolo e, cambiando ramaiolo, il Südtirol e/o il Süd-Tirol.
Il primo dopoguerra vede nascere in letteratura la questione altoatesina. Si pone, in questa terra, il tema della tutela delle minoranze. Ma è davvero così? Non si era combattuto per decenni pro o contro la specificità della parte meridionale del Tirolo? E non si era gridato alla “Verwelschung” del cosiddetto “Tirolo tedesco”, dimentichi del fatto, per effetto dei nazionalismi, che le tre lingue avevano da sempre contraddistinto la nostra piccola Babele tra i monti?
Il Tirolo nella storia è sempre stato un po’ sfasato. In anticipo e/o in ritardo. Quando in Europa il secolo breve (tra il 1989 e il 1991) si chiude con la risorgenza dei nazionalismi balcanici, il Sudtirolo celebra, con la quietanza liberatoria del 1992, la fine del contenzioso tra Italia e Austria. Ritardo o anticipo? Segue il quarto di secolo del pragmatismo, durante il quale i bassi istinti nazionalistici non sono mai spenti del tutto, ma tenuti in vita (non si sa mai che un domani tornino utili), ossigenandoli di tanto in tanto, col mantice della toponomastica, per ravvivare un po’ la brace. Il pragmatismo puro è amorale.
“Alto Adige” e “Sudtirolo” sono sinonimi. Si riferiscono allo stesso oggetto, geograficamente parlando, anche se con sfumature differenti. Davvero qualcuno pensa che possa esistere, per questa terra, un unico nome “giusto”? E che una terra come la nostra sia definibile da un nome?
Proviamo a risalire a prima del secolo breve. Nell’800 e all’inizio del ‘900 convivono le denominazioni italiane “Tirolo del Sud”, “Tirolo Meridionale”, “Tirolo Tedesco”, “Tirolo Italiano”, “Trentino” e “Alto Adige” – di “Sudtirolo” ancora non c’è traccia – con quelle tedesche di “Südtirol”, “Deutschsüdtirol”, “Welschtirol”. A cosa si riferiscono esattamente? “Südtirol”, fino all’epilogo della Grande Guerra, è un concetto che comprende tutto il Tirolo al di qua del Brennero, incluso il Trentino (di contro, a volte, nelle pubblicazioni italiane, il “Trentino” racchiude tutto il Tirolo cisalpino). La pubblicistica tedesca – spesso, come quella italiana, di impronta nazionalistica – evita accuratamente di parlare di “Trentino” e in certi casi sostiene esplicitamente che “il Trentino non esiste”. L’espressione “Südtirol” viene usata anche per designare il territorio dell’attuale provincia di Trento, detto pure “Welschtirol” (“welsch” allora non ha ancora connotati dispregiativi), che significa Tirolo italiano. La parola che definisce nell’uso comune l’attuale provincia di Bolzano è “Deutschsüdtirol”, che comunque è esclusivamente “deutsch” solo, ancora una volta, in una visione nazionalistica, in quanto comprende le vallate ladine e le minoranze italiane della valle dell’Adige, tra Salorno e Merano.
Nella lingua italiana in quegli anni prende piede l’espressione “Alto Adige” cui, è vero, Ettore Tolomei dà confini precisi, usandola per circoscrivere più o meno il territorio che intendiamo oggi. Non si tratta però, alla nascita, di un “nome fascista”: lo si conia ben prima della guerra ed è introdotto nell’ufficialità quando il fascismo non è ancora al potere. “Alto Adige” si era chiamato per primo, secondo l’uso francese, il dipartimento napoleonico di inizio ‘800, comprendente a quei tempi il Trentino e una parte dell’attuale Sudtirolo.
Ma retrocediamo ancora di qualche secolo. È proprio l’Adige, già nel Medioevo, a dare un nome al territorio al di qua del Brennero. Il Tirolo in via di formazione era detto la “Terra all’Adige e tra i Monti”. “Terra all’Adige” era parte della zona a sud del valico. Prima ancora, nel IX secolo, un documento colloca la zona di Merano “in valle tridentina” (quindi in un Trentino ante litteram?).
I nazionalismi sorti a partire da metà ‘800 cominciarono a dare ai nomi di luogo connotati ideologici. Così il Tirolo Italiano fu detto “Trentino” per distinguerlo dal resto del Tirolo, “Alto Adige” divenne rivendicazione di italianità, “Südtirol” un riferimento alla memoria dell’idealizzato Tirolo storico. I nazionalisti tedeschi si batterono contro il nome “Trentino”, quelli italiani contro “Tirolo” (denominazione di cui il fascismo vietò l’uso. La casa editrice Tyrolia divenne Athesia e tale rimane anche dopo la sparizione dei divieti), e ogni tanto anche oggi qualcuno vorrebbe eliminare il nome “Alto Adige”, che tra tutti quanti, sia detto sottovoce, è quello semanticamente più neutro.
E “Sudtirolo”? È ormai sinonimo di “Alto Adige”, parola utile soprattutto quando si vogliano evitare le ripetizioni. La presenza di più nomi per uno stesso oggetto aiuta a cogliere la complessità di un territorio e della sua storia (ma turberà fatalmente le notti di chi è affetto da nevrosi nazionalista).
Per tutti questi motivi ha poco senso la distinzione, ogni tanto avanzata, tra altoatesini e sudtirolesi intesi come appartenenti al gruppo italiano e al gruppo tedesco. Qualcuno opta anche per “italiani” e “tirolesi”, dimenticando quanto dice la storia: il Tirolo è da sempre una terra (almeno) trilingue. Dividere il mondo tra altoatesini e sudtirolesi, oltre che alimentare le semplificazione e fare il gioco di chi vuole accentuare le divisioni (che molti, ma non tutti, hanno ampiamente superato), non ha ragion d’essere anche solo per il fatto che Alto Adige e Sudtirolo sono (nell’accezione odierna) la stessa regione. Sono una medesima realtà vista e vissuta da angolature diverse. Entrambi i modi di raccontare questa terra (al di là delle strumentalizzazioni politiche) appartengono a tutti i cittadini, che dunque sono sia altoatesini che sudtirolesi, diversi per lingua materna, ma non per la pertinenza a un territorio.
Identificare “parlare” e “essere” è völkisch. Capire che “parlare italiano” e “essere italiani”, “parlare tedesco” e “essere tedeschi” sono realtà da non confondere (Luigi, l’italotirolese di Merano, se lo chiedeva spesso: “Cossa semo noialtri?”), ecco uno di quei traguardi che, tra il 1918 e il 2018, malgrado tutto ciò che è avvenuto, non è stato ancora raggiunto (non si è voluto arrivarci?). Ma si sa, noi tirolesi siamo sempre un poco in ritardo (o un poco in anticipo).
Paolo Bill Valente in: Patrick Rina / Ulrike Kindl / Tiziano Rosani (a cura di), 18/18 – Alto Adige/Südtirol 1918-2018, Bolzano 2018